CINQUE SPUNTI DI RIFLESSIONE PER FOTOGRAFI INSODDISFATTI DEL PROPRIO CORREDO

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Bisogna avere il fuoco dentro

 

 

Quanto sto per scrivere potrebbe apparire crudo, antipatico, fin anche scostante, ma – ahimè – come si suol dire: la realtà dei fatti non sempre è gradevole. Ma quel che conta, alla fine della lettura, è se quest’ultima possa o meno essere stata utile.

 

  1. Il mito del corredo ideale

 

Moltissimi fotografi, principianti e non, trascorrono gran parte della propria vita fotografica alla perenne ricerca del “corredo ideale”, spesso senza neanche rendersene realmente conto o, peggio, senza volerlo ammettere, prima di tutto a sé stessi.

 

Naturalmente, tutti o quasi siamo ben consapevoli che il corredo ideale non esiste: è solo un mito, una ingenua chimera cavalcata nei decenni da un marketing tutt’altro che ingenuo verso (o meglio, contro) una ingenua clientela. E chiedendo ad ognuno, dalle risposte si potrebbe essere tentati di pensare che tale consapevolezza sia reale.

 

Tuttavia, un conto è non inseguire volontariamente una chimera, ben altra cosa è, invece, non finire col farlo inconsapevolmente. Se invece di limitarci alle risposte che ci vengono date a fronte di una domanda diretta, ci mettiamo ad osservare i comportamenti effettivi dei nostri amici e conoscenti fotografi, possiamo facilmente constatare che la gran parte di essi predica bene ma razzola davvero male.

 

Al che, dovremmo porci ragionevolmente una domanda: se così tanti sono vittime inconsapevoli di questo mito, siamo proprio sicuri di non esserne vittima anche noi stessi? Perché il fatto non è affatto trascurabile, ma comporta gravi conseguenze.

 

Infatti, continuare ad inseguire un simile mito – consapevolmente o meno, poco importa – conduce inesorabilmente ad un perenne stato di insoddisfazione, che può degenerare in vera e propria frustrazione. Tale fenomeno è molto diffuso (e non riguarda solo la fotografia, ma è comune a tanti altri settori), al punto che gli è stato dato anche un nome: “Sindrome del Santo Graal”.

 

PRIMA RIFLESSIONE PROVOCATORIA: Come si può sperare di non essere confusi sulla scelta delle attrezzature se nella nostra mente inseguiamo – consciamente o meno – un obiettivo che non è raggiungibile in quanto non esiste?

 

  1. Sopravvalutazione delle proprie capacità

 

Duole ammetterlo, ma la maggior parte dei fotografi – principianti e non (*) – non è assolutamente in grado di valutare con cognizione di causa l’adeguatezza o meno di una certa attrezzatura per le proprie esigenze (anche ammesso – e non concesso – che abbia ben chiaro quali queste ultime siano). Ripeto, duole ammetterlo, ma rifiutarsi di riconoscerlo è da stolti, basta ricordarsi il vecchio adagio: “se hai bisogno di chiedere, non sei in grado di decidere“. In altri termini, spesso la nostra frustrazione è principalmente conseguenza di un malinteso e ingiustificato “senso di amor proprio”.

 

SECONDA RIFLESSIONE PROVOCATORIA: Come si può sperare di non essere confusi sulla scelta delle attrezzature se – molto probabilmente, e che ci piaccia ammetterlo o meno – non abbiamo la competenza per valutarne l’idoneità effettiva?

 

– (*) Secondo alcune ricerche di indagine comportamentale, fatte dalle solite università americane, almeno il 75% dei fotografi professionisti non possiede tale grado di competenza, orientando le proprie scelte sulla base di quelle analoghe fatte dai colleghi ed attenendosi strettamente alla filosofia “finché funziona, non cambiare nulla”.

Nota del 2015. Penso che oggi, con lo spaventoso incremento negli ultimi vent’anni della complessità tecnologica delle attrezzature, unita alla evidente diminuzione del livello medio di cultura fotografica di base, tale percentuale sia purtroppo assai superiore.

 

  1. La “scimmia” d’acquisto

 

Già negli anni ’70 si parlava di acquisti fotografici impulsivi (anche se allora il termine “scimmia” non era stato ancora abbinato), ed i fotografi “veri” (non necessariamente i più anziani) si sforzavano di mettere in guardia i meno esperti sul cercare di non restarne vittima. Sembra proprio che da allora sia cambiato ben poco.

