IL BACCALA’

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La prima volta mi successe a Padova.

Tanti anni fa, la ricorrenza di Sant’Antonio di Padova capitò di domenica, e con mia moglie si fece un salto al santuario. La bella giornata, nonostante gli aliti della Bora, invogliava all’aperto. Dopo la cerimonia in chiesa, a piedi si prese la direzione che porta alla stazione ferroviaria. All’altezza del Comune e dell’antico ingresso dell’Università, mia moglie mi fece notare un cagnolino che seguiva la sua padrona.

 

– Guarda, Enzo, com’è carino!

 

Dirlo cane è una parola un po’ grossa, in ogni caso, era un batuffolo riccio, pieno di nastri e di gale, con una copertina ricca di lustrini e brillantini come se dovesse andare a una festa.

 

Chissà cosa mi prese! Forse un attacco di logorrea, oppure la voglia di esibirmi e far lo scemo; sta di fatto che mi fermai  davanti al cane e a voce alta:

 

– Non dirmi che sei un cane? Ma ti sei visto bene allo specchio?… Non sei affatto carino, lo sai? Sei solo ridicolo!… Ah, già! Ma non è colpa tua … Vorrei vedere la faccia di quella cretina che ti ha conciato così! … Fa una cosa: ritorna a casa e va a struccarti! Se poi ti riesce di cambiar padrona fallo! … e alla svelta!

 

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LOQUE

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Rare le volte a cui non ho risposto a offese o a basse insinuazioni. E non ne sono pentito. Se mi fossi difeso, nella maggior parte dei casi, non avrei ottenuto alcun vantaggio oltre allo sfogo.

 

Spesso poi, non sappiamo toglierci con disinvoltura da alcune situazioni imbarazzanti, a volte, addirittura le peggioriamo. Ora vi racconterò un episodio che si risolse, per mia fortuna, nel migliore dei modi.

 

Negli anni Sessanta, trascorrevo le vacanze estive per lo più sulla Riviera Romagnola. Poco mare e molta vita notturna. E di notte, se non trovavo prede in qualche locale traslocavo in altri, sempre alla caccia di selvaggina. Solo all’alba m’arrendevo.

 

Era stata una serata nata storta. Sia a me che al mio amico era andata proprio male. Nessuna! Neppure uno scorfano aveva abboccato. Ed era già passata da un bel po’ la mezzanotte. Fuori dal terzo locale, il mio amico, un baldo e belloccio piacentino che lavorava nell’azienda di trasporti di suo padre, bloccò due biondine e le convinse a unirsi a noi per fare un salto in un night di Gabbice  Monte.

 

Salii dietro alla sua Seicento con una delle due. Portava una gonna corta e mostrava due cosciotti come quelli dei Tre Porcellini. Come un lupo mannaro non ressi e allungai le mani, lei mi respinse. Andai ancora all’attacco. Il mio amico non aveva ancora innestata la terza che la mia vicina rivolgendosi all’amica davanti:

 

– Loque el comincia a stricher! (1)

 

Probabilmente l’ultima parola  non l’avevo afferrata bene o l’avevo travisata, fatto sta che mi rivolsi al mio amico in questi termini:

 

– Beh, hai sentito bene?… Abbiamo raccolto due orfanelle che parlano in Latino:  quoque, cuiusque, cuius quique. Non è facile raccogliere al giorno d’oggi due belle ragazze che parlano in Latino. Forse son state educate in qualche orfanatrofio vecchia maniera.

 

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SALVATO IN CALCIO D’ANGOLO

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Dopo un paio d’anni dalla morte di mio padre, si vendette il negozio di tabaccheria. Mio fratello e mamma s’impegnarono a condurre il negozio d’ottica, mentre io, nonostante avessi superato solo il biennio d’ingegneria, ottenni la cattedra completa d’insegnante in Matematica e Fisica presso l’Istituto Tecnico per Ragionieri e Geometri  della mia città.

 

Possedevo una 500 e un Moby: un ciclomotore francese leggermente più piccolo del nostro Ciao che faceva sbavare le ragazze e i ragazzi di quel periodo. Godevo dello stipendio, delle mance di mia madre e, pur non essendo una meraviglia, dell’ammirazione e della simpatia di qualche bella fanciulla. L’unico cruccio erano un paio di classi femminili dell’Istituto di Ragioneria. Oh, ma non mettiamola giù troppo dura! C’era anche da divertirsi, con le mani a posto, s’intende.

 

Vi ricordo che per insegnanti, tutori e chi può esercitare una qualche influenza sulle minori, la legge maggiora di due anni l’età di questa area protetta. Non che fossi preoccupato per questo. Dovevo  star piuttosto attento a che non mi sfuggissero parole fuori luogo e a difendermi dalle malizie delle mie giovani allieve. Alcune erano ancora bambine, la maggior parte, uscite dalla pubertà, erano già donne fatte, e quindi più difficili da gestire.

 

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AVEVO BUCATO UNA GOMMA

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A volte, capita d’inciampare in qualche spiacevole malinteso oppure di commettere delle gaffe talmente grossolane che non è possibile far marcia indietro. A quelli come me e che per lavoro sono costretti a darla d’intendere al pubblico succede purtroppo con una certa frequenza.

