VERONA: NEL GIALLO DELLE SELCI BLU ORA ENTRA ANCHE IL RIS

Girava sempre l’estate 2010  e a Verona si “vendeva tutto” e tutti i “sassi diventavano blu”

 

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All’assessore Erminia Perbellini vengono mostrate le selci che hanno preso il colore blu. (FOTO MARCHIORI) 

 

 

L’assessore alla Cultura Perbellini, in sopralluogo all’Arsenale, replica alle accuse di incuria:  «I reperti conservati in modo ottimale».  Ma a chiarire il mistero sono stati chiamati i carabinieri del nucleo scientifico

 

Reperti archeologici accatastati ad ammuffire in scantinati semidiroccati? «Falsità che offendono prima di tutto chi lavora alla conservazione di un patrimonio di enorme valore». L’assessore alla Cultura Erminia Perbellini replica piccata alle accuse piovute dal maggiore quotidiano italiano. E nel pomeriggio, a sorpresa, apre le porte a giornalisti e fotografi dei locali dell’ex palazzina comando dell’Arsenale, dove sono depositati centinaia di migliaia di resti.

 

«Non mi arrabbio quasi mai, ma di fronte a certe affermazioni non posso non indignarmi» esclama l’assessore. Sulla sua scrivania è aperto a pagina 23 il Corriere della Sera, con un articolo di fuoco, a firma Gian Antonio Stella, iniziato in prima pagina.

Il titolo non lascia spazio a dubbi: «La preistoria finita in magazzino». Vi si descrive un «panorama indecoroso». Una situazione, a detta del quotidiano milanese, nata dalla vendita e successivo sgombero dei palazzi storici, Castel San Pietro e palazzo Gobetti in cui gli antichi reperti erano conservati.

«Un panorama indecoroso. Che insulta», scrive Stella, «la ricchezza del nostro patrimonio e ci espone al sarcasmo di tutti quei musei del mondo che farebbero pazzie per avere una fetta di questa nostra torta lasciata andare a male». Il riferimento è alle centinaia di selci che misteriosamente hanno assunto un colore bluastro dopo il trasloco. Un vero e proprio giallo. Tanto che Comune e Soprintendenza, dopo aver messo all’opera i laboratori delle università di Trento e Firenze, hanno deciso di rivolgersi ai carabinieri del nucleo di tutela del patrimonio culturale, che potranno avvalersi delle sofisticate attrezzature del Ris di Parma.

 

«Il fatto più curioso», osserva Nicoletta Martinelli, tecnico della sezione preistoria del Museo di storia naturale, «è la rapidità del fenomeno, visto che nel giugno del 2009 non presentavano alcuna anomalia. Ci risulta che sia il primo caso al mondo e la cosa è tanto più strana in quanto le selci sono il tipo di reperti che danno meno preoccupazioni… siamo davanti ad un inedito problema di conservazione che diventerà oggetto di interesse scientifico». L’assessore allarga le braccia. «Perché ci siamo rivolti ai carabinieri? In questi casi non bisogna scartare nessuna ipotesi». Neppure che il danneggiamento sia stato intenzionale, quindi. Le analisi di laboratorio hanno trovato tracce di idrocarburi. Ma le stanze in cui sono conservati i reperti sono protette da sistemi di allarme i cui codici di accesso sono in possesso solo dei responsabili del museo.

