STORIA DELLA CHIESA ANTICA: (5) L’ORGANIZZAZIONE DELLE COMUNITA’ CRISTIANE (II sec.)

padri apostolici

 

Sin dagli inizi, la comunità è un’ “associazione” che risente delle circostanze politico sociali dell’ambiente in cui vive.

I cristiani perciò costituiscono la loro comunità (= chiesa) anche sotto l’influenza del contesto civile in cui vivono.

 

Ciò fa sì che queste prime comunità appaiono più nettamente delineate in funzione propria, secondo la loro particolare fisionomia contestuale locale, pur rimanendo in contatto con l’organismo universale della Chiesa rappresentato dalle altre chiese.

 

Di conseguenza si instaurano relazioni tra comunità di città vicine al fine di collaborare in maniera “sinodale” contribuendo vicendevolmente alla soluzione di problemi comuni: i vari responsabili di comunità s’incontrano per elaborare una comune struttura giuridica, o per perfezionare la disciplina liturgica o penitenziale.

Ecco quindi che le giovani comunità ecclesiali, o chiese locali, si denominano secondo il luogo in cui sorgono e mantengono i vincoli di comunione con le altre chiese locali: la chiesa di Dio che è in Roma saluta la chiesa di Dio che è a Corinto; Ignazio indirizza le sue lettere a singole chiese ben circoscritte (Efeso, Magnesia, Roma); la chiesa di Smirne manda alla chiesa di Dio in Filomelio notizie sul martirio del proprio vescovo Policarpo.

 

Questo serrarsi dei credenti in Cristo di una città, in una comunità a sé stante, si discosta nettamente dalle forme d’organizzazione del contemporaneo giudaismo della diaspora, che aveva più sinagoghe in uno stesso luogo, vale a dire più centri di riunione anche piccoli. Non c’è cristiano che non appartenga ad una di queste chiese locali. Egli si riunisce con tutti i suoi fratelli di fede per la celebrazione dell’Eucarestia, nella quale si manifesta nel modo più chiaro l’unità della Chiesa sub-apostolica.

 

È proprio la preoccupazione per l’unità della Chiesa che spinge i Padri Apostolici a ribadire continuamente la fondamentale necessità delle chiese di essere unite tra loro e in loro stesse.

Questa compattezza della Chiesa è una esigenza vitale, un possesso che va continuamente riguadagnato, potendo essere pericolosamente compromesso dalla tendenza alla prepotenza e alle meschine gelosie che producono scissioni nella comunità o dalla caparbietà nel difendere la propria concezione della dottrina cristiana.

Scisma ed eresia sono quindi visti dalla comunità cristiana primitiva come i grandi nemici dell’unità, anche se per il momento non sono ancora concettualmente distinti con tanta nettezza come in epoca più tarda.

 

L’EPISCOPATO MONARCHICO: LE LISTE EPISCOPALI.

 

Il primo responsabile dell’unità della chiesa locale in sé e con le altre chiese è il vescovo.

I Padri Apostolici svolgono già in parte anche una teologia del ministero ecclesiastico, la cui autorità in definitiva viene fatta risalire a Dio. Da lui fu inviato Gesù Cristo, che diede agli Apostoli il mandato di annunciare il Vangelo. Questi a loro volta, conformemente al mandato del Signore, hanno costituito vescovi e diaconi, al cui posto dovevano subentrare dopo la loro morte altri uomini sperimentati, per assumere il loro ufficio presso i fedeli.

Così Clemente Romano vede l’autorità dei capi della chiesa fondata sul mandato di Cristo agli Apostoli, da cui in una successione ininterrotta, deve trarre origine ogni autorità gerarchica nelle comunità cristiane.

 

Sant’Ignazio perfeziona ulteriormente sotto un altro aspetto la teologia del ministero episcopale; egli è il più eloquente patrocinatore della piena ed assoluta unità e coesione tra vescovo e comunità.

Questa è unita col suo vescovo nel pensare e nel pregare; soltanto con lui celebra l’agape e l’Eucarestia; deve seguirlo, a lui obbediente come Cristo al Padre; niente nella comunità deve farsi senza il vescovo, anche il battesimo e la conclusione del matrimonio sono a lui riservati. Alla sua autorità fanno parte i presbiteri e i diaconi; la comunità deve seguire il collegio dei presbiteri come gli apostoli, nei diaconi deve onorare la legge di Dio.

Il vescovo può richiedere ai suoi fedeli un tale atteggiamento soltanto perché li rappresenta di fronte a Cristo; chi si ribella all’autorità del vescovo, come fanno gli eretici, si ribella al Signore che è il vero, anche se invisibile, vescovo di ogni comunità. Da parte loro i pastori vedono tutta la loro missione alla luce di questa origine soprannaturale e sono consapevoli di essere guidati dallo Spirito nell’adempimento dei loro compiti.

 

Due fattori perciò cooperano in maniera decisiva affinché il vescovo e i suoi collaboratori possano assolvere bene il loro compito ministeriale: l’origine apostolica – quindi di diritto divino perché voluta da Dio – della loro autorità e la guida dello Spirito di Dio. Sorretti da questi sostegni, essi dirigono la celebrazione eucaristica, presiedono all’agape, predicano la retta dottrina, sono i garanti della purezza del Vangelo, i custodi delle tradizioni apostoliche.