 

Ma non voglio annoiarvi con le tristi figuracce che ho fatto in negozio o con amici, preferisco ricordare vecchi episodi della mia gioventù, prima che finiscano nel dimenticatoio.

 

Questa è un a delle mie celebri gaffe: una di quelle spaventose, e che non si dimenticano tanto in fretta.

 

In una piccola città di sessantamila abitanti, le feste danzanti promosse da associazioni benefiche o da circoli privati si contano sulle punte delle dita. Avrei fatto carte false per poter partecipare a quella festa.

 

Sì, che avevo delle amiche! Ma non avevano alcun interesse per uno come me, come del resto io non ne avevo per loro. Se avessero scelto un accompagnatore l’avrebbero cercato un po’ più figo del sottoscritto. Più che per vanto, per far invidia alle avversarie. Mi procurarono l’invito un mio amico e la sua ragazza.

 

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SONO LE PEGGIORI

 

 

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Maschi d’una certa età, sù con le ’rece! (1)

 

Se le giovanili femmine, dai sessant’anni in su, vi fanno delle avances, non prendetele troppo sul serio.

 

Sono delle mistificatrici, addirittura delle bugiarde nate, che lo fanno esclusivamente per vanità. Vogliono sapere se sono ancora attraenti più che voglia di far sesso. Ma se vi capita qualcuna che fa sul serio, mi raccomando: non perdonategliela! Rammentatevi il vecchio detto dei vostri padri : “ Ogni lasciata è persa”.

 

Per avvalorare questa mia tesi, mi permisi un giorno d’invitare a bere un caffè una mia cliente che si vanta  d’essere, e purtroppo lo è di professione, una psicologa. L’avevo invitata non tanto per sperimentare su di lei il mio irresistibile fascino, ma perché volevo conoscere in modo diretto e più specifico la sua opinione su questo modo di comportarsi di alcune non più giovani signore nei nostri confronti.

 

Sul metro e sessanta, segalina, con poco seno e sempre in calzoni, porta capelli lunghi raccolti in varie fogge e, sebbene si  atteggi a ragazzina, ha purtroppo un collo impietoso che ne rivela l’età. Nei miei confronti ha sempre  avuto atteggiamenti di stima esagerata, per non dire di sfacciata adulazione. Vi riporto esattamente le sue parole:

 

– Oh, dottore! Come la trovo bene … – oppure – Lei che è un poeta … – a volte anche – Già, dimenticavo che lei è un intellettuale e al tempo stesso un uomo di scienza … – e tante menate del genere di cui provo ancora vergogna.

 

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FEDIFRAGA

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Negli anni Sessanta, nel nostro negozio d’ottica gestito da Vito e mamma, entrò un’attraente signora. Portò a riparare un occhiale da sole con una lente rotta. Dai complimenti di mio fratello e dalle lusinghe che la donna smorfiosamente accettava, mia madre ne fiutò il pericolo.

 

La conferma arrivò tre giorni dopo quando la signora venne a ritirare l’occhiale. Alla richiesta di quanto dovesse, mio fratello sorridendo rispose:

 

– Cinque lire.

 

– Come mai così poco? – chiese con stupore quella quarantenne.

 

– È ciò che mi è costata la lente tanti anni fa. –  e aggiunse  – E poi, è un onore per me e per il  negozio servire una come lei.

 

E dopo una leccata del genere, mia madre ch’era presente divenne verde, rossa e anche viola. Assunse tutte le sfumature dell’arcobaleno per reprimere quello che le era salito sulla punta della lingua.

 

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LE TELEFONATE DI ELENA.

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Non sono mai stato un gran chiacchierone al telefono, forse perché non mi trovo a mio agio parlare con chi non vedo in faccia. Se poi mi capita di dover registrare qualcosa sulla segreteria telefonica mi riesce a impiastricciar perfino le parole. Che siano solo questi i motivi per cui provo antipatia per chi ci sta delle ore?

 

Tra i più sciocchi che si perdono al telefono, annovero chi, andando in scooter, in auto o mentre si fanno trascinare da cani che sembrano vitelli, continuano a comunicare come se niente fosse. Ridicoli e demenziali sono poi quelli che chiacchierano per strada attraverso gli auricolari. Sembrano dei folli che parlano per loro conto. Ma cosa avranno di così urgente e d’importante da dirsi?

 

Ora sono in pensione, e di mattina rimango in casa a studiare oppure perdo il mio tempo davanti al pc. Mi capita spesso d’essere solo a ricevere le telefonate di quelle seccatrici che ti propongono offerte vantaggiose sull’energia e sulla telefonia, ma non basta, ci sono anche quelle delle amiche di mia moglie. Tra le più frequenti e come tremenda chiacchierona annovero una certa Elena. Forse perché in casa sua non l’ascolta più nessuno ormai, e allora si sfoga con Teresa e, quando non la trova, è costretta a dialogar con me. E sorpresa delle sorprese: s’è rivelata ancor più simpatica di come l’avevo considerata le prime volte.

 

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