EGITTO XV DINASTIA – LA DOMINAZIONE HYKSOS

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1786-1567 a.C. (Secondo Periodo Intermedio)

 

A proposito di questi stranieri lo storico ebreo Giuseppe Flavio nella sua polemica Contro Apione afferma di citare le parole autentiche di Manetone:

 

«Tutimaios. Durante il suo regno, per cause a me ignote, l’ira del Signore si abbatté su di noi; e all’improvviso dalle regioni dell’Oriente un’oscura razza d’invasori si mise in marcia contro il nostro paese sicura della vittoria. Con la sola forza numerica e senza colpo ferire s’impadronirono facilmente delle nostre terre; e avendo sopraffatto i reggitori del paese, bruciarono spietatamente le nostre città, rasero al suolo i templi degli dei e rivolsero la loro crudeltà contro gli abitanti, massacrandone alcuni, riducendo in schiavitù le mogli e i figli di altri.

Finalmente elessero re uno dei loro di nome Salitis. Egli pose la sua capitale a Menfi, esigendo tributi dall’Alto e dal Basso Egitto e sempre lasciando dietro di sé guarnigioni nei posti più favorevoli…

Nel nonio Sethroita trovò una città in ottima posizione a est del Nilo, sul ramo di Bubastis, chiamata Avari da un’antica tradizione religiosa. Egli la ricostruì e la fortificò con mura imponenti…

Dopo aver regnato 19 anni, Salitis morì e gli successe un secondo re, Bnon che regnò 44 anni. 

Dopo di lui venne Apachnan che governò il paese per 36 anni e 7 mesi; poi Apophis per 61 anni, e Iannas per 50 anni e 1 mese; ultimo Assis per 49 anni e 2 mesi.

Questi sei re, loro primi sovrani, si dimostrarono sempre più desiderosi di estirpare la popolazione egizia.

La loro razza, nel suo complesso, era chiamata degli Hyksos, vale a dire “re pastori”, infatti nel linguaggio sacro hyk significa “re”, e, in linguaggio popolare, sòs vuol dire “pastore”».

 

Giuseppe Flavio prosegue dando una diversa interpretazione del nome di Hyksos derivata da un altro manoscritto, secondo la quale esso significherebbe “prigionieri pastori”, dall’egizio hyk “prigioniero”. E’ questa l’etimologia che preferisce, ritenendo, come molti egittologi, che la storia biblica del soggiorno degli Ebrei in Egitto e dell’esodo successivo traesse origine dall’occupazione degli Hyksos e dalla loro susseguente cacciata. In effetti, benché entrambe le etimologie abbiano fondate basi linguistiche, né l’una né l’altra è quella esatta.

 

Il termine Hyksos deriva senza dubbio dall’espressione hik-khase, “capotribù di un paese collinare straniero”, che dal Medio Regno in poi venne usata per indicare gli sceicchi beduini. Sono stati trovati scarabei, appartenuti con certezza a re Hyksos, che recano questo titolo, ma con la parola “paese” al plurale. E’ importante osservare, tuttavia, che il termine si riferisce unicamente ai sovrani, e non, come pensava Giuseppe Flavio, alla razza intera. A questo riguardo gli studiosi moderni sono spesso caduti in errore, avendo alcuni persino insinuato che gli Hyksos appartenessero a una razza particolare che dopo aver conquistato la Siria e la Palestina era infine penetrata con la forza nell’Egitto. Niente però giustifica una simile ipotesi. L’invasione del delta per opera di una nuova razza specifica è fuori questione; si deve piuttosto pensare a un’infiltrazione di Palestinesi lieti di trovare rifugio in un più pacifico e fertile paese. Alcuni di essi, se non la maggior parte, erano semiti.

 

Dei sei monarchi Hyksos nominati anche da Sesto Africano, ma sotto una forma leggermente diversa, solo Apophis è individuabile con sicurezza nei geroglifici. Si conoscono tre re diversi che hanno come nome Apopi e come prenome rispettivamente Akenenra, Aweserra e Nebkhepeshra, quest’ultimo fu presumibilmente il meno importante, dato che non gli viene attribuito l’intero complesso di titoli faraonici goduto dagli altri due. Gli oggetti con i nomi di questi re sono scarsi, ma bastano a dimostrare che almeno Akenenra e Aweserra furono considerati legittimi sovrani dell’Egitto. Un altare di granito eretto da Akenenra fu da lui dedicato “al padre Seth, signore di Avari”, e si è scoperto che una statua del re Mermesha, riportata alla luce negli scavi di Tanis, era stata da lui usurpata.

