Enzo Monti Racconti

LA SELLA

 

bicicletta sconosciuta

 

Tra i dieci e i tredici anni, in soffitta a Cremona in Via Volturno al numero 2, con i miei compagni di gioco ogni tanto ci mostravamo i primi peli.

 

Il nostro pisello(1) s’allungava e s’ingrossava con il trascorrere del tempo, mentre per le ragazzine il taglietto, oltre a qualche piccolo pelo di rivestimento, non era poi tanto diverso di quando erano più piccole.

 

Per saperne di più, dalla terza Media in poi andavo in biblioteca a spulciare sulle enciclopedie. Dovevo stare attento alla curiosità dei bibliotecari e degli studenti che mi passavano alle spalle. Prima dei diciotto, andavo a studiare nel nostro magazzino in Via Volturno al numero 26. Invece di applicarmi sui libri, attraverso un foro sbirciavo nel gabinetto del cortile in attesa di qualche preda. Purtroppo scorgevo ben poco: solo ciuffi di peli, e a volte il pelo era talmente abbondante che mi sembrava di vedere cespi di verdura. E allora sfogavo il livore e foia con delle seghe(2) rabbiose.

 

I ragazzi del giorno d’oggi la cantano bella: noi non avevamo allora quelle meravigliose e piacevoli illustrazioni di cui dispongono al giorno d’oggi. Non esistevano riviste, cassette, trasmissioni televisive, Internet, dove  ci danno visioni panoramiche e talmente dettagliate che se ne possono contare perfino i peli. Quello che si vedeva allora erano solo disegni. Le fotografie erano rare e sfocate, e “L’origine del mondo” di Gustave Courbet ammuffiva ancora nei sotterranei  del museo.

 

Più tardi, feci tempo a entrare nei casini e a soddisfare la curiosità.

 

Negli anni Ottanta, venne da me una signora con un pacchetto. Capitò in un momento di confusione: avevo gente in negozio e che lei aveva premura, me lo lasciò sul tavolo dicendomi:

 

– Le guardi! Le ho trovate in un secretaire di un mio vecchio zio notaio. E mi dirà che valore possono avere.

 

Dopo aver chiuso bottega, scartai il pacchetto, e sorpresa! Dentro una custodia in marocchino, trovai una serie di fotografie di donne nude scattate in qualche casino di fine Ottocento o d’inizio secolo. Oltre alle foto, la scatola conteneva una tavoletta in noce. Sollevato un manichetto, sopra questo, distesi in senso orizzontale luccicavano un paio di prismi ottici. Dall’altra parte del piano, si poteva alzare, a mo’ di leggio, una tavoletta con un listello dove posare le foto che, essendo doppie e una accanto all’altra, per l’effetto prismatico si vedevano in rilievo. I dagherrotipi erano colorati a mano. Le modelle erano piuttosto in carne e non più tanto giovani, riprese poi in pose per nulla disinvolte. Di eccitante, rispetto a quello che si vede al giorno d’oggi, avevano ben poco. Erano sette o otto foto in tutto, incollate su cartone e ben conservate.  Forse il notaio le usava più che per stimolo per rinfrescarsi la memoria, chi lo sa!

 

Alla signora dissi che al suo posto non le avrei vendute e feci una misera offerta, ma meglio di me la valutazione l’avrebbe fatta l’antiquario. Un vero peccato non offrire di più e non averle comprate all’istante. Le avrei tenute come un vecchio e curioso strumento da esporre come soprammobile e da mostrare agli amici per strapparne qualche risata.

 

Anche se godo di una discreta fama d’aver i riflessi pronti, a volte mi comporto proprio da mona (3). Non ci arrivo! Non ci arrivo proprio! Non solo mi avvilisco quando perdo qualche occasione, ma mi arrabbio ancor di più quando non rispondo a tono o non rispondo affatto a situazioni che richiederebbero una mia reazione. Non potete immaginare la rabbia che ho masticato la volta che rimasi a bocca aperta davanti a quel meridionale che veniva ad annusare la sella d’una mia cliente.

 

Di sabato mattina, arrivava in negozio per imparare a mettere e togliere le lenti a contatto rigide una ragazza giovane e carina. Paffutella, mora, sorridente, con gonne larghe e camicette scollate: un tipetto all’acqua e sapone, come si suol dire.

 

Veniva in bici che appoggiava, dietro mio suggerimento, accanto alla vetrina del vicoletto in modo che la potessi tener d’occhio. Già da un paio di volte, avevo notato che, come la ragazza smontava dalla bici, subito dopo arrivava un uomo sopra la settantina che s’avvicinava alla bicicletta e appoggiava il naso sulla sella. Che cosa cercasse mi risultava difficile immaginarlo. Che conoscesse la ragazza? Mi confidai con Maria Luisa che non seppe darmi spiegazioni. Per saperne di più, organizzammo, per il sabato successivo, di prenderlo in castagna.

 

Come lei arrivò, si nascose nel retrobottega in attesa d’un mio segnale. E puntuale come un orologio l’uomo, dopo qualche minuto, fece la sua comparsa. Uscimmo insieme dal negozio e lo prendemmo alle spalle. Per vincere la tensione e infonderle coraggio la presi per mano. Sudava. Con forza gliela strinsi ma lei si liberò e ritornò in negozio. Mi affiancai all’uomo e cautamente:

 

– Scusi, ma cosa sta cercando?

 

– Non cerco nulla, sto solo annusando.

 

– Cosa sta facendo?

 

– Sto annusando.

 

Questo settantenne brizzolato, con baffetti  ispidi come una spazzola, a suo modo elegante e per nulla impacciato, con l’aria più naturale di questo mondo e con un accento meridionale:

 

– Cosa vuole che faccia? Annuso il profumo della Natura … e mi creda: appoggiata a questa sella, fino a qualche momento fa, c’era un fiorellino.

 

 

(1) Pene.
(2) Masturbazioni.

(3) Ritardato, sciocco.

 

 

Fonte: srs di Enzo Monti del 24 agosto 2013

Link: http://enzo-monti.blogspot.it/2013/08/la-sella.html

 

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