PERSECUZIONE DEI CRISTIANI: RICORDIAMONE PER ESEMPIO A CASO ALCUNE DEL 2010

 

ARRESTATO PADRE GIOVANNI BATTISTA LUO SACERDOTE DEL FUJIAN: AVEVA ORGANIZZATO UN CAMPO CON 300 UNIVERSITARI

 

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Padre Giovanni Battista Luo 

 

Padre Giovanni Battista Luo è in arresto dal 3 marzo scorso. Altri tre sacerdoti hanno ricevuto un mandato di arresto, non ancora eseguito. Altri tre devono pagare una multa. P. Luo aveva detto ad AsiaNews: “Sono pronto ad andare in prigione. Sarei felice di servire come testimone di Cristo e seguire l’esempio di tanti santi martiri”…

 

Un sacerdote sotterraneo della diocesi di Mindong (Fujian) è stato arrestato per aver organizzato un campo con 300 studenti universitari. Altri tre sacerdoti suoi collaboratori hanno ricevuto un mandato di arresto, non ancora eseguito; ad altri tre sono state comminate multe fino a 500 yuan (circa 50 euro). Settimane prima del suo arresto, il sacerdote aveva dichiarato: “Sarei felice di servire come testimone di Cristo e seguire l’esempio di tanti santi martiri”.

 

  1. Giovanni Battista Luo, 39 anni, e altri 6 sacerdoti della Chiesa sotterranea, avevano organizzato un campo invernale di quattro giorni con 300 studenti universitari, divisi in due tranche, alla fine di gennaio e all’inizio di febbraio. Il 3 febbraio scorso la pubblica sicurezza è arrivata al campo (nella chiesa di Saiqi) e hanno ordinato ai sacerdoti di cancellare l’evento. I sacerdoti si sono rifiutati e hanno spiegato la situazione agli studenti lì presenti, invitando coloro che avevano paura a lasciare il campo e rassicurando gli altri che i sacerdoti sarebbero stati sempre con loro. Solo 20 dei presenti sono andati via. Il giorno dopo i membri della pubblica sicurezza hanno sottoposto a un lungo interrogatorio i sacerdoti, ma non hanno fatto alcun arresto.

 

In quei giorni, p. Luo aveva detto ad AsiaNews che egli era “pronto ad andare in prigione”, che non aveva “nulla da temere” e che era “orgoglioso di essere un sacerdote cattolico, desideroso di professare la fede anche con le azioni”. E ha aggiunto: “Sarei felice di servire come testimone di Cristo e seguire l’esempio di tanti santi martiri”.

 

  1. Luo è un evangelizzatore molto attivo, anche su internet, dove tiene un blog molto visitato: http://blog.sina.com.cn/frluo.

 

Dal 3 marzo scorso egli è “detenzione amministrativa” in una guest-house (prigione) del governo a Fuan. Altri tre sacerdoti, i padri Guo Xijin, Miu Yong e Liu Maochun hanno ricevuto mandato di arresto ma finora la polizia non l’ha eseguito. Altri tre sono stati penalizzati a pagare 500 yuan, ma i fedeli dicono che essi preferiscono andare in prigione piuttosto che pagare la multa.

La diocesi di Mindong è nella quasi totalità costituita da fedeli della Chiesa sotterranea: su 80 mila cattolici, più di 70 mila sono clandestini, molto organizzati e vivi, con oltre 50 sacerdoti, 96 suore e 400 laici catechisti. Il loro vescovo è mons. Vincenzo Huang Shoucheng, di 86 anni. Mindong ha anche un vescovo patriottico, mons. Zhan Silu, seguito da pochi fedeli.

 

Fonte: AsiaNews 12/03/2010

 

 

EGITTO: FOLLA DI 3MILA MUSULMANI, ATTACCA UNA COMUNITÀ CRISTIANA COPTA, 25 I FERITI

 

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Egitto cristiani coopti in preghiera

 

Al momento dell’assalto i fedeli erano riuniti in preghiera.  Nell’edificio erano presenti quattro sacerdoti, un diacono e 400 parrocchiani, colpiti anche donne e bambini.  A scatenare la rabbia dei fondamentalisti, aizzati dall’imam, la voce secondo cui i cristiani costruiranno una nuova chiesa. In realtà si tratta di un ospizio.