Meno certa, ma tuttavia probabile, è l’identificazione del Iannas di Manetone con un “capo dei paesi stranieri Khayan” su molti scarabei, ma talvolta definito “il figlio di Ra, Seweserenra“. Nome e prenome si trovano riuniti in un solo cartiglio sul coperchio di una vaso di alabastro scoperto da Evans a Cnosso in Creta, e il prenome Seweserenra ricorre anche sul petto di una piccola sfinge comprata presso un mercante di Baghdad.

Basandosi su questi deboli indizi qualche studioso ha prospettato l’ipotesi che Khayan si fosse costituito un vasto impero comprendente tutti i luoghi citati, ipotesi da rifiutarsi perché troppo fantasiosa, per quanto sembri lecito ritenere ch’egli sia stato al tempo stesso capo locale in Palestina e faraone in Egitto. Ad ogni modo, egli può a buon diritto essere considerato uno dei sei principali monarchi Hyksos.

 

Lo stesso non si può dire di certi altri pretendenti al titolo di sovrano, il cui solo ricordo sono alcuni scarabei e sigilli cilindrici provenienti da regioni cosi lontane fra loro come la Palestina meridionale e l’avamposto di Kerma nel Sudan.

Per uno o due di essi, come Anat-her e Semken, il diritto a esser considerato un re Hyksos si basa sull’uso del titolo di capotribù, ma anche coloro che come Merwoser e Maayebra chiudono il proprio nome in un cartiglio, o che come Yamu e Sheshi ostentano l’orgoglioso epiteto di “figlio di Ra”, non hanno maggior diritto di quello derivante dallo stile degli oggetti che li nominano. Nessun monumento, nessuna epigrafe su roccia resta a testimoniare la loro sovranità, e la vasta diffusione di oggetti facilmente trasportabili come gli scarabei non ha valore di prova.

 

Di recente è venuto di moda distinguere due gruppi di Hyksos, l’uno composto dai sei re elencati da Manetone, l’altro comprendente i nebulosi personaggi appena citati. Di quest’ultimo gruppo è certo che nessuno raggiunse mai la dignità di faraone che qualcuno ha loro attribuito. Come si è già accennato, sembra inevitabile identificare i sei re Hyksos di Manetone con i sei “capi di paesi stranieri ” ricordati nell’importantissimo frammento del Canone di Torino.

 

Si è talvolta sostenuto che due voci alla fine della nona colonna si riferiscano anch’esse a sovrani Hyksos, uno dei quali sarebbe il Bnon di Manetone, ma la scrittura ieratica è stata erroneamente decifrata e i prenomi racchiusi nei cartigli annullano decisamente questa ipotesi.

La cifra totale data dal compilatore del Canone è una prova sicura ch’egli non conosceva che sei re Hyksos e deve averli inseriti a malincuore nell’elenco dei re egizi solo perché erano troppo noti per passarli sotto silenzio. Ad essi vengono attribuiti 108 anni di regno complessivi.

 

L’intervallo fra la fine della XII dinastia e l’ascesa al trono di Amosis, fondatore della XVIII dinastia e vincitore degli Hyksos, fu di soli 211 anni. Se si situa nel quarto anno del regno di Amosis la fine dell’occupazione straniera e si sottraggono 108 dai risultanti 215 anni, non ne rimangono che 107 per le dinastie XIII e XIV di Manetone; che l’occupazione straniera comprenda anche un lungo tratto della XIV dinastia sembra escluso dal lungo regno di Neferhotep, il cui dominio si estendeva a nord fino a Biblo.

 

Se ne conclude che difficilmente può esservi spazio per più di sei re Hyksos abbastanza potenti da sedere sul trono dei faraoni, e in tal caso la definizione di Manetone “primi sovrani Hyksos” è ambigua e per le sue dinastie XVI e XVII non si può parlare di re pastori.

 

Un’altra prova convincente è data dal fatto che tra i “primi sovrani” di Manetone ci sia un Apophis; risulterà infatti che questo era anche il nome del re Hyksos contro il quale combatté Kamose, fratello e immediato predecessore di Amosis. Cosicché i sei re abbraccerebbero non solo l’inizio, ma anche la fine della dominazione straniera.

