TUTTA LA TRAGEDIA DELL’ISTRIA È RACCHIUSA IN QUESTA OSCURA PAROLA: FOIBE

foibe

 

F ò i b e: 


Tutta la tragedia dell’Istria è racchiusa in questa oscura parola, che riassume in sè le vicende dolorose degli ultimi tre anni e l’ansia di un temuto destino. Paurosa parola: mette il brivido, a pronunciarla, in chi ha avuto l’amara ventura di veder risalire alla luce, dall’ abisso delle foibe istriane i cadaveri dei fratelli massacrati.

 

Fu nel settembre dell’ armistizio che gli slavi giocarono la loro facile carta, armando con le nostre armi bande affrettatamente raccolte fra l’elemento slavo delle campagne istriane con lusinghe di immaginari vantaggi, da agitatori locali e d’oltre confine. E bastò meno di un mese, ai nuovi venuti, per compiere il loro antico disegno: colpire l’ italianità dell’ Istria eliminando i suoi uomini migliori.

In venti giorni essi inflissero agli italiani sofferenze e lutti indescrivibilmente più gravi di quanti non abbiano sopportati gli slavi dell’ Istria, per colpa del fascismo, in venti anni. In venti giorni!

Basti, per farsene un’ idea, questa cifra: più di 600 morti. Una media spaventosa: trenta vittime al giorno. Né si sarebbero fermati, se non avessero dovuto abbandonare il campo. Lo dimostrarono infatti al loro ritorno, nel maggio 1945: da allora ad oggi quasi cinquemila persone mancano in Istria, secondo un calcolo inevitabilmente approssimativo ma attendibile. Cinquemila, fra arrestati, deportati, massacrati la loro fine è avvolta nel mistero.

Era avvenuto così, nel ’43. Impossessatisi del potere in tutte le cittadine istriane esclusa Pola, occupata subito dai tedeschi, gli slavi piantarono le loro bandiere sui veneti municipi e misero al bando dagli uffici gli italiani. Cominciò un periodo di caotica amministrazione di gente inesperta che bruciò, ad esempio, tutti i documenti annonari nell’incredibile illusione di dare così al popolo una inutile libertà e portandolo invece, in meno di un mese, alle soglie della fame, per l’ incontrollato rapido esaurimento delle scorte alimentari della provincia poverissima.

Ma non fu questo, il male maggiore; nè le ansie sofferte né le umiliazioni patite, nel sottostare al malgoverno di gente arretrata. 
Ben presto cominciarono gli arresti. Avvenivano solitamente di notte. Due o tre armigeri si presentavano nelle case degli italiani, li invitavano a seguirli al “Comando” per una richiesta urgente di informazioni, per degli schiarimenti, per controllo. E non tornarono più, quegli sventurati. La sola Parenzo, ad esempio – una piccola città della costa – perse 65 dei suoi figli migliori! Alle mamme, alle spose, ai sacerdoti che cercarono di aver notizie di tanti innocenti scomparsi, furono sempre date le più tranquillizzanti assicurazioni: arresti precauzionali o, tutt’ al più, campo di concentramento, e torneranno, sì, torneranno. Talché, quando all’ occupazione slava subentrò quella tedesca, i familiari speravano ancora e sperarono per tutto un mese, finché la parola paurosa corse per la piccola penisola: fòibe, e svelò il mistero in cui era il avvolta la sorte di tanti italiani.

 

Gli arrestati avevano subito, prima di morire, un processo. I cosiddetti tribunali popolari giudicarono e anche assolsero: ma, assolsero soltanto alcuni italiani che non erano originari del posto. Chi era qui giunto da altre province, venne messo in libertà, fosse pure il più accanito dei fascisti, e fatto partire dall’ Istria. Fu un piano preordinato, quindi, non insurrezione di una classe sociale sfruttata, non furore di popolo, non sete di giustizia o di vendetta, a decretare la sorte degli istriani in quell’ infausto settembre 1943.

 

Chi paragona le uccisioni di allora alle esecuzioni sommarie di fascisti avvenute nell’ Italia settentrionale dopo la liberazione, sbaglia: i contadini slavi non uccisero alcun italiano all’ angolo della via, perchè nessun slavo era stato ucciso in Istria nei vent’ anni di governo italiano! Funzionarono invece squadre di torturatori nelle segrete delle carceri e plotoni di esecuzione presso le foibe e le cave di bauxite. E oggi, fatta la nuova esperienza titina, un gran numero di contadini slavi dell’ Istria spera in segreto un ritorno dell’ Italia in questa terra ingiustamente contesa.