 

Angelo Brugnoli, responsabile dei servizi del Museo di storia naturale, mostra le tre grandi stanze al piano terra dedicate alla preistoria, alla geologia e paleontologia e alla zoologia. I locali con i materiali biologici sono climatizzati per mantenere costante la temperatura. I pezzi sono collocati in scaffali, armadi e speciali contenitori ermeticamente chiusi, attrezzature costate circa 100mila euro. Al piano superiore, dove si trovano anche gli uffici, il tecnico responsabile della sezione botanica Francesco Di Carlo mostra le teche contenenti 260mila campioni. «Il primo erbario per importanza in Italia a livello di musei civici», sottolinea. Per eliminare parassiti e larve che li distruggerebbero in poco tempo, a rotazione i vegetali vengono messi in freezer a meno 40 gradi. Allo stesso piano ci sono anche le collezioni preistoriche risalenti a ritrovamenti degli ultimi decenni. C’è anche uno scheletro recuperato nella necropoli di Franzine Nuove, dell’Età del bronzo. «Tutto materiale già elencato e catalogato che con il trasloco abbiamo sottoposto a verifica e revisione» fa sapere Nicoletta Martinelli.

 

«Il materiale ora esposto al palazzo Pompei è di un migliaio di pezzi, solo una minima parte dei circa 2,5 milioni, insetti compresi, che possediamo e che sono a disposizione degli studiosi» spiega Brugnoli. Molti scaffali sono vuoti. «Alla faccia di chi parla di materiali accatastati», si scalda l’assessore Perbellini, «come vedete qui ci sono spazi ancora disponibili, perché vogliamo diventare attrattori di nuove collezioni».

Va bene, ma se il Comune è intenzionato a vendere anche lo storico Palazzo Pompei, dove sarà trasferito il museo? L’assessore non si sbilancia, ma l’ipotesi Arsenale, che ora ospita il deposito, sembra per ora accantonato. Per il restauro dell’edificio servirebbero almeno 80 milioni di euro e questi sono tempi di vacche magre. «È da almeno 35 anni che si dice che l’attuale sede si trova in una posizione infelice, servirebbe un’area comoda per i pullman, magari con la possibilità di costruire un acquario e un planetario, la palazzina dell’Arsenale la vedo più adatta ad un ampliamento degli spazi del museo di Castelvecchio, un’idea potrebbe essere il nuovo Polo culturale della Fondazione Cariverona degli ex Magazzini generali. È un’ipotesi, ma l’unica cosa certa è che non intendiamo smantellare un bel niente, checché se ne dica…».

 

Fonte: srs di Enrico Santi,   da L’arena di Verona di l Mercoledì 07 Luglio 2010, CRONACA, pagina 10

 

 

VERONA. PER LE SELCI  BLU, INTERVENGONO I RIS « L’ORDINE È DI FARE CHIAREZZA»

 

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Gli esperti mostrano una selce blu all’assessore Perbellini (a sinistra)

 

 

Ieri l’incontro per discutere del mistero dei reperti divenuti azzurri. Tinè: analisi anche sugli oggetti preistorici all’ex Arsenale

 

VERONA – Sarà il Reparto di Investigazioni Scientifiche dei Carabinieri a risolvere il giallo delle selci blu. Un mistero che sta diventando un caso scientifico.

 

A spiegarlo è il Soprintendente ai Beni Archeologici del Veneto Vincenzo Tinè reduce da un incontro congiunto ieri pomeriggio tra Soprintendenza, Comune di Verona, direzione e funzionari del Museo di Storia Naturale.

Obiettivo: «Avere quante più risposte scientifiche possibili sul fenomeno in modo da poter incrociare i dati» spiega Tine.

 

Bocche cucite in Comune,  con l’Assessore alla Cultura Erminia Perbellini che si limita a constatare la necessità «di fare in tutti i modi chiarezza, per capire i tempi, le modalità e le cause nelle quali abbia preso origine il fenomeno del viraggio cromatico che ha riguardato una parte importante del nostro patrimonio verso il quale abbiamo il dovere di tutela».

 

Dopo la scoperta delle selci preistoriche diventate blu a febbraio, con la denuncia del fenomeno da parte di Laura Longo, conservatrice del dipartimento museale a cui fa capo il materiale che da circa tre anni si trova in un locale dell’ex Arsenale (materiale in parte di pertinenza comunale e in parte statale), risale a maggio l’ispezione richiesta dalla Commissione Cultura del Comune. Dai due laboratori di analisi coinvolti, uno legato all’Università di Padova e uno a Firenze, esiti non proprio concordi:  per entrambi la causa del viraggio sta nella presenza di  idrocarburi, ma quello di Firenze ipotizza l’intenzionalità del «contagio».