 

Il Cairo (AsiaNews/Agenzie) – È di 25 feriti, fra i quali donne e bambini, il bilancio dell’assalto a una comunità cristiana copta avvenuto ieri nella provincia nord-occidentale di Mersa Matrouh, in Egitto. Una folla di circa 3mila musulmani ha attaccato i fedeli, riuniti in preghiera in un edificio adiacente la chiesa locale. A scatenare la violenza dei fondamentalisti, aizzati dall’imam locale, la voce secondo cui i cristiani hanno iniziato a costruire un nuovo luogo di culto.

 

Verso le 5 di ieri pomeriggio i musulmani – un insieme di beduini e fanatici salafiti – hanno iniziato a lanciare pietre contro un cantiere, dietro il quale credono si celi il proposito di edificare una nuova chiesa. Testimoni locali riferiscono che le forze di sicurezza presenti non erano sufficienti a contenere l’attacco. Gli agenti hanno lanciato gas lacrimogeni e arrestato una ventina di persone, fra musulmani e cristiani. Solo questa mattina sono arrivati i rinforzi da Alessandria, grazie ai quali i fedeli coopti intrappolati nell’edificio hanno potuto rientrare nelle loro case.

 

Al momento dell’assalto nella casa di preghiera cristiana erano presenti quattro sacerdoti, un diacono e circa 400 parrocchiani. I cristiani affermano che l’edificio in costruzione, in realtà, è un ospizio e si dicono “terrorizzati” per il nuovo attacco subito. A fomentare la rabbia dei musulmani ha contribuito l’intervento dell’imam locale Shaikh Khamees, durante la preghiera del venerdì. Egli ha sottolineato il dovere di combattere contro i “nemici” dell’islam e ha ribadito che “non tolleriamo la presenza cristiana nelle nostre zone”.

 

Il reverendo Matta Zakarya conferma che questa mattina si è svolto un vertice fra i leader della chiesa locale, le forze di sicurezza dello Stato e alcuni rappresentati dei musulmani. “I coopti sono spaventati – sottolinea – soprattutto donne e bambini che erano presenti all’interno dell’edificio e hanno assistito all’assalto”.

 

In Egitto la comunità cristiana copta è il 10% circa della popolazione, in un Paese a larghissima maggioranza musulmana, che discrimina la comunità cristiana. Essa è vittima di episodi di violenza, causati da un forte incremento del fondamentalismo islamico. Talvolta alla base di molti attacchi vi sono dispute sulle proprietà terriere e contese per le donne, ma essi divengono presto scontri di carattere confessionale.

 

Fonte: AsiaNews.it del 13.03.2010

 

 

CRISTIANI PAKISTANI RIFIUTANO DI CONVERTIRSI: MARITO BRUCIATO VIVO, MOGLIE STUPRATA DALLA POLIZIA

 

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Arshed Masih

 

Arshed Masih, 38enne cristiano pakistano, è deceduto ieri sera 22 marzo, alle 7.45 ora locale  per le gravissime ferite riportate. La famiglia chiede che venga eseguita l’autopsia prima dei funerali. Associazioni cristiane e attivisti per i diritti umani manifestano all’esterno dell’ospedale. Leader cattolico: il governo federale e provinciale non punisce i colpevoli.

 

Islamabad (AsiaNews) – È morto ieri sera in ospedale per le gravissime ferite riportate – ustioni sull’80% del corpo – Arshed Masih, 38enne cristiano pakistano, bruciato vivo perché ha rifiutato di convertirsi all’islam.

I funerali dell’uomo, deceduto dopo tre giorni di agonia, dovrebbero svolgersi nel tardo pomeriggio di oggi, ma la famiglia chiede che “prima venga eseguita l’autopsia”. La comunità cristiana pakistana condanna “con fermezza” l’ennesimo episodio di violenza e denuncia la “lentezza” del governo federale e provinciale nel punire i responsabili.