 

Questa comune dottrina viene così espressa da Tertulliano: «Orbene gli apostoli (che significa “inviati’’)…, sul principio affermarono la fede in Gesù Cristo e stabilirono chiese per la Giudea, e subito dopo, sparsi per il mondo, annunziarono la medesima dottrina e una medesima fede alle nazioni e quindi fondarono chiese presso ogni città. Da queste poi le altre chiese derivarono la propaggine della loro fede e la semenza della dottrina, e tutt’ora la derivano per essere appunto chiese. In questa maniera anch’esse sono ritenute apostoliche, come discendenza delle chiese degli apostoli» (1). (1:TERTULLIANO, De praescriptione haereticorum, 20,4-7.)

 

A tal fine vediamo gli apostoli mettere in atto sin dagli inizi certe strutture che assicurassero continuità al loro insegnamento e al loro ministero istituirono – mediante l’imposizione delle mani – delle guide (At. 14,23; 20,17-35; 1Tim 4,14; 2Tim 1,6), e queste dovranno fare altrettanto (Tit 1,5-9; 2,1-15; 1Tim 5,17-22). Da una parte c’è l’idea di una dottrina da custodire gelosamente (1Tim 4,12-16; 6,20; 2Tim 1,13s.; 2,15; 3,14-4,5) e dall’altra si forma l’idea di continuità di ministero attraverso la legittima successione di guide della comunità (2). (2:Cfr. CLEMENTE ROMANO, Epistula ad Corrintos, cap. 42 e 44.)

 

Questa idea, già presente in Clemente Romano, si sviluppa in Ireneo, che scrive: eos qui ab apostolis instituti sunt episcopi et successores eorum usque ad nos(3); (3:IRENEO DI LIONE, Adversus haereses, III, 3, 1; cfr. III, 3, 4; IV, 26, 2.)

e raggiunge la sua piena formulazione con Ippolito e Tertulliano.

 

Le due idee di tradizione e di successione apostolica, soprattutto per necessità apologetiche contro coloro che difendevano una trasmissione segreta di dottrine, vengono unite insieme, per cui si elabora già nel corso del II sec. la dottrina che la tradizione si trasmette attraverso la successione nel ministero.

 

L’idea di continuità era essenziale per la chiesa antica: «Da quando i cristiani hanno scritto la loro storia, l’hanno concepita come continuità di un movimento di comunicazione della vita divina che, iniziato in Dio, si è propagato in terra, dopo Cristo, mediante gli apostoli e la successione dei vescovi»(4). (4: Y. CONGAR, Misterium salutis, vol. VII, Brescia 1972, 643, n. 12.)

In questo sottile intreccio di idee nascono le liste episcopali – cioè liste di vescovi redatte cronologicamente – come prova storica della successione, la quale è garanzia dell’ortodossia di insegnamento di una comunità, in quanto attraverso la successione ininterrotta dei suoi vescovi può risalire alle origini apostoliche.

A tal proposito non va dimenticato che nel II sec. c’era una maggiore identificazione di una chiesa locale con il suo vescovo, il quale si considerava come l’espressione della sua comunità.

Egesippo fu il primo a redigere la lista dei vescovi di Roma (5) (5: EUSEBIO DI CESAREA., Historia Ecclesiastica, IV, 22, 3.) e quindi Ireneo, che, a tal proposito ne fornisce le motivazioni:

«Dunque la tradizione degli apostoli manifestata in tutto il mondo, possono vederla in ogni chiesa tutti coloro che vogliono vedere la verità e noi possiamo enumerare i vescovi stabiliti dagli apostoli nelle chiese e i loro successori fino a noi… Ma poiché sarebbe troppo lungo in quest’opera enumerare le successioni di tutte le chiese, prenderemo la chiesa grandissima e antichissima e a tutti nota, la chiesa fondata e stabilita a Roma dai due gloriosissimi apostoli Pietro e Paolo» (6); (6: IRENEO DI LIONE, Adversus haereses, III, 3, 1-2.) e poco oltre offre la lista dei vescovi romani.

Anche Eusebio di Cesarea redige la lista dei vescovi delle principali chiese: Gerusalemme, Antiochia, Alessandria e Roma. Altre antiche liste si trovano nelle opere a carattere cronologico.

 

Sul piano apologetico le liste episcopali vengono svolgere un ruolo determinante contro gli gnostici. Ora la successione episcopale in ogni chiesa, che risale direttamente o indirettamente agli apostoli, essendo garanzia di apostolicità di origine e quindi anche di dottrina, permette di combattere le numerose eresie che man mano sorgono.

 

Così viene formulato l’argomento da Tertulliano:

«Può essere che ci siano eresie, le quali osino rifarsi all’età apostolica, sì da parer insegnate dagli apostoli, per esser nate sotto di loro. Si può replicare ad esse: mettano fuori dunque le carte di nascita delle loro chiese; sciorinino i cataloghi dei loro vescovi, mostranti sin dal principio la loro successione, sì da far vedere che colui che fu il primo vescovo ricevette l’investitura e fu preceduto da uno degli apostoli o almeno da un uomo apostolico, che con gli apostoli avesse avuto costanti rapporti. Questo è il modo col quale le chiese apostoliche esibiscono i propri titoli: così la chiesa di Smirne mostra che Policarpo fu collocato su quella sede da Giovanni; Clemente vi fu ordinato da Pietro: e così pure le altre esibiscono i vescovi che, costituiti nell’episcopato dagli apostoli, sono per loro i veicoli della semente apostolica» (7). (7: TERTULLIANO, De praescriptione haereticorum, 72, 1s.)

 

Soprattutto le liste episcopali delle principali chiese sono quelle più utilizzate a scopo apologetico, in quanto la comunione con loro era garanzia di apostolicità e di ortodossia anche per le altre.

Tuttavia, con il passar del tempo, nell’intento di offrire complete tali liste a volte si introducono nomi inventati, per colmare i vuoti dei tempi iniziali e per difendere una maggiore antichità, oppure si inventa una fondazione apostolica, come il caso clamoroso di Costantinopoli, che soltanto nel V sec. scopre il suo fondatore essere l’apostolo Andrea.