 

Infatti, sempre secondo le già citate indagini comportamentali, la stragrande maggioranza dei fotografi – principianti e non – che possiedono sufficiente grado di competenza per valutare l’idoneità delle attrezzature, non è soggetta al fenomeno dell’acquisto impulsivo, né alla correlata fase preliminare di “caricamento”, comunemente indicata col termine di “scimmia”. Possono magari acquistare d’impulso un accessorio, una lente, un qualcosa che gli appaia promettere di risolvere o semplificare un particolare problema, ma questo non ha nulla a che vedere col fenomeno in questione, e rientra nel normale schema dell’investimento lavorativo.

 

Al contrario, tutti gli altri fotografi vanno soggetti, chi più chi meno, alla “scimmia” in modo quasi sistematico, e ciò che frena questo “istinto quadrumane” dal trasformarsi sempre in acquisto impulsivo è, in genere, solo l’aspetto finanziario.

 

Non è mia intenzione aprire qui un “angolo dello psicologo dilettante”, quindi lascio ad ognuno le proprie riflessioni su questo argomento e mi limito ad esporne due delle mie, scherzose (nel tono, ma non nella sostanza) che risalgono al giorno del mio compleanno del 1981 e che scrissi a matita sul retro di un provino a contatto che ancora conservo:

 

La prima: “Questo è l’ultimo acquisto impulsivo che faccio” lo dicono i drogati!

 

In altri termini, se ci si vuole davvero liberare del problema, occorre pensare in termini attivi, non propositivi, ossia: “L’ultimo acquisto impulsivo l’ho già fatto!”

 

La seconda: L’astinenza suggerisce le SUE ragioni in forma razionale e convincente!

 Non credo necessiti di spiegazioni.

 

TERZA RIFLESSIONE PROVOCATORIA: Come si può sperare di non essere confusi sulla scelta delle attrezzature se – molto probabilmente, e che ci piaccia ammetterlo o meno – anche se cerchiamo di informarci quanto possibile per sopperire alla nostra carenza di competenza, poi alla fine ci ritroviamo ad agire sotto la spinta di un impulso interiore che prevarica ed inganna ogni valutazione razionale?

 

  1. La confusione che proviamo ha origini lontane

 

Ci siamo mai domandati: “Ma io, perché voglio fotografare?” Forse ci sembra di essercelo chiesti tante volte, e – forse – l’abbiamo fatto davvero, così, superficialmente, magari per rispondere a questa domanda postaci da qualcun altro. Ma siamo sinceri, almeno con noi stessi: ce lo siamo mai domandati DAVVERO? E soprattutto, ci siamo mai risposti DAVVERO?

 

Vi dirò quel che ne penso e permettetemi di essere scettico ma sincero: ne dubito fortemente. Non ho bisogno di leggere ricerche o sondaggi per poter dire che ritengo che ben pochi si siano posti DAVVERO tale domanda, e che ancor molti di meno si siano DAVVERO dati una risposta o che ci abbiano anche solo provato.

 

E sapete perché ne sono così sicuro? Perché ho imparato per esperienza che chiunque si sia DAVVERO posto tale domanda e sia riuscito a darsi DAVVERO una risposta, magari imprecisa ed approssimativa, ma intellettualmente onesta, chiunque l’abbia fatto ha visto la confusione che l’affliggeva dissolversi come nebbia al vento e poche o nessuna “scimmia” è rimasta a bussargli nella testa.

 

Ne volete una dimostrazione? Vi accontento subito.

 

Prendete un foglio di carta e scrivete la vostra risposta, quanto più possibile completa ed esauriente, poi mettetelo da parte. Adesso fate la stessa cosa con tutti gli amici fotografi che conoscete e chiedete loro di mettere la risposta per iscritto, oppure trascrivetela voi stessi, cercando di fare attenzione a non influenzare minimamente la loro risposta, neanche involontariamente. Il modo migliore consiste nel fornir loro la domanda già scritta, con preghiera di essere quanto più possibile esaurienti senza diventare dispersivi, e nessun altra indicazione, rifiutandosi inoltre di rispondere a qualunque richiesta di chiarimento.

 

ATTENZIONE! SE VOLETE CHE IL TEST SIA DAVVERO UTILE DOVETE SCRIVERE LA VOSTRA RISPOSTA ASSOLUTAMENTE PRIMA DI CONTINUARE A LEGGERE.

 

Se avete già letto quel che segue la vostra risposta ne sarebbe irrimediabilmente alterata.

 

Alla fine di tutto questo lavoro rileggete con calma, una dopo l’altra, tutte le risposte. Adesso, analizzandole con calma potrete constatare che nella stragrande maggioranza dei casi si parla del “cosa” si vuol fotografare, magari anche del “come”, ma poco o nulla ci si sofferma sul “perché”, e quel poco – quando c’è – rimane molto superficiale.

