Dominio potere e violenza, Regno delle Due Sicilie, Storia moderna e revisionismo

ACCADDE OGGI 15 AGOSTO 1863 – ENTRA IN VIGORE LA LEGGE PICCA CHE AUTORIZZA DI FATTO LA LICENZA DI AMMAZZARCI

 

legge-pica 1863

 

 

L’ultima aberrante legge che decretò la fine del fenomeno del brigantaggio, vero e strenuo atto di ribellione e patriottismo soppresso nel sangue nella maniera più violenta mai vista.
Eh, amara riflessione: tanto che “eravamo felici” della dittatura monarchica sabauda italiana che, pensa te ci vollero anni di sangue, guerriglia, dolore, violenza e violazione dei più elementari diritti umana, per arrenderci. Onore ad ogni singola vittima. E tante ce ne furono. Grazie “fratellini” d’Italia.
La legge 15 agosto 1863, n. 1409 che riguardava la procedura per la repressione del brigantaggio e dei camorristi nelle Province infette e della renitenza alla leva, altrimenti detta LEGGE PICA dal nome del suo promotore, IL DEPUTATO ABRUZZESE GIUSEPPE PICA – fu una legge emanata dal neonato Regno Italiano Sabaudo in beffa agli articoli 24 e 71 dello Statuto Albertino che garantivano il principio di uguaglianza di tutti i sudditi dinanzi alla legge e la garanzia di un giudice.

Le pene, anche per un semplice sospetto, andavano dalla fucilazione ai lavori forzati a vita, ad anni di carcere, con attenuanti per chi si fosse consegnato o avesse collaborato con la giustizia.

Una barbarie senza fine che vide la fucilazione di interi nuclei familiari, sevizie e stupri, assenza di libertà di stampa, proibizione della transumanza del bestiame che avrebbe potuto avvantaggiare le fughe dei briganti e quindi conseguente aggravamento della miseria di poveri contadini che si videro negati l’unica loro fonte di ricchezza.

La legge , detta anche “LICENZA PER AMMAZZARE I MERIDIONALI”, rimase in vigore fino al 31 dicembre 1865 dopo ben 3.600 processi, dodicimila arrestati e ben 5.212 fucilati e non fece alcuna distinzione tra briganti, assassini, contadini, manutengoli, complici veri o presunti tanto che nel 1864 un prete di cultura giacobina ( e quindi non borbonico), Vincenzo Padula ebbe a scrivere:
« Il brigantaggio è un gran male, ma male più grande è la sua repressione. Il tempo che si dà la caccia ai briganti è una vera pasqua per gli ufficiali, civili e militari; e l’immoralità dei mezzi, onde quella caccia deve governarsi per necessità, ha corrotto e imbruttito. Si arrestano le famiglie dei briganti, ed i più lontani congiunti; e le madri, le spose, le sorelle e le figlie loro, servono a saziare la libidine, ora di chi comanda, ora di chi esegue quegli arresti. »
Una pagina ignobile del rinomato corpo dei bersaglieri dei Carabinieri che si macchiarono di orrendi delitti per i quali addolora appurare la fierezza di averli compiuti scorrendo le pagine del loro sito internet.

 

Una piccola curiosità, per quanto fastidiosa ed irritante: la legge Pica si applicò anche per coloro i quali erano affiliati alla Camorra. Ovviamente intendiamo la Camorra ribelle, quella non allineata alla connivenza con i poteri piemontesi perché è importante ricordare che il neonato Stato italiano, per mezzo di Liborio Romano, (prefetto di polizia, cospiratore ai danni dei Borbone e fido di Cavour, una figura imbarazzante e controversa alla quale la toponomastica ha dedicato strade), non aveva avuto problemi a finanziare e a far germogliare la camorra assegnando a Salvatore De Crescenzo, un piccolo e relativamente inoffensivo (fino a quel momento) guappo, il compito di mantenimento dell’ ordine pubblico per favorire, senza colpo ferire, l’ingresso dell’invasore Garibaldi, nel 1860 , in città. In tal modo egli divenne , assieme ai suoi affiliati, una guardia dello Stato, regolarmente assunta e retribuita.

E lo Stato piemontese con la legge Pica, apparentemente, dopo averla finanziata e fomentata perseguì la camorra, in perfetto stile disonorevole italiano che ricorda lo stesso schizofrenico ed amorale comportamento degli Usa che finanziano i soldati dell’Isis per rovesciare governi legittimi per poi, ottenuto lo scopo di appropriarsi dell’economia di quella Nazione, combatterli.

 

Ed è per questo e per tanti altri motivi che senza un giusto processo di revisionismo storico (che smetta di mistificare e incensare come “Padri della Patria italiana” dei veri assassini in veste di esecutori, mandanti, complici o conniventi), da parte delle Istituzioni, non potrà mai esserci per noi pace. Pace che dovremmo regalare invece a chi è morto per combattere per la sua Terra, per i suoi amati e per una Patria che riconosceva in quello che un tempo era chiamato il glorioso Regno delle due Sicilie.

 

Patrizia Stabile per Il Roma

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