Inoltre all’inizio tali liste erano solo un elenco cronologico di nomi e successivamente alcune di esse vengono ampliate o gonfiate con altri dati sino a costituire una breve storia di una comunità, come è il caso del Lìber Pontificalis per la chiesa romana e opere simili (es. Gregorio di Tours alla fine della sua Historia Francorum riporta l’elenco dei vescovi di Tours).

Una costante facilmente riscontrabile in queste liste è data dal fatto che si tende considerare santi i vescovi dei primi secoli.

 

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EXCURSUS – GENESI DEI MINISTERI ORDINATI: EPISCOPATO, PRESBITERATO E DIACONATO

 

Questione

 

Qual’ è, per quanto lo si possa cogliere dal NT e dalle fonti letterarie cristiane, il processo storico che portò i vescovi, nel II secolo, a succedere agli Apostoli?

Su questa questione la bibliografia è immensa (cfr. J. COLON, L’organisation ecclésiastique aux deux premiers siècles de l’Eglise, in AA.VV, Problemi di storia della chiesa. La chiesa antica secc. II-IV, Milano, Editrice Vita e Pensiero, 1970, 55-84).

 

I Dodici furono i testimoni del Cristo e specialmente della sua risurrezione (At 10,40s), quelli cioè ai quali il Risorto aveva comunicato i suoi poteri messianici nel momento della sua glorificazione (Mt 28,18; Lc 24, 44-48; Gv 20, 13-26). Questa particolare grazia ricevuta dagli Apostoli li costituisce nel loro ufficio fondamentale, insostituibile, che li rende garanti della fede dei fedeli, e fa che la fede della Chiesa sia essenzialmente apostolica.

 

Testimoni di Cristo, suoi inviati plenipotenziari, suoi selihim, i Dodici sono, in tal modo, non solamente i fondamenti della fede della Chiesa, ma il centro della comunità che ritrova sulle loro labbra l’eco delle parole del Maestro e nelle loro persone la sua presenza.

 

Oltre alla costituzione della dottrina (kerygma e insegnamento), che è il ruolo fondamentale del loro ufficio, in quanto testimoni, questa funzione comprende anche:

 

– il compito di interpretare autenticamente le Scritture (At 2,17; 2, 25ss; 2,34ss; 3,22ss; 4,11ss ecc.),

 

– l’incarico missionario e kerigmatico (At 2,14; 2,22-24.32.33.36; 4,8ss; 1Cor 15,1ss ecc.),

 

– quello di legare e di sciogliere (autorità nella chiesa = governo: Mt 18,18; 1Cor 6,1ss; 2Cor 8),

 

– perdono dei peccati (Gv 20,23);

 

– presieder alla distribuzione dei beni (At 4,34-37),

 

– fare segni e miracoli (At 5,12),

 

– parlare in nome di Cristo (At 5,40),

 

– convocare la comunità (At 6,2),

 

– imporre le mani (At 6,6),

 

– inviare delle persone (At 8,4),

 

– comunicare lo Spirito (At 8,18; 15,28).

 

Ora bisogna certo dire che la realtà caratterizzante la funzione dei Dodici (cioè di essere testimoni del Signore e di conseguenza essere coloro che costituiscono la dottrina sul Risorto) è di per sé intrasmissibile, ma l’incarico di interpretare le Scritture, l’ufficio missionario, kerigmatico, educativo, didattico, cultuale, del governo comunitario, organizzativo e disciplinare che consegue all’essere Apostoli, non è di per se stesso intrasmissibile. Ecco che allora la questione si definisce in maniera più netta: in che modo questo incarico apostolico è stato come tale storicamente trasmesso?

Inizialmente si assiste ad una estensione del collegio apostolico mediante la cooptazione di Mattia (che sostituisce Giuda) e di Paolo, ciò che comporterà la rottura della comprensione di un Israele escatologico limitato alle dodici tribù giudee, ma a tutte le nazioni della terra.

 

Non intendo qui addentrarmi sulla questione alquanto complicata insita all’essere Paolo apostolo alla stregua dei Dodici o no (secondo il suo dire sì: cfr. 1Cor 15,4-10 e Gal 1,1).

Ad ogni modo, il ruolo dell’apostolo secondo s. Paolo, è essenzialmente d’essere ministro dell’Evangelo (Ef 3,7; Col 1,25; Rom 15,16).

È proprio Paolo che condivide il suo incarico apostolico con altri che gli sono associati nel medesimo ministero: un tale Silas, poi Timoteo, Tito, Tìchico; sebbene in questi collaboratori di Paolo la funzione di apostolo appaia come un’istituzione ecclesiale (1Cor 12,28; Ef 3,5; 4,11; 1Tes 3,2; Fil 2,22).

 

Questi collaboratori, i quali condividono il suo incarico apostolico, Paolo li invia presso le comunità da lui fondate, per rimpiazzarlo temporaneamente, ispezionare, organizzare e correggere. In tutti i casi si tratta di delegati dell’Apostolo, partecipano al suo ministero, sono suoi collaboratori o meglio coadiutori. Il loro ruolo nella fondazione delle chiese dipende da quello dell’Apostolo. Li possiamo definire come degli “apostoli ausiliari”.

 

A fianco degli “apostoli” (assistenti o collaboratori degli “Apostoli”, e in senso lato i predicatori dell’Evangelo), si vede apparire nel NT dei Presbyteroi.