 

In una risposta consapevole, invece, non trovate neanche traccia del cosa o del come: ci sono solo motivazioni, più o meno ben definite, ma chiaramente delle motivazioni, insomma dei perché!

 

QUARTA RIFLESSIONE PROVOCATORIA: Come si può sperare di non essere confusi sulla scelta delle attrezzature se – molto probabilmente, e che ci piaccia ammetterlo o meno – non abbiamo reale consapevolezza della vera molla interiore che ci spinge? Come si può sperare di riuscire a soddisfare qualcosa che appartiene al nostro intimo se non scopriamo prima chiaramente cosa questo qualcosa in effetti sia?

 

 

  1. Miti e leggende nel web (**)

 

Bene! Dopo aver letto i quattro punti qui sopra ci siamo guardati allo specchio dritti negli occhi e siamo adesso finalmente consapevoli di tutte queste cose. Non ci facciamo più false illusioni, prendiamo atto di tutte queste nostre carenze e vogliamo fare tesoro di questa nuova benvenuta consapevolezza. Certo, è una gran bella sensazione: forse – dico, forse!? – siamo finalmente sulla strada giusta! Forse – ripeto, forse!? – oggi sarà una data memorabile, quella che segnerà l’inizio del nostro passaggio da fotografanti a fotografi!

 

Cosa facciamo adesso? Ma è chiaro: dobbiamo costruirci una cultura fotografica seria e per cominciare ci servono informazioni, chiare e attendibili, per sopperire alle suddette carenze. Giusto? Giusto! Bene, e dove le cerchiamo queste informazioni? Ma è chiaro anche questo: sul web, è naturale. Giusto!?… Giusto?!… ehmmm… abbiamo detto, giusto???… … PAAAATAAANTAAATRRRAAAAACK!!!…

 

Macch’e’ssuccièsse?… Oh Maronna d’o’Carmine, chisto guaglione HA SVENUTO ATTERRA!!!

 

Tranquilli, è stato solo un mancamento momentaneo… sto bene… ora mi rimetto seduto e riprendo a scrivere… giusto un minuto per riprendermi…

 

Vabbene, è stato un breve momento di relax! Prometto che vi risparmio la descrizione della mia reazione in versione sceneggiata napoletana (che adoro, anche se sono sardo, ma quella teatrale non cine) a condizione che concordiate con me che scegliere il web come fonte d’informazione per costruirsi una cultura su qualcosa (***) sia solo folle ingenuità. Ovviamente, sul web le informazioni precise e attendibili ci sono, ma sono minuscoli atolli dispersi in un mare magnum di sciocchezze, che circonda continenti popolati da miti e leggende. Trovare questi atolli è peggio del classico cercar aghi nei pagliai. Andare in giro a chiedere informazioni ai passanti per la strada sarebbe sicuramente meno insensato.

 

Ma anche quando ti imbatti in informazioni attendibili, come le riconosci? Come le distingui? Non è che gli altri scrivano nel sito “Qui diciamo sciocchezze” (però m’intriga l’idea di fare la prova e vedere quante copie venderebbe una rivista che s’intitolasse “Sciocchezze Fotografiche”! Mmmhhh…).

 

Il fatto è che per essere in grado di RIconoscere le cose sensate per separarle dalle sciocchezze è necessario già conoscerle prima. Ma in tal caso, probabilmente non avremmo bisogno di cercarle. Insomma, è un classico circolo vizioso, un cane che si morde la coda.

 

Ma allora, se è così, come se ne esce?! Beh, non se ne esce proprio. Se impieghiamo il web come fonte d’informazione per costruirci una cultura su qualsiasi argomento, dobbiamo rassegnarci a patire profonde e continue delusioni, imboccare continuamente strade sbagliate ed altrettanto continuamente dover ritornare sui nostri passi. Nella migliore delle ipotesi, se siamo fortunati e sufficientemente testardi da insistere, otterremo in dieci anni gli stessi progressi che un buon insegnante ci farebbe fare in un paio di mesi, forse anche meno.

 

QUINTA RIFLESSIONE PROVOCATORIA: Come si può sperare di non essere confusi sulla scelta delle attrezzature se – molto probabilmente, e che ci piaccia ammetterlo o meno – ci affidiamo ad una fonte di informazione costituzionalmente inaffidabile?

 

– (**) Nell’articolo originale era “Miti e leggende nei circoli fotografici e sulla carta stampata”. Il web li ha quasi completamente sostituiti entrambi (circoli e riviste), devo dire in peggio, purtroppo, decisamente in peggio.

 

– (***) Con l’eccezione, almeno in parte, della matematica e dell’informatica applicata alla crittografia.

 

 

Conclusione

 

La conclusione è davvero breve, veloce come un’iniezione intramuscolare ben fatta, anzi tre!

