FRANCO GRANDINI: LA LESSINIA E L’ACQUA CHE NON TI ASPETTI. GLI INVASI NATURALI IN QUOTA

 

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Franco Gandini

 

Verona. Conosciamo il progetto di ricerca condotta dal geologo Franco Grandini, studioso originario da Rovere veronese, che da anni attraverso la ricerca empirica sul campo, sostiene che il rilancio   economico e sociale della Lessinia passa anche dalla sue risorse idriche nascoste.

Franco Gandini è una persona che ama profondamente il suo lavoro e che non ha paura di difendere le sue idee anche se per anni sono state ritenute poco credibili. L’ostinazione, la professionalità e l’intuito oggi gli stanno dando ragione.

 

Le ricerche idrogeologiche condotte in quota (sopra i 1000 – 1500 metri) dal geologo Franco Gandini stanno portando a risultati soddisfacenti, in grado di convincere anche i più scettici. Ma facciamo un passo indietro.

Nel 2006 in alta Lessinia era partita un’indagine idrogeognostica condotta da Gandini e finanziata dalla Regione Veneto e dalla Comunità Europea che è durata quasi tre anni. La ricerca aveva lo scopo di individuare la presenza in quota di acque sotterranee, per uso potabile, a profondità limitate.

La Lessinia, altipiano carbonatico appartenente alla struttura geologica “Prealpi Calcaree meridionali” è nota per la scarsezza di acque in quota. L’acquedotto esistente, infatti, viene rifornito per circa 1’80% di acque provenienti dagli acquiferi della pianura veronese e della bassa Vallagarina. Nonostante la quantità d’acqua caduta a quote tra 1200 m e 1500 m s.l.m. sia tra le più alte del Veneto (1500-2000 mm annui) le acque meteoriche percolano in profondità nelle rocce carbonatiche, fino a raggiungere il livello freatico dell’acquifero di fondo che può arrivare fino a 900 metri di profondità. L’obiettivo era dunque quello di individuare sul territorio delle discontinuità litologiche e/o strutturali geologiche capaci di trattenere le acque piovane.

I territori presi in considerazione da Franco Gandini hanno caratteristiche simili quali quota superiore a 1000 – 1200 m s.l.m, presumibile disponibilità di acqua a profondità contenuta e in quantità vantaggiosamente sfruttabile, vicinanza con le reti viarie e di distribuzione.

Dopo una prima fase di rilevamento geologico dei siti e delimitazione dell’area di interesse è seguita un’indagine geofisica che si è avvalsa anche di rilievi sismici.

Terza          e ultima fase, per verificare la pressione dell’acqua sotterranea e la portata dei pozzi, è stata la trivellazione con l’ausilio di piezometri di controllo che ha dato risultati incoraggianti.

 

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Lo studio e l’analisi della disponibilità e delle potenzialità di attingimento e utilizzo delle risorse idropotabili dell’alta Lessinia, molto importante per redigere la progettazione di opere di captazione atte a sfruttare la potenzialità dei vari acquiferi, secondo i tecnici «potrà garantire uno sviluppo socio economico adeguato e contribuire quindi ad evitare lo spopolamento in termini di attività imprenditoriali storiche e tipiche locali, concorrendo alla tutela e valorizzazione del territorio.»

 

Dottor Candini, lei è stato senza dubbio il pioniere della ricerca dell’acqua in quota. Come mai si è concentrato in questa direzione?

 

Perché la Lessinia ha sempre sfruttato solamente la risorsa idrica visibile. Quando si trovava una sorgente, la si utilizzava per scopi meccanici (mulini di Cantero, di Velo Veronese). Da risorsa energetica meccanica è stata poi impiegata per produrre energia elettrica (La Lucense di Lugo). Dai mulini all’energia elettrica. Nessuno si è mai chiesto se c’era l’opportunità, senza fare perforazioni profonde, di captare acqua anche in quota nei cosiddetti acquiferi sospesi.

 

Quando ha iniziato a gettare le basi della sua teoria?

 

Fin dalla metà degli anni ’70, quando ero studente all’università, pensavo che si potesse reperire, acqua in strutture particolari anche sopra i 1500 metri. E vero che in Lessinia il 95 per cento del territorio è costituito da calcari e quindi si assiste al fenomeno tipico del carsismo, ma non era detto che non esistessero degli invasi d’acqua. Ho fatto a quei tempi delle ricerche senza grossi risultati. Soltanto nei primi anni Ottanta la Comunità Montana delle Lessinia mi diede appoggio e con la Forestale iniziammo a perforare a Conca dei Parpari. I primi tentativi furono abbandonati, ma le mie ricerche sono continuate in sordina.

 

Fino ad arrivare al progetto serio finanziato dalla Regione Veneto nel 2006.