 

Ritornando allo storico Giuseppe Flavio e alle sue citazioni da Manetone, è chiaro ch’egli possedeva esatte informazioni su Avari, il caposaldo che fin dall’inizio gli Hyksos avevano scelto come loro base. Secondo il racconto del cronista ebreo, la città si trovava in quella parte del delta orientale conosciuta come nomo Sethroita. Sull’esatta ubicazione di Haware, per dare ad Avari il nome egizio, le opinioni divergono. La maggioranza degli studiosi ritiene che Avari fosse l’antica designazione di quella che divenne più tardi la grande città di Tanis, mentre altri propendono per una località vicino a Qantir, circa undici miglia più a sud.

 

Ad Avari gli Hyksos adoravano lo strano dio animale Seth. Ne abbiamo già parlato come del nemico e assassino del buon dio Osiride, ma gli Hyksos preferirono ignorarne questo deplorevole aspetto, come del resto già si faceva da tempo immemorabile in quel remoto angolo del delta. Questa nuova versione di Seth ora scritto alla maniera babilonese corrispondente alla pronuncia Sutekh, aveva certo caratteri più asiatica che non il primitivo dio indigeno, e nell’abbigliamento e nell’acconciatura del capo si notava una netta rassomiglianza con il dio semitico Baal.

E provato che gli Hyksos lo anteposero a tutte le altre divinità egizie, ma non ha reale fondamento l’accusa che quest’ultime fossero da essi tenute in dispregio e il loro culto perseguitato.

Gli Hyksos avrebbero occupato Avari per più di cinquant’anni prima che uno di loro si sentisse abbastanza forte da assumere il titolo di faraone legittimo. E’ importante osservare che la data della fondazione di Tanis fu ricordata a lungo: la Bibbia (Numeri 13.22) narra che “Hebron fu costruita sette anni prima di Zoan [Tanis] in Egitto”, il che confermerebbe l’identità di Tanis con Avari, ma il valore dell’asserzione è molto discusso.

 

Riandando a ciò che le fonti dell’epoca ci hanno rivelato sull’umiliante episodio della dominazione degli Hyksos, ci si accorge che il racconto di Manetone tramandatoci da Giuseppe Flavio contiene vero e falso in misura quasi uguale.

 

E’ nota la deformazione della verità dovuta a un certo tipo di letteratura divenuto convenzionale presso gli storici egizi, che di solito dipingono a tinte esageratamente fosche i periodi di miseria e anarchia perché maggior gloria ne derivi al monarca cui viene attribuita la salvezza del paese.

Il racconto di Manetone rappresenta l’ultimo stadio di un processo di falsificazione iniziato una generazione dopo la vittoria di Amosis.

 

Appena ottant’anni dopo la cacciata del nemico, la regina Hatshepsut descriveva l’invasione in maniera simile a quella del racconto di Sekenenra e Apophis, e gli stessi paralleli si troveranno in seguito sotto Tuthankhamon, Merenptah e Ramses IV.

 

Non è da credere che un potente esercito d’invasori asiatici si sia abbattuto come un uragano sul delta e che, dopo aver occupato Menfi, abbia infierito sulle popolazioni indigene con ogni sorta di crudeltà. Le rare testimonianze lasciate dai re Hyksos rivelano al contrario un sincero sforzo di accattivarsi gli abitanti e di imitare gli attributi e i sistemi dei deboli faraoni che avevano scacciato dal trono. E’ ovvio, del resto, che altrimenti essi non avrebbero adottato la scrittura geroglifica e assunto nomi composti con quello del dio sole Ra. L’affermazione ch’essi imposero tributi all’Alto e al Basso Egitto è per lo meno dubbia. La teoria di un’occupazione generale del paese da parte degli Hyksos è stata definitivamente smentita dalla grande iscrizione di Kamose, nella quale è chiaramente sottinteso che gli invasori non avanzarono mai più in là di Gebelen, e anzi, poco dopo, furono costretti a stabilire il loro confine meridionale a Khmun.

 

La dominazione degli Hyksos non fu senza conseguenze per la civiltà materiale dell’Egitto. La più importante fu l’introduzione del cavallo e del cocchio che doveva avere una cosi gran parte nella futura storia del paese. Non è provato che queste novità abbiano contribuito in misura notevole alla vittoria degli Asiatici, ma certo furono di grande aiuto agli Egizi stessi nelle successive campagne militari. Anche nuovi tipi di pugnali e spade, armi di bronzo e il robusto arco asiatico devono esser contati tra i profitti di un episodio che altrimenti non potrebbe esser ricordato che come un disastro nazionale.

