ETIOPIA: ITALIANI, GENTE NON TANTO BRAVA

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Morti etiopi ammassati dopo l’attacco di Graziani

 

 

Nel monastero di Debre Libanos, dove sessantotto anni fa gli uomini del maresciallo Graziani massacrarono a sangue freddo forse duemila fra monaci e pellegrini per vendetta.

Di Emiliano Bos

Debre Libanos. Inerpicarsi nella stagione delle piogge sui monti Entoto, alle spalle di Addis Abeba, è come essere catapultati in una cartolina delle Highland scozzesi. Cielo plumbeo e un caleidoscopio di tonalità di verde. Abbandonate le ultime baracche della capitale, la strada si attorciglia in tornanti, porta a un valico che spalanca gli altipiani dello Scioà, culla degli imperatori d’Etiopia.  All’alba, una teoria infinita di donne, adolescenti e anziane – a piedi nudi – scende in senso opposto verso la città. Sulla testa, il fardello di fascine di legna: moneta di scambio dell’economia informale al mercato di Addis Abeba, distante ancora un’ora di cammino.  Qualche chilometro più in là ci si rende conto dell’interminabile salita che queste sherpa etiopi hanno percorso insieme ai loro muli prima di svalicare in discesa verso la capitale. Lo stradone ora s’allarga: l’antica direttrice – che conduce ai santuari ortodossi a nord del Paese e alla valle del Nilo – porta le cicatrici del periodo coloniale. Conduce a uno dei luoghi della memoria più tristi dell’occupazione fascista tra il 1935 e il `41: il monastero di Debre Libanos, dove un numero ancora imprecisato di monaci, diaconi e pellegrini – di certo oltre 1.400, probabilmente più di 2.000 – venne massacrato per rappresaglia all’attentato cui scampò nel 1937 ad Addis Abeba il maresciallo Rodolfo Graziani, Viceré d’Etiopia.

«La pagina più odiosa del colonialismo italiano»,  la bolla Angelo Del Boca, storico e giornalista, studioso di quel periodo.

Cento km d’asfalto

«Di recente la strada è stata riasfaltata grazie alla generosità dei giapponesi, ma solo per cento chilometri» sogghigna Meskel, che guida con disinvoltura il fuoristrada. A destra e a sinistra praterie verdissime, punteggiate di capanne. I cow-boy dell’altopiano cavalcano avvolti nel gabi, un mantello bianco che li fascia stretti. Eucalipti, acacie e qualche agave. Distese di tef, il cereale usato per impastare l’injera, il pane soffice che è qualcosa di più di un piatto nazionale. Un’improbabile stele – di dubbio gusto proprio qui, nella terra che ha generato questi monumenti funebri – conferma a imperitura memoria dei non molti automobilisti di passaggio l’investimento di riqualificazione stradale del governo nipponico. Una curva brusca a destra e il terreno d’improvviso sconnesso introducono al santuario di Debre Libanos.

Benvenuti nella Lourdes d’Etiopia.

«Vaticano» degli ortodossi. Santuario fondato nel XIII secolo – si dice – da Tekla Haimanot, uno dei santi più venerati di tutto questo paese, che oggi con oltre 70 milioni di abitanti è il secondo più popoloso dell’intera Africa. Con le sue 85 comunità etniche è un mosaico di popoli e culture quasi unico nel continente. I fedeli arrivano qui a migliaia a bordo di ogni mezzo di trasporto. Poi camminano qualche chilometro prima di raggiungere la spianata del santuario. Sul ciglio della strada pellegrini, mendicanti, venditori di souvenir religiosi, anziani, piccoli vestiti di cenci, aspiranti parcheggiatori per i veicoli dei pochi turisti. Ma soprattutto una distesa di ammalati, storpi e menomanti: qui la cecità costituisce ancora un handicap diffusissimo (6 medici ogni 100.000 abitanti), una condanna senza appello alla miseria. È olfattivo il primo impatto sul piazzale del monastero: un fetore acre prende lo stomaco. L’odore della malattia.