 

Esattamente. Grazie alla sensibilità dell’assessore regionale Giancarlo Conta, del geometra della Comunità Montana Giuseppe Laiti e dei rappresentanti del Genio Civile abbiamo iniziato questo studio in Lessinia alla ricerca di invasi d’acqua in quota.

 

Quali sono state le sue impressioni?

 

Ho sperimentato con mano che alcune strutture di tipo vulcanico sono state mal interpretate nella “letteratura classica”. Si pensava che fossero delle cavità carsiche, in realtà avevano la forma carsica (a imbuto, a scodella), ma non si trattava di carsismo.

 

E di cosa?

 

Quando la Lessinia si trovava sotto il livello del mare, nelle fasi preorogeniche, prima del corrugamento alpino, ci fu un vulcanesimo (vedi i tufi vulcanici della Valdalpone, ndr), che ha lasciato appena sotto la superficie terreste i suoi camini di risalita che avevano, appunto, forma cilindrica. Sono come dei chiodi infissi nella coltre sedimentaria. Possono avere una lunghezza di 5 o 6mila metri, un diametro di 500 metri e conservano l’acqua perché hanno una permeabilità medio bassa a differenza dei calcari. Il camino di origine vulcanica, per sua natura, è idrovoro, raccoglie sia le acque piovane dirette sulla sua superficie, sia le acque di infiltrazione che arrivano orizzontalmente. Questo vuoi dire che abbiamo delle strutture vulcaniche che sono sature per i primi 2 o 300 metri al 20%. Da un conto numerico della volumetria satura d’acqua si potrebbe stabilire quanti litri è possibile prelevare all’anno per evitare il prosciugamento e attendere il ricarico naturale.

 

Come sono queste acque?

 

Molto buone perché prive di nitrati, con un residuo fisso di 100-150 mg per litro e ricche di elementi come il fluoro e illitio. Differenti dall’acqua di origine calcarea che preleviamo nel fondovalle e che ha un tempo di permanenza in acquifero addirittura di 15-20 anni.

 

Come potrebbero essere utilizzate?

 

L’obiettivo primario è di portare l’acqua alle malghe di montagna. Ho già visto che ci potrebbe essere acqua anche sul Monte Tomba. E se troviamo l’acqua sul Tomba, che è il punto più alto della Lessinia, per forza di gravità la possiamo dare a tutti. Questo significherebbe sviluppo e ricchezza per il territorio montano.

 

Trovare acqua sul Tomba è una bella sfida. Quali sono i suoi segreti?

 

Ci vuole occhio, anche se non è un’arte magica. Amo il mio lavoro, è quasi una missione per me. E come andar a cercare l’oro o i tartufi. In questi due ultimi anni sono stato seguito e ammirato dal geometra Giuseppe Laiti che ha supportato tutto questo lavoro con senso di responsabilità. I segreti? Conoscenza del territorio, conoscenza delle strutture idrogeologiche, la sperimentazione, la passione per il proprio lavoro e per la ricerca, l’entusiasmo e naturalmente la soddisfazione di trovare l’acqua. Pensi che nel 2003 (estate molto siccitosa, ndr) l’unico punto d’acqua in quota che ha resistito è stato Conca dei Parpari. Ha dato da bere a tutte le mucche della montagna.

 

Come riconoscere una zona potenzialmente buona per trovare un cono di sedimentazione vulcanica?

 

L’individuazione dei bacini vulcanici fa parte dalla “notte dei tempi”, quando il semplice contadino era riuscito a capire anche dal punto di vista agronomico che se si tolgono gli alberi dal camino vulcanico, rimane sempre il suolo verde, se si tolgono dal rosso ammonitico si assiste a una desertificazione del terreno. La delimitazione di questo bacino, di questo diatrema, la si nota perché spesso è circoscritta dal bosco. La ricerca sul territorio richiede coraggio, non è un atto formale, non si segue un protocollo rigido e in geologia non ci sono dati assoluti. Spero che le ricerche che stiamo effettuando portino realmente a un beneficio per l’intera Lessinia.

 

I principali siti indagati dalla ricerca condotta da Franco Grandini

 

. Selva di Progno (zona Campofontana – Pagani);

. Velo Veronese (zona di Azzarino);

. Roverè Veronese (zona Conca dei Parpari e monte Botteghe);

. Bosco Chiesanuova (zona di Laorno – Zamberlini e Tinazzo);

. Erbezzo (zona Corno Mozzo – bivio Fittane);

. S.Anna d’Alfaedo (zona monte S. Giovanni).

 

Fonte: srs di Matteo Scolari, dal Pantheon di gennaio-febbraio 2010 matteo.scolari@giornalepantheon.it

 

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