Intenzionalità da sempre esclusa con decisione da parte del soprintendente Vincenzo Tinè che nei giorni scorsi aveva auspicato un chiarimento soprattutto su eventuali responsabilità.

Ora Tinè esclude sia dolo che responsabilità: «Al museo va restituita dignità e riconosciuta la serietà del suo lavoro. il fenomeno si è sviluppato in tempi rapidi e tutto ciò che si doveva è stato fatto».

 

Tine spiega ancora che «ieri, di comune accordo con l’assessore  Perbellini, è stata presa la decisione di allargare lo spettro delle analisi, sia agli altri oggetti preistorici conservati nel medesimo ambiente, anche quelli che non hanno subito il viraggio, sia coinvolgendo altri enti per le analisi ambientali. Oltre al laboratorio Spisal dell’UsI del Veneto già ingaggiato dal Comune, il Ministero vuole ingaggiarne dunque altri, tra cui il Ris dei Carabinieri».

 

Fonte: srs di Camilla Bertoni da Il Corriere della sera – cronaca di Verona di martedì 6 luglio 2010

 

 

VERONA E IL MISTERO DELLE SELCI BLU. LA PREISTORIA FINITA IN MAGAZZINO. VENDUTO IL MUSEO MARCISCONO IN CANTINA. I RISCHI DEL FEDERALISMO DEMANIALE.

 

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La conservatrice  del dipartimento mussale  Laura Longo  mostra alcune selci diventate blu

 

 

di GIAN ANTONIO STELLA

 

Risolto il caso delle mozzarelle blu, un altro giallo dilania gli studiosi: quello delle selci blu. Gli antichissimi reperti preistorici veronesi che, ammassati in un ex deposito militare, hanno misteriosamente cambiato colore. Come mai? Le opinioni sono diverse. Dietro lo scontro, tuttavia, emerge un problema se possibile più grave: la vendita (svendita?) di palazzi storici che erano stati donati alla città per ospitare musei.

 

Un tradimento dei benefattori deciso per costruire nuove rotatorie.  Sarebbe questa la famosa «valorizzazione» del patrimonio pubblico?

 

Il Museo civico di storia naturale di Verona, aperto nel 1861 nella scia di collezioni ancora più antiche, come il museo Calzolari del 1550 o  il  Moscardo del 1611, è organizzato  sul modello viennese in quattro sezioni: Geologia e Paleontologia,  Zoologia,  Botanica e Preistoria.  Sezione che, grazie ai ricchissimi ritrovamenti sui monti Lessini e negli insediamenti di palafitte sul lago di Garda e nella Bassa veronese, è una delle più celebri del pianeta.

 

Meglio: sarebbe. Se le quattro stanze un tempo dedicate alla preistoria non fossero state ridotte (con l’aggiunta di una aula per la didattica) a una sola di una cinquantina di metri quadrati.  Se il sito Internet del museo non fosse stato sostituito da un link nel portale del Comune dove accanto a due fotine non solo non si fa cenno ai tesori esposti  (l’incisione del leone e dello stambecco trovati al Riparo Tagliente, le ceramiche e i bronzi delle palafitte del Garda o della necropoli di  Franzine Nuove) ma  neppure all’esistenza stessa della sezione nella sede centrale di palazzo Pompei ma solo alla direzione e al magazzino ( non aperti al pubblico) all’ Arsenale.

 

Se infine lo spazio ridicolo rispetto all’importanza della raccolta (un esempio: gli studi sul Dna di  un neandertaliano trovato a Riparo Mezzena e la  scoperta. che aveva la pelle chiara, gli occhi azzurri e i capelli rossi sono finiti in copertina su «Science») non costringesse a tenere nei depositi migliaia di oggetti tra cui tutti quelli trovati negli ultimi 20 anni.  Compresi pezzi straordinari quali quelli recuperati dallo scavo subacqueo di Lazise.  Come un panino bruciacchiato conservatosi miracolosamente intatto o uno spillone da cerimonia di 50 centimetri.