 

Nell’ Istria, gli abitanti delle campagne – tranne la costa, compattamente italiana – erano slavi; ma gli abitanti di tutte le cittadine, anche all’ interno, erano sempre stati italiani. I piccoli commercianti, i piccoli artigiani, i piccoli industriali, tutti italiani, e italiani sopratutto gli uomini delle scuole e degli uffici. Per far tacere per sempre la loro vece bastava – pensarono, gli slavi, e si dimostrarono in ciò diabolicamente intelligenti – eliminare gli elementi più capaci, più decisi, più rappresentativi; e per intimorire la massa, eliminare anche degli elementi insignificanti, inoffensivi; tolsero così di mezzo impiegati, agricoltori, insegnanti, sacerdoti, pescatori, piccoli artigiani, piccoli commercianti.

 

Scorrendo il lungo elenco dei martiri delle foibe, leggiamo nomi che avevano avuto, nei loro paesi, risonanza per vecchia nobiltà e per vita industriosa, ma anche nomi oscuri di modesti lavoratori. 
Fu una tragedia, per l’ Istria, la più grave della sua storia. E non solo per il numero elevato dei morti che privava questa terra degli elementi più validi, ma anche – e, riguardo l’ avvenire: sopratutto – perchè queste stragi, quando furono conosciute, provocarono l’esodo di centinaia di italiani, che diventarono migliaia alla seconda invasione slava, nel maggio 1945, in cerca di un asilo in altre regioni. L’ Istria si spopolò così della maggior parte degli Italiani, ed era a questo che gli slavi avevano mirato dal primo giorno del loro tristo dominio.

 

Un giorno piovoso dell’ ottobre 1943, appena fuggiti gli slavi dinanzi ai nuovi occupatori, un ragazzetto di 16 anni vagava per le campagne dell’Istria orientale, vicino ad Arsia, dove sorgono le miniere. Suo padre, un capo minatore, era stato arrestato dagli slavi assieme ad altri 40 italiani del suo paese; ed egli andava ora di casa in casa, cercando invano di apprendere dai contadini, che tacevano per paura o per omertà, qualche notizia sulla sorte dei mancanti. Giunse così, per caso, presso una foiba, fenomeno frequente nella campagna istriana: sono voragini che s’aprono nella terra a forma d’imbuto rovesciato – e son profonde, alcune, anche più di cento metri.

C’era, tutt’ intorno, il filo spinato che i contadini usano porre a riparo per le loro bestie al pascolo; ma in un punto esso s’ interrompeva, e fu ciò che attrasse l’ attenzione del giovane. Si avvicinò, esaminò il terreno. Scorse un paio d’ occhiali, poi una cintura avviluppata ad un arbusto, più in là i bossoli di un fucile mitragliatore. Smosse col piede un po’ di terra: c’era una pietra arrossata di sangue. 
La prima foiba dei martiri istriani fu scoperta così. Da quel giorno tutta l’ Istria fu battuta nelle sue campagne, nei suoi boschi, e la tragedia si rivelò in tutta la sua ampiezza: vennero alla luce massacri che non avevano ancora esempio nella storia delle nostre terre.

 

Cominciò un lungo, estenuante lavoro per il ricupero dei poveri morti, e non tutti i cadaveri furono trovati: quando le ricerche furono interrotte, non si conosceva ancora, né mai più si conobbe, il posto in cui erano stati massacrati numerosi gruppi di istriani strappati alle loro case in quel tragico settembre: fu materialmente impossibile esplorarle tutte, le foibe, e di molti si seppe ch’ erano stati gettati in mare, vicino ad Albona, legati a catena con grosse pietre al collo.

 

Il ricupero delle salme e finalmente il racconto di qualche testimonio oculare, permise un’ esatta ricostruzione della fine dei martiri. Si apprese così che molti di essi erano stati fatti precipitare ancor vivi nel baratro: legati a coppie, schiena contro schiena, non tutti furono colpiti dal fuoco dei fucili mitragliatori, sicchè il compagno morente trascinò spesso nella foibe quello vivo. Episodi di inaudita ferocia, testimonianze di sevizie indicibili vennero scoperti.