Tale denominazione di “presbyteroi” è improntata alla tradizione giudaica. Tutta la comunità giudaica, in Palestina e nella Diaspora, era amministrata per mezzo di un collegio di “Zeqenim” (= Presbyteroi, cioè “anziani”) eletti per la vita della comunità stessa. Oltre a questo collegio, in certe grandi colonie giudee della Diaspora, c’era un comitato esecutivo chiamato degli Archontes, eletto ogni anno tra i presbiteri (cioè gli anziani) e presieduto da un Geroursiarchos.

 

Il presbiterio giudeo o Gerousia (1Mac 12, 6; 2Mac 1, 10; 4, 44; 11, 27), poi Synedrion, e infine Presbyterion, era essenzialmente preposto a ciò che noi chiamiamo gli affari civili. In questo senso, i presbiteri giudei (= gli anziani del popolo) erano dei laici di fronte al gruppo degli Hiereis (1Mac 12,6; 14,20), i quali quest’ultimi costituivano il sacerdozio levitico.

I presbiteri, che godevano di precedenza nei confronti dei sacerdoti, sebbene venissero dopo il sommo sacerdote, ricoprivano funzioni prettamente amministrative, giudiziarie, finanziarie ecc… interpretano la legge mosaica limitatamente a queste cose, mentre le funzioni sacre erano strettamente riservate ai sacerdoti leviti nel Tempio di Gerusalemme.

 

Si deve sottolineare che nella comunità giudea, gli affari che noi chiamiamo civili, non erano mai profani ma sacri. La nazione giudaica aveva coscienza di costituire il popolo di Dio, il Popolo santo, il Popolo sacerdotale.

 

Quindi, l’istituzione del presbiterato, come il sacerdozio, era attribuito allo stesso Mosè, l’organizzatore del Popolo di Dio. E i presbiteri erano insediati nel loro ufficio, per farla breve: “ordinati” mediante un’imposizione delle mani conferita loro dagli stessi presbiteri.

L’imposizione delle mani trasmetteva lo spirito impartito da Dio a Mosè per governare il Popolo di Dio, e che Mosè aveva lui stesso trasmesso a Giosuè e ai Settanta anziani per interpretare la Legge. La cifra 70 potrebbe essere arrotondata a 72 (6 per tribù così come la pensano i rabbini posteriori).

 

Da questo fatto ne deriva che l’incarico di presbitero era un compito religioso, analogo a quello dei giudici della Bibbia, giacché il governo del Popolo di Dio che una funzione sacra. E la Legge di cui i presbiteri erano interpreti, era la santa Thorah, legge essenzialmente religiosa fino nelle sue applicazioni civili.

 

Una cosa che non entrava nei compiti del presbitero era costituita dal culto liturgico nel Tempio, il quale era strettamente riservato ai sacerdoti, cioè i celebranti del sacrificio i quali erano designati per la loro nascita levitica. I presbiteri avevano tuttavia il privilegio di benedire ovunque essi si trovavano.

 

Fuori Gerusalemme, il culto era celebrato nell’ambito della sinagoga, dove non importa che il laico ricoprisse la funzione liturgica, importante era che fosse membro del Popolo di Dio di sesso maschile e adulto.

Questo culto sinagogale era presieduto dall’archynagogos, eletto dalla comunità, il quale designava i lettori della Bibbia o invitava a predicare, poiché il culto sinagogale era costituito essenzialmente da letture e commenti predicati dei Libri sacri. L’archysynagogos aveva il suo rango tra i presbiteri. Ma il suo ruolo si limita all’organizzazione del culto sinagogale. I presbiteri, per contro, non avevano alcun ruolo nell’organizzazione del culto. Essi avevano solamente un posto di precedenza nella sinagoga.

 

In breve, il giudaismo aveva due istituzioni distinte: il sacerdozio preposto alla celebrazione del culto sacrificale nel Tempio, e il presbiterato preposto al governo del popolo, sotto l’egida della Legge di cui era il guardiano e l’interprete ufficiale nelle comunità.

Sembra pertanto che la Chiesa primitiva calchi in parte la sua organizzazione locale sull’istituzione giudea del presbiterato.

 

In At 11,29s è riferito che i soccorsi ai fedeli di Gerusalemme, al momento colpiti da una carestia, è inviato ai presbiteri di quella comunità. Ma costoro non sono solo degli amministratori. Essi hanno l’autorità di interpretare la legge, congiuntamente agli Apostoli. È quanto risalta dal cap. 15 degli Atti dove gli Apostoli e i presbiteri (= anziani) si riuniscono per esaminare la questione se si debba imporre la circoncisione e la pratica mosaica ai pagani convertiti. E il decreto è promulgato nel nome degli Apostoli e dei presbiteri (At 15, 2. 22. 28).

 

I presbiteri cristiani appaiono lì, nel ruolo che era quello dei presbiteri giudei: quello di interpretare ufficialmente la Legge e di regolare la giurisprudenza.

Per altro, si vede Paolo e Barnaba, a Listri, Iconio, Antiochia di Pisidia, designare dei presbiteri (anziani) in ciascuna chiesa (At 14, 23).

Il termine cheirotonesantes sembra bene indicare che la designazione avesse luogo per l’imposizione delle mani.

 

Si comprende così che alla base di questa istituzione del presbiterato nella comunità cristiana, c’era l’influenza dell’organizzazione del presbiterato giudeo.

 

È da notare tuttavia che, contrariamente a quello che accadeva nel giudaismo, ciò non è quanto accade nella comunità cristiana, poiché in quest’ultima non è essa ad eleggere i suoi presbiteri, ma essi sono designati dagli Apostoli mediante l’imposizione delle mani. Quindi, c’è qui una differenza fondamentale dalla pratica propria del giudaismo. Una differenza che risale al principio dell’autogoverno di ciascuna comunità.