 

Un panorama indecoroso. Che insulta la ricchezza del nostro patrimonio e ci espone al sarcasmo di tutti quei musei del mondo che farebbero pazzie per avere una fetta di questa nostra torta lasciata andare a male. Basti ricordare, come fa Laura Longo, conservatore di Preistoria, «che l’anno scorso una collezione raccoglticcia di 6231 pezzi è stata battuta all’asta  a Monaco a 107 milioni di euro».

 

Un panorama che spingerebbe un direttore alle dimissioni se, sottolineiamo a Verona, il direttore titolare del museo (non un funzionario nominato da Comune, magari bravissimo ma non specializzato: un vincitore di concorso come dicono la legge   e il buon senso) non  mancasse dal 1997. Un dettaglio che la dice lunga.

 

Il  «giallo delle selci blu» si inserisce in questo contesto. E ha il punto di partenza nella decisione presa anni fa dal Comune di indire un concorso internazionale per sistemare il grande e bello ma ammaccato Arsenale militare, così da trasferire il Museo di storia naturale lì.  Ma, ahinoi, il progetto messo a  punto dal vincitore, l’architetto inglese  David Chipperfield, prevedeva una spesa enorme. E si sa quanto le casse comunali si sian fatte di anno in anno sempre più povere.

 

Come tirar su i soldi per pagare questo e altri progetti?  Idea: mettendo in vendita un po’ di palazzi donati nei secoli al municipio.  Prima il Castel San Pietro, comprato dalla fondazione Cariverona, poi via via il Palazzo Forti, il Palazzo Gobetti, il Palazzo Pompei, l’ex Convento francescano di San Domenico.  Tutta roba di grandissimo valore.

Lo dice il sito Internet municipale.

Il convento? «Rappresenta una preziosa testimonianza artistica dell’architettura del XVI – XVII secolo».

Palazzo Gobetti? «È uno dei palazzi più caratteristici della rinascenza veronese, con armoniosa facciata quattrocentesca, balconi traforati e portale dagli stipiti finemente scolpiti». Insomma, non vecchie caserme o capannoni: gioielli.

 

Tanto che Palazzo Pompei  e Palazzo Gobetti sono (erano) sedi del Museo di storia naturale. E Palazzo Forti, dono «all’amata Verona» d’un ricco ebreo morto un anno prima delle leggi razziali, ospita la Galleria d’arte moderna. A proposito: cosa avrebbe detto, sapendo che quella sua donazione «per farei un museo» sarebbe stata stravolta anni dopo da sindaco e assessori? Amen, ha risposto il Comune.   Dichiarando di voler ricavare dalla vendita di questi ultimi edifici la bellezza di 115-milioni per ripianare i debiti, avviare il recupero dell’Arsenale, finanziare il Polo finanziario e altre nuove opere.

 

«Non sarà che poi, dato il valore dei palazzi, non ci si potrà manco piantare un chiodo?» s’interrogavano i possibili compratori.

Tranquilli, ha risposto ufficialmente il Comune on line: «Per detti immobili è stato adottato un apposito provvedimento urbanistico che ha assegnato le diverse destinazioni urbanistiche (residenziale, direzionale e commerciale) consentendo la più ampia possibilità di utilizzo». Rileggiamo: «la più ampia». Più chiaro di così! Al massimo, com’è accaduto per il «Forti» inutilmente difeso da migliaia e migliaia di cittadini, la Cariverona ha dovuto impegnarsi a lasciarci il museo per venti anni. Un periodo che per i tempi lunghi di una grande banca è un battere di ciglia. In compenso, invece di pagare i 65 milioni pretesi dal Comune ne ha pagati 33.

