OMINIDI A ISERNIA LA PINETA E…FORSE…UNA CAPANNA

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 Isernia la pineta, paleosuolo.  In questo fotografia, tra le ossa e i sassi, si vede una forma circolare senza nessun oggetto. Negli scavi archeologici è la classica impronta lasciata da una buca dove era infisso un palo

 

Verona 25 giugno 2010

 

Oggi sono passato da Alberto   Solinas per avere alcune informazioni sulla Postumia a Verona. Prima del congedo  Alberto mi blocca e mi dice: Lo sai della “capanna” di Isernia la pineta, beh sto vedendo che non sono più il solo a pensare ad una possibile  costruzione eseguita dall’uomo.  Ho recuperato un libro della Giunti editore, scritto da  Alberto Salza,  (Ominidi uomini e ambienti di tre milioni di anni fa) che propone un’ipotesi di:  Isernia come un atto deliberato dell’uomo.

Ti ho estrapolato  alcune pagine.

 

PALEOSUOLO

 

(…) Ciò che apparve ai ricercatori valse la scommessa: migliaia di ossa di  animali mescolate a centinaia di utensili. I reperti sono così numerosi e ammucchiati che spesso si corre il rischio di danneggiarne uno mentre se ne scava un altro. La prima cosa che salta agli occhi, già sul terreno, ma ancor più osservando il rilievo delle prime superfici del paleosuolo portato alla luce (pochi metri quadrati, rispetto alla totalità del sito), è la non casualità della disposizione di ossa, sassi e utensili. Isernia appare come un atto deliberato dell’uomo, e non  come effetto di forze casuali, quali si possono riscontrare nei “mucchi idraulici” dovuti all’ acqua di torrenti sufficientemente impetuosi da trasportare per grandi distanze anche ossa di pachidermi.

 

Bisogna comunque dire che anche quest’ipotesi è stata recentemente formulata, e occorrerà attendere i risultati di sofisticati esperimenti di tafonomia prima di poter trarre conclusioni definitive.

 

Esistono però dei fatti, a Isernia, piuttosto singolari. Qualunque sia stata la forza che ha ammassato ossa e utensili (cerchiamo di non essere troppo antropocentrici) bisogna dire che lo ha fatto in “modo differenziale”, come direbbero gli specialisti. Ha, cioè, selezionato solo alcune parti degli animali e non ha agito su tutto lo scheletro.

 

Dei bisonti, che sono i fossili più abbondanti (più di 100 animali), si trovano soprattutto i crani. Così avviene anche per i rinoceronti, che però hanno sempre il nasale spezzato – sembrerebbe – in modo intenzionale (recentemente, tuttavia, ho potuto osservare che nella savana si trovano spesso crani di rinoceronte con fratture analoghe, soprattutto nei letti dei fiumi secchi). Degli elefanti a Isernia si trovano zanne e ossa lunghe (zampe, costole). Numerose, poi, di tutti gli animali, le mandibole e le scapole, ossa particolarmente piatte e larghe. Anche i massi di travertino che si trovano frammisti alle ossa sono tutti di dimensioni piuttosto notevoli e di grandezza abbastanza uniforme. Non esiste nemmeno uno scheletro che sia completo.

 

A guardare bene quest’accumulo del  paleosuolo  di  Isernia, riesce davvero difficile pensare che sia tutto frutto del caso.

 

 

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Disegno del paleosuolo di Isernia la pineta con i massi che delimitano “la capanna”

 

 

CHI  E  PERCHE’

 

Ma chi può essere stato il protagonista di una “costruzione”  di così vasta portata?

 

A Isernia, contrariamente a quanto avviene spesso, la popolazione locale ha “adottato” lo scavo e gli scavatori come se facessero parte della comunità. L’entusiasmo è tale che si organizza un vero e proprio tifo sportivo in attesa che, tra le ossa di animali, appaiano i resti degli ominidi. Finora la ricerca è stata vana, anche se il sito è cosparso di utensili lavorati: dai rozzi chopper trita tutto ai più sofisticati denticolati adatti a tagliare la carne e, forse, a forare le pelli.

 

Il desiderio popolare per la comparsa sulla scena di Homo aeserniensis è così forte (la gente ci chiedeva per la strada a che punto fossimo con le ricerche, quasi si trattasse di un’indagine poliziesca) da produrre nel febbraio del 1988 1’emissione di un francobollo  commemorativo. Speriamo sia di buon augurio. Mi spiace deludere però l’ ospitalissima gente di Isernia, ma è ovvio che (almeno fino a prova contraria) non c’è bisogno di scomodare una nuova specie di ominidi per identificare il protagonista della nostra storia. Le datazioni, di cui parleremo più diffusamente, indicano che il paleosuolo risale a circa 730.000 anni fa, in piena era di Homo ergaster evoluto (un tempo definito erectus).