 

Certo, il diritto di governare la comunità locale è nelle mani del presbiterio, ma si ha a che fare con un governo locale dipendente dagli inviati (Apostoli) del Signore. Sono loro ad insediare liturgicamente il presbiterio e a controllarlo; loro che non appartengono all’organizzazione locale della Chiesa, ma vanno di Chiesa in Chiesa per controllare e installarvi i presbiteri. È questo un fatto da considerarsi attentamente, questo diritto apostolico del presbiterato cristiano, che lo differenzia essenzialmente dal presbiterato giudeo.

 

D’altra parte, la prima preoccupazione dell’organizzazione delle comunità cristiane era il culto e al centro del culto cristiano domina, fin da principio, la “frazione del pane”.

Ora, chi nella comunità cristiana presiede a questo nuovo sacrificio della Frazione del Pane? Se era presente un Apostolo, la celebrazione veniva presieduta dall’Apostolo. Ma in sua assenza erano i presbiteri, in quanto i più “onorevoli”, a presiedere alla mensa pronunciando la benedizione.

Ma la Frazione del Pane è di per sé la celebrazione di un sacrificio, quindi colui che la presiedeva aveva ereditato la prerogativa che nel giudaismo era riservata al sacerdote.

Ne consegue che, poco a poco, man mano che si prende coscienza del valore sacrificale del rito eucaristico e conseguentemente del valore sacerdotale di colui che lo presiede, la traduzione del termine hiereus (sacerdote) prende il sopravvento sul termine presbyteros (anziano).

 

Un altro titolo dato ai presbiteri è quello di episcopos.

Quando Paolo convoca a Mileto i presbiteri d’Efeso, egli dice loro: «Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha posti come vescovi – episcopous – a pascere la Chiesa di Dio, che egli si è acquistata con il suo sangue» (At 20, 28-32).

 

Nelle città elleniche esistevano dei funzionari chiamati episcopoi (= commissari delegati delle città, ufficiali dell’amministrazione, impiegati, ispettori dei templi).

Ci si domanda: è un’influenza di questa istituzione che, nelle comunità cristiane come quella di Efeso, si dia ai presbiteri il titolo di episcopoi?

Non si deve dimenticare che il termine episcopos si trova di già nel mondo giudaico, dove la Bibbia dei LXX traduce per l’ebraico paqid (da paqad che vuol dire: occuparsi di, sorvegliare, censire, cercare, indagare, visitare, assegnare, incaricare a sorvegliare).

 

Nel Codice di Damasco o Documento di Damasco (testo di Qumran con sigla CD) ci fa conoscere che tale figura dell’episcopos esisteva in ciascuna comunità. Oltre ad un consiglio dei giudici composto da dieci uomini, c’era un sorvegliante di campo – mebaqqer – di cui la migliore traduzione in greco sarebbe precisamente episcopos, incaricato di insegnare agli affiliati le opere di Dio, di istruire sulle meraviglie della sua potenza e di raccontare gli eventi della storia della salvezza nei loro dettagli, d’essere per loro come un pastore per il suo gregge ecc (CD 10,4).

Nella Regola di Qumran, oltre ai presbiteri, si ritrova anche questo “sorvegliante” o “intendente”.

In breve, questa istituzione delle comunità giudee ha senza dubbio influito nell’organizzazione delle comunità cristiane primitive, nell’elezione di Mattia la prova: «il suo incarico – episcopè – lo prenda un altro» (At 1,20).

 

Non è dunque impossibile che nell’epoca apostolica ci siano stati nelle comunità, oltre al consiglio dei presbiteri, dei “sorveglianti” o episcopoi, mentre l’Apostolo faceva funzione di “sorvegliante di tutto il campo”, parimenti a quelli che stavano nei centri riformati di Qumran.

 

Nel discorso di Mileto (At 20,18-35), egli tratta tuttavia degli episcopoi al plurale, e i termini episcopoi e presbiteroi sembrano equivalenti. Nell’indirizzo della sua lettera ai Filippesi, per contro, Paolo non parla di presbyteres ma di episcopes e di diaconi. Lì ancora, i vescovi sembrano essere equivalenti ai presbiteri nell’organizzazione primitiva della gerarchia. Ma allora ci si domanda da dove proviene la dualità dei termini se essi erano inizialmente sinonimi?

 

Etimologicamente presbitero significaanziano” e indica uno stato, una dignità; episcopo vuole dire “ispettore”, sorvegliante e quindi designa una funzione, un ufficio.

 

I vescovi sarebbero stati quelli che erano incaricati di qualche responsabilità personale di ispezione o di sorveglianza all’interno del collegio presbiterale. Il titolo episcopos appare più tardivo che il titolo di presbitero, che è invece primitivo, e appare congiunto con quello di diaconos, il quale quest’ultimo designa nelle fonti greche profane un ministero subalterno.

 

L’apparizione, nel seno del presbiterio, delle funzioni di vescovi e di diaconi rappresentava dunque una seconda tappa nello sviluppo della gerarchia. Era quindi spontaneo di prendere i ministri superiori, i vescovi appunto, dal rango stesso dei presbiteri con la conseguenza del fatto che alcuni personaggi venivano chiamati allo stesso tempo presbiteri ed episcopi. Essi non lo sono allo stesso titolo.

Essi erano prima presbiteri, in quanto appartenenti al Consiglio degli Anziani che dirigevano la comunità; sono divenuti vescovi dal giorno in cui essi hanno ricevuto qualche attribuzione più precisa nell’amministrazione.