 

Chi si contenta gode? Sarà… Certo è che anche Palazzo Gobetti, messo in vendita per 10 milioni è stato venduto a 6 e mezzo scarsi. Per non dire del centralissimo palazzetto del Bar Borsa: in vendita per 6 milioni e mezzo, era stato ceduto per 4,8 alla «Valpadana Costruioni» ma due settimane fa è saltato fuori che di quei soldi, al Comune, non è arrivato un centesimo: nessun versamento, nessun rogito, nessun contatto ulteriore.

 

Nel frattempo, tutto il materiale preistorico che non potendo essere esposto per mancanza di spazio era in deposito parte a Castel  San Pietro e parte da Palazzo Gobetti, è stato sgomberato dagli edifici venduti e accatastato in due stanzoni al piano  terra e al primo piano dell’Arsenale che magari domani, ristrutturati, saranno stupendi. Ma oggi sono ne più ne meno che due magazzini semi diroccati. Cosa sia successo non si sa. C’è chi ipotizza, come Gilberto Artioli del dipartimento di Geoscienze di Padova, che il magazzino al piano terra fosse impregnato di qualche sostanza non ancora ben definita. Chi ritiene occorrono nuove analisi per capirci qualcosa. Chi ancora si avventura nell’immaginare un sabotaggio. Vero? Falso? Si vedrà.

 

Fatto è che mentre i pezzi al piano superiore, per quanto messi a rischio da umidità e sbalzi di temperatura, si sono conservati decentemente, quelli al piano inferiore hanno subito una sorprendente metamorfosi. Molti sono diventati, come dicevamo, blu. Subendo un danno così grave che per il conservatore Laura Longo, impegnata in una battaglia che le ha tirato addosso le ire del Comune, «in tanti casi non valgono più nulla: massicciata per le strade». Troppo pessimista? C’è da sperarlo.

 

Un punto, tuttavia, pare chiaro: la storia esemplare dei palazzi di Verona, dei clamorosi ribassi d’asta rispetto alle illusioni finanziarie, dello sfasamento tra la vendita (subito) dei musei di oggi in attesa (chissà…) dei nuovi musei domani, è la prova che il federalismo demaniale è come il tritolo: può essere utilissimo, ma va maneggiato con cura.  O sarà accompagnato da regole rigidissime (non complicatissime, ma rigidissime sì ho rischiamo che i Comuni, con l’acqua alla gola, ne facciano di tutti i colori.

Per carità, forse non vale la pena di calcare troppo sulla battuta con cui Flavio Tosi, il sindaco leghista, ha sbuffato contro il blocco dei lavori per un parcheggio sotterraneo dovuta alla scoperta di resti archeologici: «Meglio il parcheggio che la conservazione di quattro sassi». Testuale.

 

Fa però effetto leggere un titolo dell’ Arena dedicato al tema: «Palazzo Gobetti regala rotatorie a San Michele». Vi si legge che grazie alla vendita del palazzo che ospitava parte del museo di storia naturale, il Comune «ha stanziato 900mila  euro per la costruzione di due rotatorie a San Michele» e «un milione e 100mila per il campo sportivo Audace». Opere indispensabili, forse. Però…

 

Fonte: srs di Gian Antonio Stella da il Corriere della Sera  di martedì  6 luglio 2010 pag. 23

 

Link: http://www.corriere.it/cronache/10_luglio_06/stella-mistero-felci-blu_661cfa26-88c0-11df-9548-00144f02aabe.shtml

Link: http://www.corriere.it/

 

 

VERONA: SELCI BLU ED ARSENALE, RISPONDE IL SINDACO FLAVIO TOSI

 

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Flavio Tosi

 

 