 

Il 19 marzo scorso un gruppo di estremisti islamici ha bruciato vivo Arshed Masih, autista alle dipendenze di un ricco uomo d’affari musulmano di Rawalpindi. La moglie lavorava come domestica nella stessa tenuta, situata di fronte a una caserma di polizia. Negli ultimi tempi erano emersi dissapori fra il datore di lavoro, Sheikh Mohammad Sultan, e la coppia a causa della loro fede cristiana. I coniugi avevano subito minacce e intimidazioni perché si convertissero all’islam.

 

Arshed Masih (nella foto) è deceduto ieri sera alle 7.45 ora locale dopo tre giorni di agonie e sofferenze all’ospedale della Sacra famiglia a Rawalpindi, provincia del Punjab. La moglie Martha Arshed è stata stuprata dai poliziotti ai quali voleva denunciare le violenze inflitte al marito. I tre figli della coppia – dai 7 ai 12 anni – sono stati costretti “con la forza” ad assistere ai supplizi inflitti ai genitori.

 

Dal 2005 Arshed Masih e la moglie lavoravano e vivevano nella tenuta di Sheikh Mohammad Sultan. Le pressioni perché abbandonassero il cristianesimo, negli ultimi tempi, si erano fatte incessanti. Il padrone era giunto persino a minacciare “terribili conseguenze”, per convincerli ad abbracciare l’islam. I coniugi erano stati anche accusati di un furto avvenuto di recente nella villa dell’uomo, il quale ha promesso di lasciar cadere la denuncia in caso di conversione.

 

I funerali di Arshed Masih si dovrebbero svolgere nel tardo pomeriggio di oggi, anche se nella zona resta alta la tensione. Testimoni locali riferiscono ad AsiaNews che “l’intera famiglia è sotto shock e chiede che venga eseguita l’autopsia prima delle esequie”. Numerose associazioni cristiane e attivisti per i diritti umani – fra cui Life for All, Christian Progressive Movement, Pakistan Christian Congress and Protect Foundation Pakistan – “stanno attuando manifestazioni di protesta all’esterno dell’ospedale”.

 

Peter Jacob, segretario esecutivo di Giustizia e pace della Chiesa cattolica pakistana (Ncjp), esprime ad AsiaNews “la più ferma condanna” per i delitto dell’uomo e lo stupro della donna, perpetrato da poliziotti che dovrebbero tutelare l’ordine e la legalità. L’organismo cattolico si è attivato per garantire tutela alla donna e ai figli, dei quali non si hanno al momento notizie.

 

L’attivista cattolico sottolinea con rammarico il silenzio del Ministro federale per le minoranze, il cattolico Shahbaz Bhatti, e denuncia “la lentezza e l’immobilismo del governo federale e provinciale”. “L’esecutivo – sottolinea Peter Jacob – non ha ancora compiuto passi concreti per impedire violenze e abusi sulle minoranze e punire i colpevoli”.

 

Il sito BosNewsLife.com aggiunge che ieri il governo provinciale del Punjab ha bloccato marce di protesta dei cristiani, con il pretesto di “minacce terroristiche”. La comunità locale intendeva dimostrare contro il “rifiuto” della polizia di arrestare i colpevoli del crimine.

 

Fonte: srs di di Fareed Khan  da Asianews del  23,03,2010

 

 

PAKISTAN- RAWALPINDI: SEPOLTO IL CRISTIANO BRUCIATO VIVO. LA POLIZIA AVREBBE APPICCATO IL FUOCO

 

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Arshed Masih

 

Fra imponenti misure di sicurezza, si sono svolti oggi i funerali di Arshed Masih. Il silenzio dei media pakistani e del governo sulla vicenda. Fonti di AsiaNews denunciano il tentativo di depistaggio e rivelano le ultime parole della vittima: “la polizia mi ha dato fuoco” seguendo le istruzioni del datore di lavoro musulmano. In passato la moglie più volte violentata dagli agenti.