 

Nelle epistole pastorali, il pensiero va piuttosto verso l’idea d’estensione del collegio apostolico, ci s’inquieta di fronte allo spettro della morte, e quindi emerge sempre più l’esigenza di una continuazione dell’incarico apostolico nel tempo.

Il ruolo di quelli che noi abbiamo chiamato “apostoli ausiliari” ci appare, in effetti, man mano che per Paolo giunge il momento della sua dipartita, non solamente con un maggiore rilievo e autonomia, ma secondo una prospettiva di durata oltre la morte dell’Apostolo.

 

Le parole d’ordine consegnate loro sono quelle di vegliare e di custodire il deposito della fede (1Tim 4,20) con l’aiuto dello Spirito Santo che abita in loro come nell’Apostolo (2Tim 6,14), a custodire i comandamenti senza macchia e senza mormorazione fino all’Avvento di Nostro Signore Gesù Cristo (1Tim 6,14).

 

Quindi, la prospettiva si apre su un tempo dove l’Apostolo non sarà più lì:

«Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole» (2Tim 4,3-4);

e ancora:

«Devi anche sapere che negli ultimi tempi verranno momenti difficili. Gli uomini saranno egoisti, amanti del denaro, vanitosi, orgogliosi, bestemmiatori, ribelli ai genitori, ingrati, senza religione, senza amore, sleali, maldicenti, intemperanti, intrattabili, nemici del bene, traditori, sfrontati, accecati dall’orgoglio, attaccati ai piaceri più che a Dio, con la parvenza della pietà, mentre ne hanno rinnegata la forza interiore. Guardati bene da costoro!» (2Tim 3,1-5).

 

In mezzo ad un mondo ostile, il successore dell’Apostolo dovrà rimanere fedele a quanto avrà appreso, sapendo da chi gli è pervenuto, insegnando, riprendendo, correggendo…, prendendo per norma le parole che egli ha inteso dall’Apostolo (2Tim 1,13; 3,14-17).

In più, Timoteo è incaricato di trasmettere ad altri quello che egli ha appreso poiché: «le cose che hai udito da me in presenza di molti testimoni, trasmettile a persone fidate, le quali siano in grado di ammaestrare a loro volta anche altri» (2Tim 2,2).

Delle regole sono quindi fissate per l’insediamento dei vescovi e dei diaconi nella comunità (1Tim 3,1-13), al fine di non aver fretta di imporre le mani a chiunque (1Tim 5,22). Tutte queste espressioni evocano un ruolo di presidenza di tipo “monarchico” alla testa della comunità.

 

Una loro differenziazione, una loro specializzazione di funzioni appare nettamente in seno al presbiterio. Certi presbiteri sono chiamati a presiedere, e questa presidenza è una funzione di “parola e di insegnamento” che fa pensare al ruolo del vescovo, il quale appunto deve saper presiedere e governare la Chiesa ed essere atto all’insegnamento.

 

La presidenza era collegiale come può sembrare in Tim 5,17(8)? (8: «I presbiteri che esercitano bene la presidenza siano trattati con doppio onore, soprattutto quelli che si affaticano nella predicazione e nell’insegnamento».)

 

O la presidenza era tenuta da uno solo, cioè dall’episcopo, come sembra affermare 1Tim 3,1-7(9)? (9: «È degno di fede quanto vi dico: se uno aspira all’episcopato, desidera un nobile lavoro. Ma bisogna che il vescovo sia irreprensibile, non sposato che una sola volta, sobrio, prudente, dignitoso, ospitale, capace di insegnare, non dedito al vino, non violento ma benevolo, non litigioso, non attaccato al denaro. Sappia dirigere bene la propria famiglia e abbia figli sottomessi con ogni dignità, perché se uno non sa dirigere la propria famiglia, come potrà aver cura della Chiesa di Dio? Inoltre non sia un neofita, perché non gli accada di montare in superbia e di cadere nella stessa condanna del diavolo. È necessario che egli goda buona reputazione presso quelli di fuori, per non cadere in discredito e in qualche laccio del diavolo»).

 

E ancora, la presidenza o l’episcopato era attribuito per un tempo solamente a questo o a quel presbitero atto a questa funzione di presidenza? È difficile rispondere.

All’epoca delle lettere pastorali tuttavia una tendenza sembra farsi luce: in seno al presbiterio si sta maturando una presidenza, una sorveglianza, forse, a vita nelle mani dello stesso presbitero.

Qualunque cosa fosse, il presbiterio locale dimorava sotto l’alta supervisione degli apostoli ausiliari più o meno itineranti, come Timoteo o Tito. È quanto appare dalle disposizioni di Paolo ai suoi collaboratori. In breve le lettere pastorali, scritte in previsione della morte dell’Apostolo, costituiscono la transizione con quanto ci rivela la lettera di Clemente Romano ai Corinti.

 

Sembra che due periodi siano da considerarsi nella vita degli Apostoli, di s. Paolo in maniera particolare.

 

1)° Nel primo periodo, in seguito ad una forte ansia escatologica, domina la tendenza ad una estensione del collegio apostolico senza che sia considerato una successione propriamente intesa. È l’epoca delle epistole ai Tessalonicesi, verso il 51. Si tratta dei collaboratori all’incarico apostolico. La questione che tali collaboratori possano “succedere” agli Apostoli, non si pone né di per se stessa né per caso: da lì a poco tutti i viventi vedranno la Parusia (1Tes 4,15-17). Qualche anno più tardi, in seguito agli avvenimenti persecutori, un dubbio comincia a farsi strada nella speranza che aveva l’Apostolo di essere ancora in vita al momento della Parusia. È l’epoca della seconda lettera ai Corinti e dell’epistola ai Filippesi.

