Enzo Monti Racconti

FELLATIO IN ORE

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Questi modesti racconti mi son venuti in mente e li ho scritti nell’ordine (o nel disordine) in cui li ho pubblicati.

Lasciatemi respirare un attimo e aver tempo di metterci mano per rimpolparli e abbellirli. Cercherò di condirli con qualche pizzico di sale e pepe in più, anche se, per quel che ne so, è necessario che il cibo sia già di qualità. In un tempo successivo tenterò di riordinarli. Lo devo, oltre ai miei lettori, per onorare Google che ogni tanto mi  riserva sul mio blog “ enzo-monti. blogspot. com” una pagina intera. Dopo quest’ultimo racconto, ne metterò in rete un paio, scritti negli anni Ottanta e mai pubblicati. Ascolterò volentieri critiche e commenti da parte vostra.

 

FELLATIO IN ORE (1)

 

Ahi, ahi! Su Facebook se ne vedono delle belle!
Pochi giorni fa, mi capitò di vedere una scuola di sesso orale. Beh, non credevo ai miei occhi! Nella fotografia era ritratta una tavolata di fanciulle golose impegnate a ciucciare falli di gomma. Mi sarebbe piaciuto vedere in azione l’insegnante, ma purtroppo non l’hanno mostrata.

Chiesi a Matteo, il nostro aiutante, se avesse preso una botta in testa per pubblicare roba del genere. Cadde dalle nuvole. In effetti, al controllo che feci poco dopo, era stato il suo amico Samuele che gli aveva inviato un link in cui affermava che a Matteo piaceva quella pubblicazione.

Suggerito da questo episodio, mi ritornano in mente un paio di fatti più che piacevoli. Già la penna freme e li vuole descrivere … in che modo? Né più né meno di come li ho vissuti: è naturale!

Verso le ventitré di tanti anni fa, me ne tornavo a casa dopo aver giocato al circolo un paio di partite a scacchi quando, passando davanti al bar di Sinico in Via Leoni, intravidi un paio di amici che felicemente brindavano. Non avevo bisogno d’inviti. Entrai e partecipai alla loro gioia. Se avessi tirato dritto mi sarei perso una serata memorabile.
Nella mia lunga carriera di bevitore non mi era mai capitato di brindare a una sconfitta. Eppure, quella notte festeggiai e brindai a un pompino(1) non portato a termine.
Beh, che c’è? Dov’è la volgarità o lo scandalo se chiamo questo atto con un termine che usiamo comunemente? Forse potevo scrivere qualche spiritoso eufemismo oppure qualche sofisticata metafora invece di pompino? Ma l’avrebbero capita tutti? Lasciamo quindi ai bigotti e ai bacchettoni sputar le loro infelici sentenze e tiriamo avanti.

Otello e il suo inseparabile amico Polpa, passando da un bar all’altro, avevano incontrato una comune amica. Di quella signora, sposata con un becco più vecchio di lei, ne ho scordato il nome. Potrei rintracciare un paio di amici che forse se lo ricordano ancora, ma sono talmente pettegoli e vigliacchi che il giorno dopo lo saprebbe tutta Verona. Chiameremo Fernanda questa cara signora.  Sotto il metro e settanta, snella, rossiccia, dal viso scarno e rugoso, dalle gambe ben fatte, portava tutti i sintomi in cui si riconosce una donna sensuale. Di lei ho un bellissimo ricordo, e ne rammento anche alcuni comportamenti singolari.

Quando veniva in compagnia, metteva gonne con lunghi spacchi che arrivavano all’inguine, vantandosi poi di non portar mutande e pronta all’uso. Al ballerino s’avvolgeva come una serpe, come se ballasse la Lambada. Che meraviglia! E che piacere per il nostro affare!(2) Credo che la si potesse definire una ninfomane. Non vedo altri termini o giustificazione per appagare quella sua fame di sesso.

Otello era allora un ultra sessantenne in pensione, mentre Polpa era più giovane d’una decina d’anni.  Dopo che i tre ebbero bevuto un paio di goti e mangiato qualche bocconcino, i miei amici, pieni come uova ma da veri cavalieri, si offrirono di dare un passaggio in macchina alla signora. Alla guida il Polpa, sui sedili posteriori Otello e Fernanda, pronta per fare un servizio al suo e nostro amico.