 

A Isernia si narra che alcuni pastori abbiano trovato anni fa crani dall’aspetto “scimmiesco” e li abbiano gettati in un pozzo.  Mi posso immaginare la faccia terrea di Peretto quando gli è stata comunicata la notizia. Spesso, per un paleoantropologo, il lavoro si giustifica, almeno emotivamente, solo con la scoperta di fossili di ominide. D’altro canto, buona parte dell’opinione pubblica (e di chi sovvenziona le ricerche) lega l’importanza di un sito alla presenza di resti dei nostri affascinanti antenati. È come disprezzare le piramidi perché  la mummia del faraone non si trova più alloro interno.

Il paragone non è fatto a caso: a Isernia ci troviamo di fronte a un’impresa d’ingegneria di grande portata, data la sua età.  Se consideriamo che un uomo (ergaster, nonostante l’ etimo greco che indica la forza-lavoro, non era poi molto più robusto di noi, anche se sicuramente più resistente) può fornire meno di un cavallo vapore di potenza muscolare,

Il tappeto di ossa di Isernia avrebbe richiesto il lavoro cooperativo di centinaia di persone.  E questo è impensabile

 

CACCIATORI E RACCOGLITORI E BRUTI

 

Prima della scoperta di Isernia, gli antropologi si erano formati un quadro della vita di Homo arcaico basandosi sulle prove concrete della sua attività di cacciatore (utensili e ossa macellate) e di raccoglitore di vegetali spontanei.

 

Questo secondo aspetto è più difficile da dimostrare, ma, a partire dai dati sulle popolazioni attuali che non conoscono agricoltura e pastorizia, si deduce che i vegetali possono entrare nella loro dieta anche per il70% del valore alimentare totale.  Così succede per i San (Boscimani) del deserto del Kalahari. Questo tipo di sfruttamento delle risorse alimentari presuppone una grande dispersione di piccole bande sul territorio, per evitare competitività ed eccessiva pressione sull’ ambiente.

 

Se ai dati etnologici aggiungiamo l’equazione (tutta da dimostrare) “tanto più antico, tanto più primitivo”,  la nostra interpretazione della vita di Homo ergaster si trasforma in un quadro a tinte fosche dove esseri scimmieschi affrontano in gruppetti monofamigliari  durezze climatiche e ambienti ostili, alla mercé  di grandi predatori dai denti a sciabola.

Se guardiamo la loro anatomia, non sembrano avere la capacità di articolare un linguaggio. Di certo non fanno un uso organizzato del fuoco. Il loro psichismo, forse, non è ancora giunto alla coscienza di se.  Ergaster è un superpredatore,  e come tale si comporta.

 

Ecco perché Isernia, ci pare impossibile.

 

Tra le più antiche testimonianze di Homo in Europa si hanno i campi di cacciatori di Soleilhac, nel Massiccio Centrale francese, datati 800.000 anni, ma si tratta di abitati molto semplici, composti da un allineamento di blocchi di basalto e granito lungo 6 metri e largo 1,50.  È qualcosa che si adatta al nostro quadro della vita di una sparuta banda di cacciatori.

 

Ma a Isernia ci troviamo di fronte a qualcosa di molto diverso.

 

Persone che non conoscevano leve, ruote o altri marchingegni, hanno sollevato e spostato ossa che pesano, tutte insieme, parecchie tonnellate.  Le ossa sono state selezionate: gli animali, pericolosi rinoceronti,  grossi bisonti, elefanti alti 5 metri, e poi orsi e megaceri, venivano abbattuti altrove.

A guardare i miseri utensili in pietra, ci si chiede come facessero gli ominidi a macellare tutta quella carne, non parliamo poi di come potessero uccidere tutti quegli animali. Eppure gli uomini di Isernia l’hanno fatto,  li hanno abbattuti, scuoiati e macellati. Tutto ciò non è straordinario: era la vita di allora.

 

Ma a questo punto il quadro si complica. Qualcuno sceglie un femore dell’elefante ucciso, un altro la zanna.

