Enzo Monti Racconti

PANE E CICCIA

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Ne combino di tutti i colori, invecchiando. Fra le tante, di venerdì notte verso le venti e trenta, salgo in macchina e vado a prestare il mio aiuto presso la Ronda Della Carità.
Non chiedetemi perché mi son preso questo impegno. No! non sono obbligato. Lo faccio e basta.

 

Come arrivo in sede, indosso i guanti igienici e mi metto con altri alla catena di montaggio per la preparazione di sacchetti da offrire ai clochard. Circa centotrenta in tutto. In ogni sacchetto mettiamo una bottiglia d’acqua e una di tè, un paio di panini, un frutto, dello yogurt, marmellata e, se ne abbiamo, anche qualche fetta di dolce.

 

Prima delle ventidue, dopo che si sono fatte le divisioni per caricare il cibo sui tre furgoncini che ogni notte fanno il giro della città e della periferia, arrivano le taniche termiche con la pastasciutta e il minestrone. Quest’ultimo viene preparato e offerto dal marito della Graziella, mentre la pasta (pagata da noi) viene cotta e preparata dalla sezione degli Alpini di San Massimo. Si carica il tutto e si parte.

 

Tre i furgoncini e tre i percorsi che si fanno per portare un piatto caldo e un sorriso a quelli che  dormono sotto le stelle. Questi tre percorsi vengono chiamati Rifugio Uno, Cimitero e Centro.

 

Ci s’ingroppa il cuore quando si da una mano alla miseria, e, a volte, basta un suo sguardo per  farcelo scoppiare. Oltre a questa felicità, non avete idea quanta gioia si prova di notte a girare per le strade deserte di Verona cantando e scrutando, se negli oscuri recessi, troviamo qualche povero disperato che ha fame.

 

Con maggior frequenza, vado  in giro con il Cimitero dove il capogruppo è il nostro Rino Allegro che, insieme al mio consuocero Corrado, mi hanno catturato e invogliato a partecipare a questa missione.

 

Quando penso a ciò che sto facendo, mi pongo sempre la stessa domanda: “ Ma serve a qualcosa l’aiuto che portiamo a questa gente?”

 

Per gli ultracinquantenni lo si fa per farli sopravvivere. Hanno perso ormai la speranza di poter cambiare o migliorare; s’adagiano e impigriscono accettando con rassegnazione tutto ciò che arriva. Quelli dai trenta in su vivono chiedendo la carità agli angoli delle strade, davanti alle chiese e ai supermercati, facendo i posteggiatori o arrangiandosi con piccoli espedienti; tra questi, rari sono quelli che aspirano e ottengono qualche lavoro. I giovani purtroppo vivono solo di furti, di spaccio e sfruttamento della prostituzione. Pochi quelli che chiedono di lavorare. In gran parte, i nostri assistiti sono gente di colore, ed è una pena di giorno vederli frugare nei cassonetti.

 

Siamo in tanti e non c’è lavoro per tutti. Noi Italiani sappiamo riceverli, ma non ce la facciamo ad assorbirli e a integrarli. Li salviamo solo da situazioni peggiori, visto che dalle loro parti la vita conta poco.

 

C’è chi dice bene
di questo mio impegno,
c’è chi dice male
e spreco il mio tempo.
Ma se allora sto a guardare,
non sfrutto il mio talento.
Riflettete per un momento,
e ditemi: – Cosa devo fare?

Se ne può parlare e discutere per ore e ore senza venirne a capo di nulla. Oltre alle parole possiamo spendere solo qualche lacrima, anche perché loro di lacrime non ne hanno  più.

 

Il mio compito, quando scendiamo dal furgone, è quello di servire l’olio oppure un po’ di sale e di peperoncino, da loro chiamato “il piccante”, sulla pasta o nel minestrone. Per simpatia, più d’uno mi chiama nonno o zio. Ricordo che una volta avevo un giovane rumeno che mi abbracciava e baciava, che mi gridava fin da lontano “papàaa”, facendo ridere tutti quanti. Però dovevo stare molto attento:  mentre mi abbracciava e mi sbavava in faccia con un alito da paura, il birichino con le mani sfiorava sempre il portafogli.

 

Commoventi sono le gentilezze e la disponibilità di questi nostri volontari che di notte mi accompagnano in questa missione. E fin dall’inizio son rimasto turbato e scosso dagli occhi famelici di questi poveracci che s’avvicinano a noi silenziosi, con sospetto, curiosità e gratitudine. Ora ci ho fatto un po’ il callo e soffro meno. Purtroppo, devo avere però un cuore debole perché sono inciampato in qualcosa che è più forte di me. Non mi ci voleva proprio! Facendo il giro del Cimitero mi sono affezionato a un ragazzino sui vent’anni. Si chiama Sofian ed è un marocchino.

 

Magro, sotto il metro e ottanta, di pelle chiara per cui lo diresti piuttosto un nostro meridionale, anche perché parla molto bene l’Italiano. Porta gli occhiali da miope e arriva sempre in bici. La gentilezza nei modi e la delicatezza con cui chiede e risponde ha conquistato un po’ tutti quanti. È uno studente iscritto alla Facoltà di Lingue e, secondo quel che ci racconta, dorme presso amici mentre di notte arriva da noi per mangiare. Non sappiamo altro.

 

Oltre ai volontari che fanno lo stesso nostro servizio, ci sono quelli che sono costretti per legge a prestare i servizi sociali e, in fine, i curiosi: per lo più, giovani di scuole superiori accompagnati dai loro insegnanti oppure gruppi di scout. Una notte, sul nostro furgone ospitammo due giovani ragazze piuttosto carine; Sofian diede a loro uno sguardo che parlava da solo. Se le mangiava con gli occhi. Lo dico sul serio. D’altra parte, cosa poteva fare un povero diavolo di vent’anni che nei calzoni ha un affare che non sta mai fermo?

 

Sofian è talmente carino che, se qualche volta abbiamo qualche porzione di carne che non sia di maiale o di pesce, non sono il solo che gliela riserva. Una sera che avevo poco da offrire, m’è sfuggito di dire:

 

– Beh, i fin dei conti, il pane l’hai avuto!

 

Mi ha risposto con un termine che noi uomini pronunciamo sempre con disprezzo. Sembra volgare, quando di volgare non ha nulla e che, in questo caso, dice più del dovuto.

 

– Non si vive di solo pane, ci vuole anche un po’ di figa!

 

 

Fonte: srs di Enzo Monti di giovedì 2 aprile 2015

Link: http://enzo-monti.blogspot.it/2015/04/pane-e-ciccia.html

 

 

 

 

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