 

2)° Nel secondo periodo, la prospettiva della morte degli Apostoli determina il problema della durata del ministero nell’epistola di Clemente Romano. Si incomincia allora a prendere in considerazione la morte degli Apostoli prima dell’evento parusico. Gli stessi Apostoli considerano di conseguenza il problema di una eventuale successione.

 

Questi due periodi sono nettamente visibili, almeno così sembra, nella lettera di Clemente Romano ai Corinti. Il paragrafo 42 corrisponde molto esattamente al primo periodo dell’attività apostolica, come emerge dai dati del NT:

 

«Gli apostoli predicarono il Vangelo da parte del Signore Gesù Cristo che fu mandato da Dio. Cristo fu inviato da Dio e gli apostoli da Cristo. Ambedue le cose ordinatamente secondo la volontà di Dio. Ricevuto il mandato e pieni di certezza nella risurrezione del Signore nostro Gesù Cristo e fiduciosi nella parola di Dio con l’assicurazione dello Spirito Santo, andarono ad annunziare che il regno di Dio stava per venire. Predicavano per le campagne e le città e costituivano le primizie del loro lavoro apostolico, provandole nello spirito, nei vescovi e nei diaconi dei futuri fedeli. E questo non era nuovo; da molto tempo si era scritto intorno ai vescovi e ai diaconi. Così, infatti, dice la Scrittura: “Stabilirono i loro vescovi nella giustizia e i loro diaconi nella fede».

 

Nella loro certezza della risurrezione di Cristo del dono dello Spirito Santo, loro annunziano il Regno che deve venire. Nelle città che essi evangelizzano, si limitano dunque a insediare degli episcopi e dei diaconi con il compito di accrescere il numero dei credenti, dopo di che essi ripartono per l’evangelizzazione di un’altra contrada.

 

In seguito le necessità crescono per l’estensione della predicazione evangelica, essi fanno fronte agli avvenimenti usando della loro autorità apostolica, che loro sanno essere una volontà di Dio, consapevoli di essere stati inviati dal Cristo il quale è stato inviato da Dio, come Clemente ricorda ai Corinti quale principio fondamentale.

 

In seguito, per evitare che ci fossero dei litigi riguardo tale argomento, dopo aver insediato dei vescovi nelle comunità, diedero delle disposizioni «prevedendo esattamente l’avvenire, istituirono quelli che abbiamo detto prima e poi diedero ordine che alla loro morte succedessero nel ministero altri uomini provati» (CLEMENTE ROMANO, Lett. Ai Cor., XLIV).

 

Ciò corrisponde molto bene al secondo periodo, il periodo finale dell’attività degli Apostoli, quando questi sentirono approssimarsi la morte prima della venuta del Regno che loro annunciavano.

 

Così Clemente conclude il cap. XLIV:

 

«Quelli che furono stabiliti dagli Apostoli o dopo da altri illustri uomini con il consenso di tutta la Chiesa, che avevano servito rettamente il gregge di Cristo con umiltà, calma e gentilezza, e che hanno avuto testimonianza da tutti e per molto tempo, li riteniamo che non siano allontanati dal ministero. Sarebbe per noi colpa non lieve se esonerassimo dall’episcopato quelli che hanno portato le offerte in maniera ineccepibile e santa. Beati i presbiteri che, percorrendo il loro cammino, hanno avuto una fine fruttuosa e perfetta!».

 

Da ciò appare

 

1 – che l’episcopè è la funzione dei presbiteri.

 

2 – essa comporta essenzialmente la presentazione dei doni (l’Eucarestia senza dubbio).

 

3 – che nel passaggio di tempo trascorso tra l’epoca degli Apostoli e quella di Clemente (c. 95), l’insediamento dei presbiteri-vescovi (un tempo compiuto dagli Apostoli stessi) è adesso fatta per “altri personaggi eminenti”, dal ché si perpetua la funzione apostolica e, per conseguenza, l’apostolicità dei presbiteri-vescovi. Poiché, questi presbiteri-vescovi erano stati insediati dagli Apostoli stessi o, nell’intervallo seguente, da questi altri “personaggi eminenti”, il loro insediamento è ugualmente autentico, la loro funzione e la loro autorità egualmente apostolica, ed è illegittimo di rigettarli dal ministero, dal momento che loro li rimpiazzano degnamente.

 

Chi erano questi “personaggi eminenti”?

 

Episcopi, membri del presbiterio locale? O apostoli ausiliari, come Timoteo o Tito, itineranti o più o meno stabili in questa o quella Chiesa? Hanno potuto coesistere entrambi.

Fino al tempo di Eusebio si era guardato alla memoria di questi evangelizzatori itineranti:

 

«i quali avevano il primo posto nella successione degli Apostoli. Discepoli meravigliosi di tali maestri. Essi battezzarono sulle fondamenta della Chiesa, che quelli avevano stabilito in ciascun paese; essi svilupparono ed estesero la predicazione dell’Evangelo e sparsero ovunque il germe salvifico del Regno dei Cieli … A coloro che non avevano ancora niente inteso dell’insegnamento della fede, essi andavano con il desiderio di predicare e di trasmettere il libro dei divini evangeli. Quelli si accontentavano di gettare le basi di gettare le basi della fede presso i popoli stranieri, stabilendovi dei pastori. Inseguito, essi partivano verso altre contrade e altre nazioni con la grazia e il soccorso di Dio… Ci è impossibile di enumerare e di citare per nome tutti loro che, al momento della prima successione apostolica, furono pastori o evangelizzatori delle diverse Chiese del mondo. Ci limitiamo a menzionare e a trascrivere i nomi di coloro che hanno trasmesso fino a noi nelle loro memorie la tradizione dell’insegnamento apostolico» (Hist. Eccl., III, 37).