 

Rawalpindi (AsiaNews) – Si sono svolti oggi a Rawalpindi, fra imponenti misure di sicurezza, i funerali di Arshed Masih, 38enne cristiano pakistano, bruciato vivo perché ha rifiutato di convertirsi all’islam. Centinaia di persone hanno partecipato alle esequie, fra cui membri della società civile e rappresentanti delle Ong. Finora la polizia non ha arrestato nessuno fra i presunti responsabili e non si registrano iniziative del governo federale e dal Ministero per le minoranze. Nel frattempo emergono ulteriori dettagli sul delitto: una fonte bene informata riferisce ad AsiaNews che sarebbe stata la polizia a appiccare il fuoco all’uomo, seguendo le “istruzioni” impartite dal datore di lavoro di Arshed Masih.

 

Il 38enne cristiano pakistano, sposato e padre di tre figli dai 7 ai 12 anni, è morto il 22 marzo scorso in seguito alle gravissime ferite riportate durante l’assalto. Egli presentava ustioni sull’80% del corpo e fin dall’inizio i sanitari avevano escluso possibilità di salvezza. A scatenare la violenza dei suoi assalitori, il rifiuto dell’uomo e della moglie di convertirsi all’islam.

 

Peter Jacob, segretario esecutivo di Giustizia e pace della Chiesa cattolica pakistana (Ncjp), conferma ad AsiaNews “la più ferma condanna per quest’atto brutale” e sottolinea che “un nostro gruppo di indagine ha raggiunto Rawalpindi e ha avviato una inchiesta parallela sui fatti”. Egli aggiunge che “a breve diffonderemo un documento, previa opportuna verifica di tutti gli elementi”. L’attivista denuncia infine, con rammarico, il silenzio dei media pakistani sull’incidente e la mancanza di iniziative del governo federale e dal Ministero per le minoranze.

 

Intanto cominciano a circolare voci secondo cui Arshed Masih si sarebbe dato fuoco da solo, per protestare contro le ripetute violenze e torture della polizia ai danni della moglie, Martha Arshed. Gli abusi sarebbero avvenuti nella stazione di polizia, dove la donna è stata convocata a più riprese dagli agenti dopo la denuncia di furto presentata da Sheikh Mohammad Sultan, datore di lavoro della coppia cristiana. Nella casa del ricco uomo d’affari musulmano è sparito denaro contante per un valore di 500mila rupie (circa 6mila dollari).

 

Fonti cristiane di AsiaNews in Pakistan smentiscono la versione, sottolineando che alcuni “elementi” mettono in dubbio le violenze sessuali e ribaltano la realtà dei fatti “per scagionare il datore di lavoro e gli agenti di polizia”. Un testimone oculare, presente in ospedale quando Arshed Masih – ancora cosciente – ha raccontato gli eventi agli investigatori, riferisce che “è stata la polizia ad appiccare il fuoco” sul corpo dell’uomo. La vittima avrebbe anche aggiunto che “la polizia ha eseguito le istruzioni di Sheikh Mohammad Sultan, presente sulla scena insieme ad altri estremisti”.

 

Dal 2005 Arshed Masih e la moglie lavoravano e vivevano nella tenuta di Sheikh Mohammad Sultan. Le pressioni perché abbandonassero il cristianesimo, negli ultimi tempi, si erano fatte incessanti. Il padrone era giunto persino a minacciare “terribili conseguenze”, per convincerli ad abbracciare l’islam. I coniugi erano stati anche accusati di un furto avvenuto di recente nella villa dell’uomo, il quale ha promesso di lasciar cadere la denuncia in caso di conversione.

 

Il sito BosNewsLife.com riferisce che l’uomo d’affari musulmano non ha voluto rilasciare commenti sul delitto. Tuttavia alcuni testimoni oculari lo hanno visto nei pressi del luogo dove si è verificato l’incidente, ma non è chiaro se ha partecipato in modo attivo all’attacco. I figli della coppia – aggiunge il sito – dormono in ospedale perché sono senza casa. La madre è ancora in stato di shock e non è in grado di parlare.

 

Fonte:  srs di di Fareed Khan  da AsiaNews.it del 24/03/2010

Link: http://www.asianews.it/notizie-it/Rawalpindi,-sepolto-il-cristiano-bruciato-vivo.-La-polizia-avrebbe-appiccato-il-fuoco-17975.html

 

 

PAKISTAN L’UNICO PAESE AL MONDO IN CUI LA BLASFEMIA È UNA LEGGE DELLO STATO

 

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Peter Jacob, segretario esecutivo di Ncjp, denuncia la creazione di uno “Stato islamico” mediante una legge che colpisce le minoranze e gli stessi musulmani. Il fondamentalismo è sostenuto da frange del governo, del parlamento e dei militari. L’attivista auspica la nascita di “un fronte comune” per “portare la democrazia nel Paese”.