 

E all’ orrore della macabra rivelazione si aggiunse lo strazio dell’ incontro dei vivi con i loro poveri morti. I parenti degli uccisi giungevano in folla sui luoghi dei massacri per cercare tra i poveri corpi martoriati un fratello, uno sposo, un figlio, il padre, la propria mamma. Giungevano lì per avere, in tanta sventura, il conforto almeno di sapere dov’ era morto il proprio caro, di ritrovare i suoi resti e ricomporli nei piccoli campisanti delle borgate dove erano nati e vissuti amando l’Italia.

Urla di dolore e di orrore, pianti che nulla avevano di umano, come di gente ferita nelle proprie carni, gli occhi sbarrati in una fissità che contempla va senza forse vedere …. Ma come conoscere, fra quei volti non più conoscibili, fra quei corpi lacerati, spezzati, fra quei brandelli insanguinati e corrosi, come conoscere un segno che dicesse al cuore della mamma “questa è la tua creatura “, all’affetto del figlio “questo è tuo padre”?

 

Eppure una forza misteriosa, forse il segreto della vita, forse il sangue che unisce il padre al figlio, il fratello al fratello, faceva scorgere in quei resti le care persone perdute. Quante mamme, prima ancora di esser vicine a un gruppo di salme, gridarono che il loro figlio era là, e il loro figlio c’era, esse lo vedevano, i loro occhi piangenti scorgevano della carne informe, le loro creature, carne della loro carne, quel figlio per cui tanto avevano sofferto per dargli la vita così barbaramente perduta, quel figlio che un giorno gli slavi gli avevano strappato dalla casa ove una sposa e i bimbi invano ancora attendevano, quel figlio era là, senza la pace delle morti volute da Dio.

 

Ma questi sono fatti del ‘43. Drammi più recenti, conosce l’ Istria. Ecco la testimonianza viva di un giovane istriano imprigionato dagli slavi nel 1945 e uscito miracolosamente salvo da una foiba. Questo suo racconto fu pubblicato dal giornale di Trieste “La prora”, che ne garantisce l’ autenticità, il 20 gennaio 1946;

 

«Dopo giorni di dura prigionia, durante i quali fummo spesso selvaggiamente percossi e patimmo la fame, una mattina, prima dell’alba, sentii uno dei nostri aguzzini dire agli altri: Facciamo presto, perchè si parte subito. Infatti poco dopo fummo condotti in sei, legati insieme con un unico filo di ferro, oltre a quello che ci teneva avvinte le mani dietro la schiena, in direzione di Arsia. Indossavamo i soli pantaloni e ai piedi avevamo solamente le calze. 
Un chilometro di cammino e ci fermammo ai piedi di una collinetta dove, mediante un filo di ferro, ci fu appeso alle mani legate un sasso di almeno venti chilogrammi. Fummo sospinti verso l’orlo di una foiba, la cui gola si apriva paurosamente nera. Uno di noi, mezzo istupidito per le sevizie subite, si gettò urlando nel vuoto, di propria iniziativa. Un partigiano allora, in piedi col mitra puntato su di una roccia laterale, ci impose di seguirne l’ esempio. Poiché non mi muovevo, mi sparò contro. Ma a questo punto accadde il prodigio: il proiettile anziché ferirmi spezzò il filo di ferro che teneva legata la pietra, cosicché, quando mi gettai nella fòiba, il sasso era rotolato lontano da me. 
La cavità aveva una larghezza di circa 10 metri e una profondità di 15 fino alla superficie dell’ acqua che stagnava su1 fondo. Cadendo, non toccai fondo, e tornato a galla potei nascondermi sotto una roccia. Subito dopo vidi precipitare altri quattro compagni colpiti da raffiche di mitra e percepii le parole: – Un’ altra volta li butteremo di qua, è più comodo – pronunciate da uno degli assassini. 
Poco dopo fu gettata nella cavità una bomba che scoppiò sott’ acqua, schiacciandomi con la pressione d’ aria contro la roccia. Verso sera riuscii ad arrampicarmi per la parete scoscesa e guadagnare la campagna, dove rimasi per quattro giorni e quattro notti consecutive, celato in una buca. Tornato nascostamente al mio paese, per tema di ricadere nelle grinfie dei miei persecutori, fuggii a Pola. E solo allora potei dire di essere finalmente salvo».

 

Gli agitatori slavi in Istria, nel settembre ’43, avevano attirato a sè i contadini dicendo loro: “Con noi trionfa il nazionalismo croato; la stella rossa non è che lo specchietto per i comunisti italiani”. E avevano attirato a sé i comunisti italiani assicurandoli che era giunta l’ora del trionfo rosso: la bandiera croata non era che il contentino che si doveva dare ai contadini per avvicinarli al comunismo.