Qualcuno si prende la briga, tecnicamente non facile, di staccare il cranio del rinoceronte dalle vertebre. Poi prende il corno, spezzando l’osso nasale. Si carica il trofeo sulle spalle: anche privo di carne pesa parecchi chili.  Ma l’uomo dell’ elefante è nei guai: non riesce neppure a sollevarli, il femore e la zanna. Allora arrivano altri che si danno da fare intorno alle carcasse. In tre o quattro cominciano a spostare le ossa dell’ elefante, qualcun altro aggiunge, di suo, il cranio accuratamente spolpato di un bisonte, animale perfettamente in grado di fare a pezzi un uomo. E poi, tutti insieme, scendono nella valle, verso il fiume. Ognuno posa le sue ossa, ma con criterio, a formare una specie di graticciato. È per questo che hanno scelto le ossa lunghe o quelle piatte: garantiscono una migliore stabilità sulla fanghiglia prodotta dalle esondazioni del fiume. E su questa base bonificata posano massi di travertino. A fianco, quasi in cerchio, vengono messi i crani, alternandone uno di bisonte e uno di rinoceronte, uno di bisonte e uno di rinoceronte, e così via. La capanna non deve essere solo funzionale: la bellezza della simmetria e dell’ ordine non sfuggono all’uomo di Isernia.(…)

 

LOGICA

 

(…)  La scena che abbiamo descritta è – come sempre – arbitraria. Le cose, però, possono essere andate così per molti anni. Ciò implica che gli ominidi dovevano vivere in gruppi molto consistenti (anche più di cento individui), per lo meno in alcuni periodi dell’anno, e che non erano nomadi in senso stretto, ma selezionavano i territori particolarmente favorevoli alla caccia grossa.  E che cooperavano anche in attività non esclusivamente di sussistenza.  E che avevano abilità cerebrali di organizzazione e pianificazione di un progetto del secondo ordine (bonificare, fare una casa).

 

Per tutto ciò avevano bisogno di regole sociali e, soprattutto, di  un linguaggio  articolato. (…)

 

(…) Per trovare un’ organizzazione dello spazio paragonabile a quella di Isernia bisogna arrivare a soli 70.000 anni fa, quando i cacciatori  edificavano in Siberia le capanne nella tundra (priva di alberi) usando, come materiale da costruzione, migliaia di ossa e zanne di mammut.  Ma erano già uomini come noi, incomparabilmente più “sapienti”  di Homo ergaster.

 

L’ipotesi dei ricercatori (almeno quella ufficiale) è che a La Pineta ci si trovi di fronte a una bonifica di un terreno paludoso,  realizzata per isolare l’insediamento umano dal fango del fiume.

 

Questo è possibile, ma alla nostra logica di Homo sapiens evoluto appaiono improvvisi enigmi: perché mai rompersi la schiena ad ammucchiare un inverosimile quantitativo di ossa per bonificare il greto di un fiume, quando il territorio era così vasto e la densità di popolazione così bassa che si sarebbe potuto fare il campo sulle colline, più sane e sicure?

 

La spiegazione non soddisfa la nostra mente pragmatica (miglior risultato con minimo sforzo). Ma noi, semplicemente, non sappiamo se ergaster avesse una logica. Pragmatica o no?

 

Non so resistere, però, al fascino di un’interpretazione personale.

 

Tra i San del Kalahari ho potuto osservare che essi fanno uso di midollo e di cervello crudi, estratti dagli animali cacciati, per la concia delle pelli. Midollo e cervello, infatti, contengono sostanze chimiche (come il tannino) usate anche dalla moderna industria conciaria.

La pasta di grasso animale viene fatta penetrare nella pelle seccata e priva di pelo con l’uso di pietre arrotondate. Ebbene, a Isernia la maggior parte delle ossa è costituita da crani aperti (cervello) e da ossa lunghe spaccate (midollo). Per di più, i manufatti presenti sono piccoli denticolati  (per forare le pelli?),  chopper e pietre arrotondate.  Le pelli, impastate con acqua e grasso per la concia (in prossimità del fiume), avrebbero potuto essere stese ad asciugare sul graticciato d’ossa. È, però, ancora la mia logica a suggerire quest’immagine fantascientifica di una prima conceria a tecnologia avanzata dell’umanità.

Per l’uomo di Isernia, forse, si trattava solo di un gioco. Perché no? (…)

 

Fonte: estratto da srs di Alberto Salza,  da  ONINIDI  uomini e ambienti tre milioni di anno fa  nuove scoperte.  Giunti Editore (1999)

 

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