Storia moderna e revisionismo

DOPO CAPORETTO: LE PROFUGHE E LA POVERTA’

 

Personale+femminile+e+militare+al+lavoro+nel+reparto+montaggi+elettrici,+1917

 

 

Di Gianni Cecchinato

 

Con lo scoppio della guerra e la chiamata alle armi di mariti, fratelli e padri parecchie donne dovettero inventarsi il ruolo di capo-famiglia, ruolo a cui non erano preparate. Quelle residenti nelle zone di guerra dovettero migrare in altre regioni affrontando esperienze nuove e difficili, soprattutto quando finirono nelle regioni del centro-sud.

 

– Si instaurava così un circolo vizioso, come narra una profuga friulana giunta a Cerignola (FG): “… fuggita dal mio caro paesello, durante l’invasione nemica, senza aver potuto portare con me neppure il necessario per cambiarmi, fui menata qui, in questa città delle Puglie […]. Qui non si può avere neppure l’acqua per lavarsi e devo pagarla a caro prezzo, diffalcando la spesa dall’esigua paga di lire due al giorno. Con l’enorme crescente rincaro dei viveri devo pensare a tutto con sole due lire; né posso andare in cerca di decorosa occupazione, vergognandomi di uscire dal mio ricovero così malandata e indecentemente vestita.”

(Daniele Ceschin, “La condizione delle donne profughe e dei bambini dopo Caporetto”, in “DEP-Deportate, Esuli, Profughe, Rivista Telematica di studi sulla memoria femminile”, n. 1, 2004, p. 28). .. >

 

< … “Una donna di San Pietro del Natisone (UD), trasferita in un piccolo paese vicino a Catania, ricorda comesiamo abbastanza mal visti che questa giente e peggio delle bestie. Ci guardanno male anoi e noialtri non potiamo più soportare […] Siamo qui come i zingari anche peggio tutti straciati.”

(Daniele Ceschin, “La condizione delle donne profughe e dei bambini dopo Caporetto”, in “DEP-Deportate, Esuli, Profughe, Rivista Telematica di studi sulla memoria femminile”, n. 1, 2004, p. 29). … >

 

Spesso molte profughe si trovarono costrette a dover chiedere l’elemosina e, in certi casi disperati, arrivarono perfino ad abbandonare i propri figli.

 

Per molte di queste profughe, provenendo da piccoli paesi e dalle campagne, non fu facile trovare lavoro in quelle fabbriche che convertirono la loro produzione in forniture per l’esercito: munizioni, armi, abiti, divise militari e tutto ciò che serviva alle truppe al fronte. Pur di avere un salario garantito e superiore alla media si adattarono a fare lavori, pesanti e pericolosi, tipicamente maschili nelle industrie meccaniche e siderurgiche o nelle aziende agricole della pianura padana.

 

Purtroppo molti approfittarono delle profughe che si trovavano in questa situazione costrette ad accettare un lavoro a qualsiasi condizione. Casi di ricatti e soprusi, pagamenti al ribasso erano all’ordine del giorno, non mancavano ovviamente le violenze sessuali (materiali e psicologiche). Le più colpite erano le giovani ragazze. A quelle più avvenenti venivano offerti lavori come cameriere nelle case di ricchi possidenti terrieri del sud che innescavano le peggiori dicerie.

 

Le profughe erano spesso viste come prostitute, tanto che non poche, per poter sopravvivere, furono costrette a prostituirsi finendo in vere e proprie “tratte delle profughe” che si crearono nelle grandi città del centro e del sud Italia.

 

Fonte: dal veneto al mondo, del 31 ottobre 2017

Link: https://dalvenetoalmondoblog.blogspot.it/2017/10/le-profughe-e-la-poverta-con-lo-scoppio.html

 

 

 

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