Portarono in Istria, in effetti, un nazional-comunismo, e scontentarono e i comunisti italiani e i contadini croati. 
Arrivati i tedeschi, gli slavi se ne andarono. Cominciò allora l’ eroica lotta dei boschi, dove italiani e slavi lottarono onestamente assieme contro i nazisti e i neofascisti, finché si giunse al maggio della liberazione.

 

Gli slavi, col fiato in gola per arrivare prima degli alleati, tornarono in Istria e misero piede a Trieste e a Pola. 
Parlarono, questa volta, di democrazia progressista e di fratellanza italo – slava, ma a Rovigno uccisero con un colpo alla nuca – e non fu questo il solo episodio del genere – il partigiano Calì Rocco, davanti alla sua abitazione, mentre tornava dalla montagna: aveva al collo un fazzoletto tricolore.

 

Democrazia, fratellanza, parole bellissime. Ma all’ ombra della bandiera rossa s’insinuò invece fra noi l’imperialismo di Belgrado, e con esso il mal governo, i giudizi sommari, la tragedia delle deportazioni. E deportazione, ormai si sa, vuol dir morte.

 

Chi sono i deportati, questi “nemici del popolo” strappati alle loro case dai portatori del verbo di Tito? Vecchi criminali fascisti? Avanzi di brigate nere? Torturatori di slavi innocenti ?

NO! Sono in gran parte volontari delle brigate partigiane comuniste italiane, o cittadini ingiustamente denunciati. Ma sono sopratatto i rivoluzionari antifascisti Silvestri, Zustovich, Ulivi, Sverzutti, Adam, comunisti purissimi che avevano conosciuto le galere fasciste e i campi di Hitler, che avevano combattuto al fianco degli slavi per il trionfo della libertà, ma che non si lasciarono ingannare dalle false parole di Belgrado, compresero ciò che qualche italiano di province lontane a noi può purtroppo non aver ancora compreso: il gioco di Tito, e misteriosamente sparirono dalle loro case.

 

La verità è oggi una sola: il più puro antifascista che non abbracci senza riserve la tesi jugoslava, diventa in queste terre martoriate il più spregevole dei reazionari, nemico del popolo. Diventa, semplicemente, un fascista. E come tale gli spetta la foiba.

 

Che nuove foibe siano state riempite con cadaveri di italiani, in Istria, che altri istriani siano stati ammazzati e gettati in mare, dopo il maggio ’45, non c’ è più, purtroppo, alcun dubbio: se le testimonianze dei fuggiaschi non bastassero (essi parlano dell’ esistenza di foibe a Pisino, Villa Checchi, Pedena, Urnago, Albona, ecc.) sono una prova convincente le scoperte fatte nella zona A dopo che le truppe di Tito, per il poco rispettato accordo Tito-Alexander, lasciarono questa parte della Venezia Giulia trincerandosi nella zona B. Ma quando potremo esplorare queste nuove foibe? Potremo mai dar sepoltura alle nuove vittime, come un giorno facemmo per i massacrati del ’43, o il tempo distruggerà ogni loro resto?

 

Sulla fine dei comunisti italiani massacrati dai comunisti slavi – tragica alleanza! – e di tutti gli altri nostri fratelli deportati a migliaia, i giornali del cosiddetto partito comunista giuliano di Trieste e dell’ Istria non hanno mai voluto rispondere, neppure per offrire qualche cavillosa spiegazione o per rigettare l’accusa gravissima. Sono ancora vivi! Quando conosceremo la loro sorte?

 

Kardelj parla a Parigi, ma non parla per rispondere a queste nostre domande. Nè rispondono i paladini della cosiddetta “fratellanza” italo-slava, fra i quali si annidano, spesso con funzioni di comando, i peggiori elementi del fascismo locale, che hanno avuto salva la vita mettendosi a servizio degli occupatori.. 
Non vogliono udire i nostri appelli angosciati. Non hanno tempo da perdere per le nostre sciagure di oggi.

Devono pensare a quelle che ci infliggerebbero domani, padroni indisturbati, se l’ Istria dovesse venir strappata all’Italia. Perché la tragedia dell’Istria è sempre in quell’ oscura parola: FOIBE.

 

V E N E T I ! ! 

I morti Istriani vi chiedono 
di non dimenticarvi dei vivi: 
i vostri fratelli che ancora 
soffrono nell’Istria oppressa!

 

Fonte: da srs de nono Gino (19 febbraio 2010)

 

Link: http://www.venezianostra.it/

 

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