Enzo Monti Racconti

IL BACCALA’

astor.2010.1000-

 

 

La prima volta mi successe a Padova.

Tanti anni fa, la ricorrenza di Sant’Antonio di Padova capitò di domenica, e con mia moglie si fece un salto al santuario. La bella giornata, nonostante gli aliti della Bora, invogliava all’aperto. Dopo la cerimonia in chiesa, a piedi si prese la direzione che porta alla stazione ferroviaria. All’altezza del Comune e dell’antico ingresso dell’Università, mia moglie mi fece notare un cagnolino che seguiva la sua padrona.

 

– Guarda, Enzo, com’è carino!

 

Dirlo cane è una parola un po’ grossa, in ogni caso, era un batuffolo riccio, pieno di nastri e di gale, con una copertina ricca di lustrini e brillantini come se dovesse andare a una festa.

 

Chissà cosa mi prese! Forse un attacco di logorrea, oppure la voglia di esibirmi e far lo scemo; sta di fatto che mi fermai  davanti al cane e a voce alta:

 

– Non dirmi che sei un cane? Ma ti sei visto bene allo specchio?… Non sei affatto carino, lo sai? Sei solo ridicolo!… Ah, già! Ma non è colpa tua … Vorrei vedere la faccia di quella cretina che ti ha conciato così! … Fa una cosa: ritorna a casa e va a struccarti! Se poi ti riesce di cambiar padrona fallo! … e alla svelta!

 

Qualche secondo dopo, una quarantenne in pelliccia si chinò, raccolse il cane e, dopo avermi dato un’occhiata di quelle che ti accoppano, s’infilò nella prima via di sinistra e sparì.

 

Quel che non mi disse mia moglie ve lo lascio solo immaginare, e solo dopo aver risposto che:

 

– Guarda che siamo stati da Sant’Antonio di Padova e non da quello del Porcellino. Non me la sono presa con quella povera bestia, ma con quella deficiente della sua padrona che vuol così bene agli animali che porta la pelliccia. Non dirmi che sbaglio! Pensa se quel povero cane si rendesse conto di come è stato ridotto?

 

Riuscii a calmarla un poco. E ne dissi tante e poi tante che alla fine, prima di salire sul treno, le strappai pure un sorriso.

 

Più o meno, lo stesso episodio s’è ripetuto qualche anno dopo qui a Verona in Piazza delle Erbe. Questa volta però la faccenda andò diversamente. La bella trentacinquenne, anche lei in pelliccia e forse anche un po’ più troia(1) della prima, mi mandò volgarmente a quel paese senza lasciarmi il tempo di giustificarmi o di replicare. L’episodio si svolse tanto in fretta che rimasi a bocca aperta. Oh, sì! L’incrociai altre volte. Ma per timore che volassero tra noi parole grosse, giravo alla larga.

 

Un giorno però, che ero in compagnia del mio amico Toni Gussa, questo bravo figlio di … come la vide, con entusiasmo e pieno di complimenti le andò incontro. Dagli abbracci, non c’erano dubbi che si conoscessero piuttosto bene, e d’altra parte, lei era una gran bella gnocca (2) che non poteva essere ignorata dal mio Toni. Irritato da quella scena, mi ritirai dietro ai tavolini d’un bar, nonostante quel visone selvaggio mi avesse notato e avesse fatto un cenno sulla mia presenza a Toni, sempre troppo lento e lungo quando attaccava bottone. Nell’attesa, ogni tanto volgevo l’attenzione da qualche altra parte quando fui incuriosito dal fatto che Toni avesse sollevato il cagnolino, e se lo fosse portato davanti al naso facendoselo leccare.

 

Come Toni ritornò, lo assalii con un sacco d’improperi, e poi:

 

– Ma cosa ti salta in mente? Non ci si può far leccare la faccia da un cane, e lo sai il perché? Quel caro cagnolino, oltre a leccarsi continuamente il culo, ha anche annusato quelli degli altri cani e, prima di pisciare, ha messo il naso su tutti gli angoli delle vie. D’ora in poi, stammi alla larga e per cortesia non far accenni neanche per scherzo a un abbraccio oppure tentare di offrirmi un assaggio dal tuo bicchiere? … Hai capito?

 

– Ma sai chi è quella? – cercando di cavarsela.

 

– Certo che lo so! … È una cretina che concia il suo cane in quel modo.

 

– No, è l’amante di … ed è una donna bellissima. Ma non ho capito perché ce l’hai tanto con quel povero cagnolino? È un cane lecchino, li chiamano cani da salotto, ma sono cani lecchini.

 

– Ma tu l’hai preso in braccio? E …

 

– Per forza! Come avrei potuto sapere che alito poteva avere? E oggi, aveva proprio l’alito che sapeva di baccalà.

 

– Scusa sai, sarò pure ignorante, ma i cani non mangiano pesce.

 

– Questo lo so. Ma ti ho detto che è un cane lecchino, e che oggi deve aver leccato qualcosa che sa di baccalà, perché due son le cose che sanno di baccalà.

 

  1. B. Eh, sì! il mio Toni la sapeva lunga.

(1)   Prostituta.
(2)   Donna bella.

 

 

 

Fonte: srs di Enzo Monti del  19 febbraio 2018

Link:  http://enzo-monti.blogspot.it/2015/02/il-baccala.html

 

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