 

ELENCO DEI RE DELLA XV DINASTIA

 

Esistono due versioni leggermente diverse del testo di Manetone riguardo agli Hyksos:

 

GIUSEPPE FLAVIO

 

Salitis             19 anni

Bnon              44 anni

Apachnan       36 anni, 7 mesi

Apophis          61anni

Iannas             50 anni, 1 mese

Assis               49 anni, 2 mesi

 

SESTO AFRICANO

 

Saites                19 anni

Bnon                 44 anni

Pachnan            61anni

Staan                50 anni

Archles             49 anni

Aphophis           61anni

 

IL CANONE DI TORINO CITA SEMPLICEMENTE:

 

10.20 – Capitano di un paese straniero: Khamudy

10.21 – Totale, capitani di un paese straniero: 6, fecero 108 anni

 

SUI MOMUNENTI SONO STATI RITROVATI SOLO QUATTRO NOMI:

 

Akhenenra Apopi

Nebkhepeshra Apop

Seweserra Khayan

Aweserra Apopi

 

Fonte: http://www.egittoanticosito.com/history/din_15.htm

 

 

EGITTO: LA CACCIATA DEGLI HYKSOS

 

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1786-1567 a.C. (Secondo Periodo Intermedio)

 

Nessuna scoperta egittologica di questi ultimi anni ha destato più scalpore fra gli studiosi del ritrovamento a Karnak, nel 1954, di una grande stele che riferisce in tutti i particolari le misure militari prese dal successore di Sekenenra, Kamose, contro il re Hyksos Aweserra Apopi.

Circa cinquant’anni prima di questa scoperta, gli scavi di Carnarvon avevano riportato alla luce una tavoletta in caratteri ieratici che descriveva le prime fasi del conflitto. Da principio qualche studioso aveva supposto che si trattasse di un semplice saggio letterario, ma nel 1935 alcuni  scriba, di un’autentica iscrizione storica eretta in quel tempio. Parafrasando e per sommi capi, il succo del racconto è questo:

 

“Nell’anno terzo del potente re di Tebe, Kamose, che Ra aveva designato legittimo sovrano concedendogli il vero potere, Sua Maestà radunò nel palazzo il consiglio dei nobili al suo seguito e cosi parlò: – Vorrei sapere a che serve questa mia forza, quando un capo è ad Avari, un altro a Cush, e io siedo sul trono insieme a un asiatico e a un nubiano, ciascuno in possesso della sua fetta d’Egitto, e io non posso neppure andare a Menfi senza passare davanti a lui. Guardate, egli occupa Khmun e nessuno si salva dalle spoliazioni a causa di questo servaggio ai Setyu. Voglio combattere con lui e aprirgli il ventre. Il mio desiderio è di liberare l’Egitto e sconfiggere per sempre gli Asiatici.

Poi parlarono i nobili del consiglio: Guarda, tutti sono fedeli agli Asiatici fino a Cusa. Noi stiamo tranquilli nella nostra parte d’Egitto. Elefantina è forte e la parte di mezzo è con noi fino a Cusa. Gli abitanti coltivano per noi le loro terre più belle. Il nostro bestiame pascola nella pianura dei papiri. Ci viene mandato il grano per i nostri porci. Il bestiame non ci è rubato.”

 

I cortigiani ammettono che a certe condizioni potrebbe essere opportuno prendere l’offensiva, ma Kamose esprime il proprio disappunto per la prudenza dei loro consigli e dichiara di esser deciso a riconquistare tutto l’Egitto. Il racconto continua poi in prima persona:

 

“Discesi in forze il fiume per sconfiggere gli Asiatici secondo il comando di Amon, il più giusto dei consiglieri; il mio intrepido esercito davanti a me come una vampa di fuoco, le truppe dei Nubiani Medja sulla coffa al di sopra delle nostre cabine per spiare i Setyu e distruggere le loro postazioni. L’Oriente e l’Occidente avevano ogni ben di dio e ovunque fummo riforniti di ogni cosa.”

 

Pare che Kamose abbia poi mandato un distaccamento di Medjayu a punire un certo Teti, figlio di Pepi, evidentemente un importante personaggio egizio, che si era asserragliato a Nefrusy, facendone un covo di asiatici. Comunque, l’annientamento di questo nemico fu differito all’indomani.