 

Se state pensando di apportare cambiamenti radicali alla vostra attrezzatura fotografica e avete dei dubbi, allora non fatelo e fermatevi a riflettere.

 

Prima iniezione. Al 99% non sapete quel che state facendo. Se davvero fosse una scelta consapevole non avreste dubbi. Magari timori, questo si, ma nessuna indecisione.

 

Seconda iniezione. Se la molla che vi spinge è l’insoddisfazione del vostro corredo attuale, allora ancora al 99% le ragioni di tale insoddisfazione non sono affatto quelle che credete. In tal caso è indispensabile che riusciate a identificarne le vere cause. Non serve andare da uno psicologo (a meno che non vi chiamiate Woody Allen!), basta mettersi lì a riflettere, serenamente e con onestà intellettuale, sulle VERE ragioni che vi portano a fotografare. Ci vorrà qualche giorno, forse qualche settimana, ma vedrete che alla fine ci riuscirete e comincerete finalmente a vedere la fotografia in un modo nuovo. E, mi raccomando, fino ad allora non comprate né vendete nulla.

 

Terza iniezione. Scegliete con molta attenzione a chi chiedere consiglio, perché ci sono buone probabilità che anche chi ai nostri occhi appare un “guru”, in realtà ne sappia poco più di noi. In particolare, diffidate di chi vi illustra soluzioni senza esitazioni, ed ancor più di chi, nel cercare di capire come aiutarvi, vi parla più di attrezzature che di estetica. Anzi, da questi ultimi girate proprio alla larga, dal punto di vista fotografico, s’intende!

 

Ma la cosa più importante è che prima, durante e dopo le iniezioni, rimaniate rilassati. Come? Ecco come.

Uscite di casa e prendetevi mezza giornata per andare a fare fotografie, come al solito, ma SENZA portare con voi l’attrezzatura fotografica. Non sto scherzando, dico sul serio: fate tutto esattamente come se doveste fare delle riprese, ma senza fotocamera. Al massimo, se c’è gente, vi concedo di evitare di gesticolare nell’aria, per non farvi prendere per matti. So che se non l’avete mai fatto prima, anche la sola idea vi sembra una sciocchezza ed in questo momento state dubitando delle mie facoltà (magari in conseguenza della caduta dalla sedia descritta più sopra!). Però confermo quanto ho detto, sono sano e serio: è un esercizio utilissimo, che ci permette di “osservare dall’interno” il nostro approccio alla fotografia e del quale magari parleremo in un altro articolo. Per il momento, perciò, limitatevi a prendermi in parola: fatelo e mi ringrazierete!

 

Cinque  Riflessione Di  Fotografi  “Insoddisfatti” 

 

Se chiedete alla maggioranza dei fotografi professionisti perché abbiano scelto tale professione, la gran parte di loro, soprattutto se affermati e/o intellettualmente onesti (cioè che possono dire e dicono quel che pensano senza remore), vi risponderanno qualche cosa di simile:

perché mi illudevo di poter fare come lavoro una cosa che mi piace.

 

La più bella ed arguta descrizione che ho mai trovato è questa:

“Come professionista posso fare per lavoro quello che mi piacerebbe di più al mondo fare come lavoro, se non fosse che lo devo fare per lavoro!”

 

Un’altra molto bella:

“Se potessi tornare indietro mi cercherei un lavoro completamente diverso, che mi desse di che vivere ma che mi lasciasse la metà del tempo libero, durante il quale potrei fare professionalmente il fotografo NON professionista!”

 

Di entrambe non sono sicuro dell’autore quindi non lo scrivo.

 

Il pensiero di Zack Arias:

“La differenza tra fotoamatore e professionista è molto semplice: il professionista è un ‘problem solver’, è quello cioè che riesce a portare a casa il risultato che gli serve e quando gli serve; il fotoamatore è quello che porta a casa il risultato che gli garba e quando gli riesce. (…) In genere il fotoamatore si diverte molto più del professionista! (…) Ogni ottimo fotografo è stato all’inizio e per lungo tempo un pessimo fotografo.”

 

… e quello di Henry Cartier Bresson:

“La differenza tra fotoamatore e professionista è fondamentalmente data dall’esperienza (…) almeno le prime diecimila fotografie di qualunque fotografo sono generalmente inguardabili (…) La cosa più difficile è riuscire a vivere di fotografia continuando a fotografare quel che vuoi, invece di quel che devi! E se ci riesci, devi riconoscere che è stata più fortuna che bravura…”

 

 

Fonte: Forum Foveon.it

Link: http://forum.foveon.it/index.php?topic=3367.msg25345#msg25345

 

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