Caro  direttore,

se il suo collega Gian Antonio Stella, per il quale nutro profonda stima, avesse potuto venire di persona a vedere l’ex Arsenale, si sarebbe reso conto che le cosiddette «selci blu» non «marciscono»  (come si legge sul Corriere della Sera del 6 giugno) in una «cantina» ma nei saloni al pian terreno (messi a norma dal Comune con una spesa di 790.618 euro) di quella che fu, fino al 2006, la Palazzina Comando dell’Esercito Italiano, i cui militari «blu» non risulta siano mai diventati. Sarei comunque lieto di accompagnare Lei o il suo collega Gian Antonio Stella a visitare l’edificio, per constatare come ne le selci, ne altri reperti archeologici, stiano marcendo o siano coperti di muffa: come ha rilevato anche il Soprintendente per i Beni Archeologici del Veneto Vincenzo fine, che ci ha chiesto di potervi conservare in futuro ulteriori collezioni di proprietà statale. E magari potrei farvi vedere i 6.231 pezzi battuti in un’asta a Monaco di Baviera per un valore di 107 milioni di euro (di cui si parla nell’articolo) perché  i carabinieri che li hanno sequestrati al collezionista nella capitale bavarese, dopo averli rimpatriati li hanno affidati a noi per la custodia: evidentemente non ci ritengono inaffidabili!

 

Vorrei precisare alcune cose: tutti i materiali di cui stiamo parlando non sono mai stati visibili, nelle sedi museali in cui erano custoditi, al pubblico, ma solo agli studiosi: come avviene adesso. Inoltre non è vero che al Museo di Storia Naturale sia mancato il direttore dal 1997; da quella data, fino al recente pensionamento, dopo regolare concorso, è stata la dottoressa Alessandra Aspes, archeologa esperta e di riconosciuta competenza.

 

Per risolvere il «mistero delle selci blu», un’apposita Commissione mista Comune-Soprintendenza sta cercando di capire la causa del loro cambiamento di colore, senza escludere nessuna ipotesi. Quanto alle alienazioni degli immobili non sono state certo una svendita!  Fra le inesattezze, mi preme rettificarne almeno due: Palazzo Forti è stato ceduto alla Fondazione Cariverona con l’obbligo di continuare ad ospitare gratuitamente per venti anni la Galleria d’Arte Moderna del Comune e di rispettare l’attuale destinazione mussale. Se avessimo voluto far cassa   avremmo cambiato la destinazione d’uso raddoppiandone il valore: ecco il motivo per cui dai 65 milioni di euro  si è scesi   ai 33:  il palazzotto del Bar Borsa non è stato messo in vendita per 6,5 milioni  ma  posto all’asta al prezzo base di 3.080.000,00 euro e  aggiudicato per 5.110.000,00: dunque nessun «clamoroso ribasso d’asta».

 

Non voglio pensare che le imprecisioni contenute nell’articolo siano intenzionali (sarebbe stato meglio  comunque  sentire anche la «nostra campana» ma nemmeno voglio sfuggire al vero problema: la tutela e valorizzazione  del nostro patrimonio  storico, artistico e culturale, per il quale i comuni  non hanno risorse sufficienti e lo Stato  non assicura i fondi necessari.

Per gli Enti locali  l’unico obbligo di legge è quello  di assicurare  il funzionamento  dei loro musei esistenti,  mentre la valorizzazione  degli stessi è materia concorrente fra Stato e Regioni.

Le difficoltà che stanno vivendo l’economia internazionale e il nostro  Paese pongono  gravi problemi ai sindaci. Assicurare il funzionamento ottimale dei servizi che sono  obbligatoriamente dovuti  ai cittadini o privilegiare  cose importanti come il nostro patrimonio storico, artistico  e culturale?  Evidentemente vengono prima  le esigenze  fondamentali dei cittadini(servizi per la famiglia, anziani, persone disagiate, strade, scuole, asili) rispetto a spese che possono  dare prestigio ma che, in questa situazione, vengono dopo. Anche chi, come noi e chi ci  ha preceduto a Verona non ha sprecato il pubblico denaro, deve  ricorrere ad alienazioni di immobili per i quali, spesso, non esistono risorse per mantenerli adeguamento o  arrestare il loro degrado gia in atto.