 

“Passai la notte sulla nave, con il cuore felice. Appena fu chiaro, mi abbattei su di lui come un falco. E quando giunse l’ora di profumarsi la bocca, lo sconfissi, rasi al suolo le sue mura, uccisi la sua gente e ordinai che sua moglie scendesse sulla riva del fiume. I miei soldati erano come leoni sulla preda, e si divisero tutti i loro beni, servi, bestiame, latte, grasso e miele.”

 

Dopo alcune frasi più oscure, il testo ieratico s’interrompe e, quando il racconto riprende all’inizio della stele recentemente scoperta, Kamose è ormai vicino alla fortezza di Avari e schernisce l’avversario con vanterie e minacce. Il seguito degli avvenimenti è narrato con linguaggio assai retorico e prolisso. Possiamo citarne solo i passi più salienti. Evidentemente Apophis è stato cacciato dal Medio Egitto, perché tra le parole di Kamose troviamo questa compiaciuta affermazione:

 

“Il tuo cuore è spezzato, vile asiatico, tu che solevi dire: Io sono il padrone e non c’è nessuno che mi sia pari da Khmun e Pi-Hathor fino ad Avari.”

 

Che il guerriero tebano non si vergognasse minimamente della sua brutalità verso i propri compatrioti è chiaro dalle sue stesse parole:

 

“Abbattei le loro città e bruciai le loro case riducendole per sempre in un mucchio di rosse rovine, e questo per il danno ch’essi avevano causato all’interno dell’Egitto, servendo gli Asiatici e dimenticando che la loro signora era la terra d’Egitto.”

 

Segue subito dopo un capoverso della massima importanza:

 

“Aldilà dell’Oasi catturai un messaggero che andava verso il Sud a portare un dispaccio a Cush, e gli trovai indosso questo messaggio scritto dal capo di Avari. “Io, Aweserra, il Figlio di Ra, ad Apopi, mio figlio capo di Cush. Perché ti sei sollevato come capotribù senza farmelo sapere? [Non] hai visto che cosa l’Egitto ha fatto contro di me? Il capo che ivi risiede, Kamose il Potente, mi ha cacciato dalle mie terre e io non l’ho raggiunto – dopo tutto quello che ha fatto ai tuoi danni, ha scelto i due paesi, il tuo e il mio, per devastarli e li ha distrutti. Vieni subito ai Nord, non essere codardo. Vedi, egli è qui con me… non lascerò che se ne vada prima del tuo arrivo. Poi ci divideremo fra noi le città di questo Egitto”.

 

Il fatto assolutamente inatteso emerso da questo passo è che l’Apophis contro il quale combatté Kamose è quello stesso Aweserra il cui nome, trovato insieme a quello di Khayan sulla parete di un tempio a Gebelen, costituisce la prova principale che la penetrazione Hyksos era giunta fino a quell’estremo punto del Sud. Tutto il tenore della grande iscrizione attesta che il detto Apophis, probabilmente l’ultimo di questo nome, non estese mai il suo dominio oltre Khmun, salvo la breve occupazione di Gebelen (Pi-Hathor), e non esiste nessuna vera prova che qualche altro principe della sua stirpe ci sia riuscito. L’inizio della tavoletta Carnarvon aveva rivelato l’esistenza, fino allora ignorata, di un regno cushita indipendente, e il passo ora citato lo conferma.

Inoltre di recente sono venute alla luce alcune stele provenienti da Wadi Halfa e recanti dediche di funzionari dal nome egizio che verso quest’epoca erano al servizio del “capo di Cush”. Ma i cortigiani, rispondendo a Kamose, avevano affermato che Elefantina era saldamente in loro potere, ed è evidente che per il momento il re non si preoccupava dei vicini nubiani, né di alcun’altra località a nord della prima cateratta fino a Khmun, tutti i suoi sforzi essendo concentrati nella cacciata degli Asiatici. La stele da poco scoperta si conclude con il racconto del trionfale ritorno di Kamose nella capitale, acclamato da una popolazione in preda a una gioia quasi isterica.

 

Però il destino aveva decretato che il vincitore definitivo degli Hyksos non fosse lui. Questa gloria doveva toccare al suo successore, Ahmose I (Amosis in Manetone), che le generazioni future avrebbero onorato come fondatore della XVIII dinastia.

 

Fonte:  Egitto antico.com

Link: http://www.egittoanticosito.com/

Link: http://www.egittoanticosito.com/history/end_hyks.htm

 

 

 

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