 

Ed Eusebio prosegue col citare Clemente Romano e Ignazio di Antiochia.

 

Così apparivano due forme di successione apostolica.

La prima: i presbiteri-episcopi insediati dagli Apostoli, o più tardi da altri personaggi eminenti, per vigilare il gregge dei credenti e presentare i doni. È questa l’apostolicità del presbiterio.

La seconda forma: i “personaggi eminenti” incaricati di creare il presbiterio locale, e quelli erano cioè degli “apostoli” – nel senso più ampio del termine – più o meno itineranti o stabiliti in quella o tal’altra Chiesa, cioè degli episcopi, membri dello stesso presbiterio.

 

Conclusione.

 

Alla fine del I secolo, tutti gli Apostoli erano scomparsi, fatta eccezione per Giovanni che si era stabilito in Asia. La vita itinerante degli “apostoli” durò poco e preparò la creazione di una organizzazione stabile, di un’autorità locale. Alcuni di essi finirono per stabilirsi in un determinato luogo anziché proseguire l’apostolato viaggiante e persone come Photino ed Ireneo finirono per stabilirsi definitivamente in una determinata Chiesa, nel caso specifico quella di Lione. Questa itineranza missionaria prese ad esaurirsi sul finire del II secolo.

Le comunità si trovarono ormai affidate ai capi che si tramandavano le storie e l’insegnamento dei Vangeli. Essi avevano ricevuto il mandato dei primi Apostoli e dai loro collaboratori. Ciò comportò la creazione di un’organizzazione agile e in costante progresso.

Possiamo, per sommi capi, delinearne lo sviluppo. Le comunità giudeo-cristiane mantennero per qualche tempo una direzione collegiale di origine, verosimilmente giudaica, costituita dagli anziani o presbiteri. Nel giudaismo gli “anziani” erano i notabili che facevano parte del sinedrio o che dirigevano la comunità o la sinagoga.

Le comunità che sorsero in terra pagana erano invece basate sul binomio vescovo-diacono. Già nelle lettere pastorali (1 e 2Tim e Tit) si parla del vescovo, ma anche di collegio presbiterale. La soluzione più elegante per passare dall’autorità collegiale all’istituzione monarchica consisteva nello scegliere il vescovo nel corpo presbiterale.

 

I convertiti si raggruppavano in comunità, la Chiesa locale.

Ignazio ad Antiochia, Policarpo a Smirne, Photino a Lione, Quadrato ad Atene, Dionigi a Corinto, furono i capi di queste comunità; si chiamarono episcopi o vescovi, cioè ispettori o sovrintendenti, titoli presi a prestito dall’amministrazione civile. Il nome di vescovo per qualche tempo sinonimo di presbitero (ancora in Ireneo), finì per imporsi nel designare l’autorità monarchica.

 

La descrizione delle mansioni di un vescovo date dalle lettere pastorali corrisponde esattamente a quella di un padre di famiglia che gestisce bene i propri affari; la sua vita personale e familiare deve essere irreprensibile; è ospitale e tutti lo stimano. Sin dalle origini, era stato assistito da un collaboratore diretto, solitamente più giovane di lui, il diacono, le cui qualità personali, familiari e sociali dovevano permettergli di prestare un valido aiuto al capo della comunità. Essi dirigevano insieme le riunioni, celebravano l’Eucarestia, gestivano i beni comuni e provvedevano ai bisogni della comunità.

 

La comunità sceglieva un uomo di esperienza, disinteressato, che avesse fatto il proprio tirocinio sia nella vita familiare che in quella professionale, ed avesse una posizione economica indipendente.

 

L’Oriente dava la preferenza al cristiano ricco capace di venire incontro ai bisogni della comunità.

L’incarico, in certe chiese d’Asia, era quasi ereditario, e questo fu il caso della chiesa antica d’Armenia. A Efeso, Policarpo fu l’ottavo della sua famiglia a dirigere la comunità (Hist. eccl., V,22; VII,30,17).

L’esperienza acquisita nell’amministrazione della casa e del patrimonio, le qualità umane e sociali che avevano affermato una personalità, erano le condizioni e le garanzie nella designazione d’un vescovo.

Questi era generalmente sposato (non mancano però eccezioni, come per es. Melitone di Sardi) e di età matura, più di cinquant’anni (anche qui non mancano le eccezioni).

 

Il II secolo fu l’età d’oro dei diaconi, i ministri giovani, intraprendenti e più popolari nella comunità. La loro giovinezza compensava l’età del vescovo che rappresentava la forza della Chiesa. Lo accompagnavano o viaggiavano per lui, erano i suoi intermediari diretti col popolo, tessevano i legami che dovevano unire il pastore al suo gregge.

Il più importante compito del diacono nel corso dei primi secoli non fu l’apostolato né la liturgia, ma l’azione sociale. Egli era il ministro della città e del servizio, come indica il suo nome. Il vescovo sceglieva i diaconi in proporzione alla vastità e alle necessità della comunità. Egli svolgeva un ministero impegnativo, che richiedeva tatto e disinteresse (maneggiare denaro è sempre pericoloso in quanto può rimanere incollato alle dita).

 

Il Pastore d’Erma aveva presente lo scandalo dei diaconi indiscreti e decisamente disonesti, quando li accusava di arricchirsi anziché servire, di truffare le ricche cristiane e di ingrassarsi con le offerte destinate alle vedove e agli orfani (Pastore d’Erma, Similitudine, IX, 26, 2). Ciò la dice lunga sulla complessità della situazione che certe chiese metropolitane avevano raggiunto.

 

(fine quinta parte)

 

 

 

 

 

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