 

Flavio  Tosi

Sindaco di Verona

 

Fonte:  srs di Flavio Tosi,  da il Corriere della Sera di  giovedì  8 luglio 2010

 

 

GIAN ANTONIO STELLA  RISPONDE A FLAVIO TOSI   SINDACO DI VERONA

 

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Gian Antonio Stella

 

 

Tosi si offre di accompagnarmi a vedere l’Arsenale? Troppo gentile. Così, visto che io prima di scrivere c’ero ovviamente andato, avrà finalmente l’occasione per vedere le condizioni dei magazzini, dato che non mi risulta ci sia mai andato lui dopo la scoperta delle selci blu. Non mi è chiaro come abbiano speso 790.618 euro di restauro, visto che le condizioni dello stabile,  per usare un eufemismo, non sono ottimali.

Ma sarei comunque curioso di sapere: prima di portarci il prezioso materiale museale evacuato dai palazzi-musei venduti era stata fatta un’analisi degli eventuali rischi?

Sorvolando sulla battuta dei militari che non diventarono blu (anche i custodi della cappella degli Scrovegni non perdono pezzi di intonaco: sono materiali diversi…) vorrei sottolineare tuttavia tre punti.

1) non ho scritto che i pezzi archeologici sono coperti di muffa o stanno marcendo: vada a controllare. Della muffa richiamata nel sommario redazionale, in ogni caso, parlò proprio il Soprintendente Vincenzo Tine sull’Arena il 20 maggio scorso.

 

2) Non mi sono permesso di mettere in dubbio la preparazione della dottoressa Aspes. La domanda è: l’obbligo del concorso venne rispettato? Prendiamo il nuovo direttore, Giuseppe Minciotti. Sarà bravissimo ma è laureato (lo dice il sito Internet del Comune) in giurisprudenza: ha fatto il concorso, che prevede «laurea specialistica, diploma di specializzazione, dottorato di ricerca, o altro titolo post-universitario» attinente al ruolo?

 

Quanto alle «inesattezze», il sindaco precisa che «Palazzo Forti è stato ceduto alla Fondazione Cariverona con l’obbligo di continuare ad ospitare gratuitamente per venti anni la Galleria d’Arte Moderna del Comune» e che per questo «dai 65 milioni di euro (…) si è scesi ai 33 milioni».  lo avevo scritto che «la Cariverona ha dovuto impegnarsi a lasciarci il museo per venti anni» e che «in compenso, invece di pagare i 65 milioni pretesi dal Comune ne ha pagati 33». Non capisco: qual è la rettifica?

 

Quanto al palazzetto del Bar Borsa «aggiudicato per 5.110.000,00» vale la pena di rileggere il titolo del Corriere di Verona del 16 giugno scorso: «Grana ex Bar Borsa, venduto a 5 milioni. Incassati zero euro». Mai fatto il rogito. In due anni.

 

Quanto ai ribassi, secondo il Pd «nel 2007 si prevedevano entrate di 74 milioni da alienazioni e in bilancio poi ne sono stati iscritti 47» e «nel 2008 si aspettavano 148 milioni e ne sono entrati 21»: è falso? Ringraziamo comunque il sindaco per la sua chiarezza: vende i musei, proprio come scritto sul Corriere, per fare le rotatorie e i campetti da calcio. Opinioni.  (g.a.s.)