 

Roma (AsiaNews) – In Pakistan è in atto un tentativo di creare uno “Stato islamico”, in cui è negato il principio “dell’uguaglianza fra i cittadini” sancito nel 1947 da Ali Jinnah, padre fondatore della nazione, durante il discorso all’Assemblea nazionale. È quanto ha sottolineato Peter Jacob, segretario esecutivo della Commissione nazionale di giustizia e pace (Ncjp) della Chiesa cattolica pakistana nel corso della conferenza stampa organizza da AsiaNews sulla blasfemia. Una nazione, inoltre, che vanta un triste primato: “è l’unico Paese al mondo in cui vige una legge di questo tipo”.

 

Le leggi introdotte nei decenni hanno negato i valori sui quali è stata fondata la nazione; la stessa Costituzione prevede che i non musulmani “non possono assumere la carica di Presidente o di Primo Ministro”. “In alcuni casi – aggiunge l’attivista cristiano – non sono ammessi come giudici o avvocati nel corso di processi”, perpetrando una “discriminazione sociale e professionale: nel lavoro, negli affari e nelle cariche pubbliche”.

 

La legge sulla blasfemia, continua, è solo uno dei numerosi segnali che testimoniano la mancanza di separazione “fra Stato e religione”, a cui si aggiunge il “sostegno” di alcune frange del governo, del Parlamento e persino della magistratura, dell’esercito e delle forze dell’ordine alle “ideologie promosse dagli estremisti e al fondamentalismo a sfondo confessionale”.

 

Peter Jacob denuncia la progressiva campagna di violenze registrata nei decenni contro minoranze religiose, sfociata nella promulgazione – nel 1986, per volere del dittatore Zia-ul-Haq – della famigerata legge sulla blasfemia, che punisce con l’ergastolo o la pena di morte chi profana il Corano o dissacra il nome del profeta Maometto. “Il Pakistan – spiega – è l’unico Paese musulmano che ha una norma di questo tipo. Seguendo il nostro esempio, altre nazioni come l’Indonesia, la Nigeria e il Bangladesh valutano di introdurre nel proprio ordinamento una normativa analoga”.

 

Per combattere discriminazioni e violenze non è sufficiente un movimento popolare che unisca cristiani, indù, ahmadi, sikh e i musulmani, essi stessi vittime di casi di blasfemia. È necessario uno sforzo del governo “per sradicare il fondamentalismo dal Paese” e della comunità internazionale, già impegnata sul fronte afghano nella lotta contro i talebani, che spesso si nascondono in rifugi inaccessibili al confine fra i due Paesi. “Cina e India – sottolinea il segretario esecutivo di Ncjp –  hanno più volte protestato per i problemi causati dagli estremisti lungo i confini”. Egli ricorda inoltre che “India e Pakistan sono due potenze nucleari” e una “crisi nell’Asia del Sud” potrebbe avere conseguenze “a livello globale”.

 

Per mobilitare l’opinione pubblica, promuovere una campagna volta alla cancellazione della legge sulla blasfemia e la lotta del fondamentalismo nel Paese, gli attivisti di Ncjp hanno avviato una serie di conferenze in alcuni Paesi europei, fra cui Francia, Belgio e Olanda. “La battaglia per la democrazia in Pakistan – conclude – deve essere sostenuta da un fronte comune, che tocca il governo, la minoranza cristiana e la comunità internazionale. Essa deve portare a riforme nella legge e nella Costituzione, a tutela dei principi democratici e nel rispetto dei diritti umani”.(DS)

 

Fonte: AsiaNews del  10 novembre 2009

 

Link: http://www.asianews.it/notizie-it/Pakistan,-l’unico-Paese-al-mondo-in-cui-la-blasfemia-è-una-“legge-di-Stato”-16826.html

(VR  24 marzo 2010)

 

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