Dell’antico edificio non resta più nulla, incenerito nelle lotte secolari tra cristiani e musulmani. Quella attuale è una chiesa costruita nel 1961 per volontà di Hailé Selassié. Il cupolone ora accesso dal sole sovrasta due blocchi cubici marmorei, sulla facciata le vetrate istoriate filtrano i raggi. Il caravanserraglio di rumori sembra fermarsi davanti alla sobria cancellata d’ingresso. Sul piazzale si prega sotto variopinti ombrelli colorati, spicchi color arcobaleno usati nelle cerimonie ma utili anche per difendersi dal caldo che inizia a picchiar forte. Quello che non si vede, dal sagrato, è la posizione mozzafiato di questo tempio. Abbarbicato sugli strapiombi di una rupe che poi precipita in un canyon scavato dall’erosione delle acque, non lontano dal leggendario Nilo Azzurro.

Cospiratori eritrei

In questo luogo sacro e isolato cercarono rifugio Moges Asgedom e Abriha Deboch, i due giovani cospiratori originari dell’Eritrea che lanciarono una gragnola di bombe a mano contro Graziani nel febbraio di 68 anni fa. Ne è certo Jan Campbell, esperto di sviluppo sostenibile della Banca Mondiale e appassionato ricercatore della storia recente d’Etiopia. «Fuggirono probabilmente nella notte da Addis Abeba a bordo di una Plymouth americana, come mi ha confermato Ato Tebeba Kassa, un testimone dell’epoca», racconta per telefono da Washington.

Le truppe italiane, dopo aver disseminato di morti la capitale etiopica («con gli strumenti del più autentico squadrismo fascista», annotò Ciro Poggiali, inviato speciale del Corriere della Sera), salirono a nord verso l’antico santuario copto, sotto i comandi del generale Pietro Maletti.

Del Boca ha ricostruito che nella loro marcia di avvicinamento a Debre Libanos, gli zelanti esecutori fascisti – tra cui i «feroci eviratori della banda di Mohamed Sultan» – bruciarono oltre 115.000 tucul (le tipiche capanne), tre chiese, un convento e 2.523 ribelli.

Giunti nella zona del santuario, Maletti ricevette le prove di una rapida inchiesta che avrebbe confermato la complicità dei monaci di Debre Libanos con gli attentatori.

In risposta, Graziani telegrafò a Maletti: «Passi per la armi indistintamente tutti i monaci, compreso il vicepriore». «La carneficina – dice oggi Del Boca – venne compiuta senza un minimo di certezza, ma solo per il sospetto che due eritrei coinvolti nell’attentato si fossero rifugiati dai monaci».

L’indagine dei carabinieri «fu troppo rapida, si comportarono in modo ignobile» aggiunge il professore torinese, 80 anni, che sta scrivendo un altro libro sul periodo coloniale, nel quale rievoca questo massacro (eloquente il titolo del volume: «Italiani, brava gente?»).

Le ricerche storiche hanno permesso ormai di costruire con ampi margini di chiarezza quello che avvenne: monaci, sacerdoti, diaconi, pellegrini e il vicepriore di Debre Libanos, vennero passati per le armi. «Maletti – spiega ancora Del Boca – si trovò davanti circa 4-5000 persone e fece una selezione. Se le cifre di Campbell e dello studioso etiope Degife Gabre Tsadik sono corrette, le vittime potrebbero essere oltre 2.000. Furono massacrati anche i poveri pellegrini arrivati il giorno prima a Debre Libanos». Alcuni vennero uccisi nella zona del convento; i cadaveri vennero trasportati con i camion verso il canyon a sette-otto chilometri dal luogo del crimine. Altri invece, sempre a bordo di camion, furono portati in un villaggio isolato e finiti a colpi di mitragliatrice sul bordo di un dirupo, precipitando nella gola di un torrente.

Radicale repulisti

Era il «radicale ripulisti» voluto da Graziani e già compiuto contro tutti gli oppositori ad Addis Abeba nei due mesi successivi all’attentato.

Il Viceré – ricevuto da Maletti un dettagliato resoconto dell’eccidio – inviò soddisfatto questo telegramma al Duce: «È titolo di giusto orgoglio per me aver avuto la forza d’animo di applicare un provvedimento che fece tremare le viscere di tutto il clero, dall’Abuna all’ultimo prete o monaco».