 

Fonte: srs di Gian Antonio Stella, da Il Corriere della Sera di  giovedì  8 luglio 2010

 

 

VERONA. IL MISTERO DELLE SELCI BLU, ORA È CONFERMATO: LA COLPA È STATA DEI TAPPETINI

 

sopralluogo all' Arsenale per selci blu - per Battista

Il sovrintendente veneto Vincenzo Tinè nel sopralluogo di luglio

 

 

La Soprintendenza veneta invia il rapporto definitivo sulle pietre conservate all’Arsenale.  Il fenomeno dei «viraggio cromatico» causato da una nuova molecola individuata nei rivestimenti in gomma degli armadi. Che sono stati già rimossi

 

È una molecola nuova, individuata dagli scienziati nei tappetini di gomma sui quali sono poggiati i reperti preistorici all’interno degli armadi, la causa del misterioso fenomeno – il fatto cioè che siano diventate di colore blu – che ha interessato centinaia di selci conservate nei magazzini del Museo di storia naturale all’ex Arsenale.

 

Tale conclusione, ora confermata ufficialmente, era stata anticipata la scorsa settimana dal Soprintendente ai beni archeologici del Veneto Vincenzo Tinè durante il sopralluogo nei locali dell’ex caserma austriaca dell’ispettore centrale del ministero dei Beni culturali, Elena Calandra.

La dirigente era stata inviata dal ministro Bondi per far luce sul caso che aveva assunto i contorni del giallo internazionale dopo gli articoli apparsi su riviste prestigiose come Nature e Science.

 

La risposta ai molti dubbi sul «viraggio cromatico», come lo chiamano gli esperti, è arrivata dai laboratori del dipartimento di geoscienze dell’Università di Padova diretto dal professor Gilberto Artioli.

La nuova molecola, mai osservata prima, è stata individuata dal vicentino Andrea Tapparo, docente di chimica analitica e ambientale. Sul fenomeno delle «selci blu» sono in corso indagini di laboratorio anche da parte di esperti dell’università di Firenze.

 

«Sì, a questo punto possiamo dire che grazie alle ricerche del professor Tapparo il colpevole è stato individuato», conferma il soprintendente regionale. E aggiunge: «Ora stiamo aspettando i risultati delle analisi ambientali attraverso speciali sensori chimici installati nel magazzino per capire se tale molecola della gomma ha influito anche sull’ambiente circostante. Ma sul caso veronese», esclama, «ora si potrà scrivere qualcosa di sensato dal punto di vista scientifico, a differenza di quanto è apparso finora su riviste internazionali».

Nei locali adibiti a magazzino, tra l’altro, l’odore di gomma era molto forte, tanto che il Soprintendente regionale aveva ordinato la rimozione dei rivestimenti neri, e l’aerazione degli ambienti, già lo scorso 18 marzo. L’operazione era stata però sospesa per motivi di sicurezza del personale. Dopo il via libera dello Spisal, ieri i tappetini incriminati sono stati rimossi da tutti i cassetti. A scopo precauzionale il Comune ha autorizzato analisi anche su muri e pavimenti.

Le indagini di laboratorio avrebbero individuato il problema negli additivi chimici che fungono da stabilizzante dell’aggregazione di molecole di cui è formata la gomma.

È escluso, invece, che del disastro che ha colpito solo le selci preistoriche in una percentuale di circa il tre per cento, e non i fossili o altri reperti, sia responsabile la parte metallica dei nuovi armadi di metallo che hanno sostituito le cassettiere di legno risalenti all’800, e costati ben 120mila euro alle casse comunali.

«Meglio di così, lo ripeto», afferma Tinè, «il Comune di Verona non poteva fare e le conseguenze del trasferimento dei reperti nei nuovi moderni armadi, dov’è avvenuta la contaminazione, erano assolutamente imprevedibili. E adesso, compresa la causa del problema, si studierà come decontaminare i reperti per riportarli al loro aspetto originale».

 

Gli armadi, tappetini compresi, sono stati costruiti da una ditta del nord Italia. Per i danni economici e di immagine, quindi, Palazzo Barbieri potrebbe rivalersi sul fornitore, involontario responsabile di un giallo che ha fatto il giro del mondo.

 

Fonte: srs di Enrico Santi, da L’Arena di Verona di Mercoledì 04 Agosto 2010 2010 CRONACA, pagina 8

 

 

 

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