Per quarantadue kilometri andarono in giro per la città senza alcun profitto. Esausti, la portarono a casa. Raccontavano inoltre che ci fu un attimo di panico per una brusca frenata dovendo evitare un cretino che aveva tagliato la strada. Ci mancava che Otello rimanesse monco! Ebbri, ridevano e bevevano: ridevano come matti più per lo scampato pericolo che per lo sconforto d’aver fatto cilecca. Che serata fantastica!

Di tutt’altra musica è l’episodio che segue.

Prima degli anni Ottanta, tra il mio negozio e quello degli arrotini, ne esisteva uno piccolo di profumeria la cui proprietaria era una certa Raffaella. Una botticella mora che, nonostante avesse superato i cinquanta, millantava d’essere corteggiata da tanti uomini, mentre nella realtà era un’angosciante zitella dalla voce squillante e che da giovane aveva studiato canto, tant’è vero che veniva soprannominata La Turandot.
Un bel giorno, al bar di fronte ai nostri negozi e gestito da Armando, manifestando i suoi timori si vantava d’essere seguita di sera da un timido ammiratore. Ascoltava le sue lamentele Alice che, incuriosita, s’intromise nel discorso chiedendo:

– Mi scusi:  ma su quale marciapiede l’insegue quell’uomo?… Perché?… Ma io l’invoglierei, e a forza d’andar avanti e indietro, ci lascerei un solco su quel marciapiede.

Alice, di qualche anno più vecchia, più o meno grassa e bassa come Raffaella, portava capelli biondi ossigenati ed era orba come uno scopeton (3). Mia cliente e miope attorno alle undici diottrie: il che vuol dire che, senza occhiali e con quel grosso difetto di vista, dopo dieci centimetri dal naso non vedeva più nulla. E, come se non bastasse, a quei tempi gli occhiali erano veramente orribili, pesanti, con lenti spesse e, oltre a intristire, non gli permettevano di truccarsi in modo decente, tant’è vero che s’imbrattava in modo orribile. Per concludere: era brutta come la fame e contro ogni tentazione. Tuttavia, aveva condotto al cimitero un paio di mariti e il suo ultimo compagno.

Una mattina, all’orario d’apertura del negozio, ero al bar, sempre quello di fronte ai nostri negozi, a gustarmi il primo caffè quando entrò Alice. Dietro al banco Armando e sua moglie Gemma, in fondo al locale un uomo in piedi che leggeva il giornale, Alice chiese ai coniugi:

– Fatemi un buon caffè! Aggiustatemi la bocca perché ho una mascella fuori posto per averlo ciucciato iersera per più d’un’ora.

Un gelo polare avvolse l’ambiente. Armando si voltò; Gemma sgranò tanto d’occhi vergognosamente stupita di quella uscita; volò solo il fruscio d’un giornale incuriosito che s’abbassava. Ruppi quel silenzio da tomba con:

– Ma Alice, cosa ha succhiato?

Fessurando gli occhi come fanno i miopi:

– Monti, non fassa tanto el furbo!(4) L’ha capì benissimo.

Altro silenzio imbarazzante.
D’accordo che lo stupore è dello sciocco, ma davanti a certe sorprese sia un’intelligenza feconda che una fantasia fertile non arrivano a prevedere ciò che può succedere ancora. Infatti, non era finita. Ne arrivò una ancor più grossa e mai sentita così grassa pronunciata da una donna.
Forse uno sfogo, oppure una semplice constatazione, addirittura il rimpianto dei bei tempi passati, chi lo sa; sta di fatto che sentimmo tutti chiaramente:

– Sarà pran brutto el vostro mestier … in compenso, el  gha de belo che l’è saporito! (5)

 

 

 

(1)    Sesso orale.

(2)    Pene.

(3)    Un tipo di sardina.

(4)    Faccia tanto il furbo.

(5)    Sarà gran brutto il vostro pene … in compenso, ha di bello che è saporito!

 

 

 

Fonte: srs di Enzo Monti del 30 novemnre2018

Link: http://enzo-monti.blogspot.it/2013/11/fellatio-in-ore.html

 

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