Più che farle tremare, quelle viscere vennero disseminate nella stretta gola di Zega Waden, una manciata di chilometri a nord del monastero. «A Laga Wolde, presso il villaggio di Shinkurt’» conferma Campbell, che di quella terribile esecuzione di massa possiede uno schizzo preciso, eseguito forse da un italiano. Mostra la stretta gola asciutta di un torrente, i camion carichi delle vittime predestinate, e i treppiedi delle mitragliatrici posizionati per aprire il fuoco: i fucili dei plotoni di esecuzione, infatti, non sarebbero bastati. Sotto il precipizio, resta una desolante «valle della morte», dove negli Anni Novanta Campbell e Gabre Tsadik hanno ritrovato teschi, ossa e frammenti di tuniche bianche corrose dal tempo.

«L’ultimo testimone del massacro è morto qualche mese fa» ci dice il diacono Belet Agash, una delle guide del monastero. «

Nel maggio del 1974 la gente ha raccolto le ossa dei caduti di Shinkurt’ e ha costruito questo piccolo sacrario» aggiunge Belet, anch’egli avvolto in un pesante gabi bianco, con un cappello di lana calcato sulla fronte. All’esterno della cancellata del monastero mostra l’unico monumento funebre dell’eccidio di Debre Libanos. Un piccolo edificio in muratura bianca, a un piano, circondato da una piccola balaustra di ferro e erba incolta. Sono sul tetto ci sono dei ragazzini. Un targa in amarico ricorda la strage di monaci e pellegrini. Impossibile entrare. «All’interno ci sono tre casse con le ossa di circa seicento persone». E le altre? Il diacono alza le spalle, come a dire «Non so». Probabilmente, sussurra, sono ancora nel dirupo. Sicuramente dimenticati dalla storia e dagli italiani. Forse anche dagli etiopi.

Guerre d’Africa dell’Italia nera 

«Con l’Etiopia abbiamo pazientato quarant’anni. Ora basta!»: così il 2 ottobre 1935 Benito Mussolini annuncia l’inizio della guerra contro l’imperatore Hailé Selassié. È l’ultima tappa della disastrosa avventura coloniale italiana e fascista. Dopo la clamorosa batosta di Adua nel 1896, la campagna di Libia nel 1911-12, la conquista della Somalia (in realtà «affittata» dal sultano di Zanzibar per 150.000 sterline e poi comprata) il Duce vuole un impero.

All’inizio di maggio del 1936 il generale Pietro Badoglio conquista Addis Abeba: Mussolini proclama l’Impero italiano d’Etiopia e assegna la corona a Vittorio Emanuele III. Il prezzo pagato dagli etiopici è enorme: nella campagna militare sono utilizzati in modo indiscriminato gas chimici e armi batteriologiche. Secondo Angelo Del Boca, fino al 1939 vengono sganciate 2.121 bombe all’iprite, per un totale stimato in 500 tonnellate. Negli archivi italiani sono conservati i telegrammi del Duce che autorizzano «l’uso di qualunque gas e dei lanciafiamme su vasta scala». L’Etiopia è la pagina più tragica dell’intero periodo.

Dopo l’attentato dal quale scampa il 19 febbraio 1937 ad Addis Abeba, il viceré Graziani lancia una durissima rappresaglia. In pochi giorni mette a ferro e fuoco la capitale. Camicie nere, civili italiani ed ascari libici sterminano un numero imprecisato di etiopi: 1.000 morti secondo Graziani, da 1.400 a circa 6.000 stando ai testimoni stranieri, oltre 30.000 per la storiografia etiopica. «Sto facendo fare tabula rasa senza misericordia» scrive il Viceré al Duce: oppositori, ribelli, l’intellighenzia della comunità Ahmara – deportati in veri campi di concentramento. La vendetta si abbatte poi su indovini e cantastorie, accusati di vaticinare la caduta dell’impero. Infine sul clero, come dimostra la strage di Debre Libanos. I

massacri perpetrati dagli italiani provocano una sollevazione che in breve porta alla sconfitta del fascismo in Africa. Il Duce – di lì a poco – trascina l’Italia e l’Europa nell’abisso del secondo conflitto mondiale, facendo dimenticare il genocidio africano e i crimini di guerra coloniali, rimasti a tutt’oggi impuniti. (ma. bo.)

 

Fonte: srs di Emiliano Bos da il manifesto – 05 Maggio 2005

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