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 IN BOCCA AL LUPO! … MA I LUPI NON C’ENTRANO PER NULLA. LE NAVI DI VENEZIA, SÌ…

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Bocca di lupo (foto Paolobon140, CC)

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Quando un amico affronta un esame, una prova difficile, una partita decisiva, l’augurio più frequente è “In bocca al lupo“. Al quale una volta si rispondeva “Crepi” mentre adesso l’ignobile dittatura del politicamente ed ecologicamente corretto impone di rispondere “Viva il lupo”.

Bocca di lupo

Pochi sanno, però, che nell’augurio “in bocca al lupo“, i lupi non c’entrano per nulla, neppure di striscio. C’entrano invece, Venezia, la Serenissima, e le sue navi.

“In bocca al lupo”: augurio, non avvertimento

Dall’Accademia della Crusca alla Treccani, molti dizionari e molti repertori di “modi dire” si sono interessati all’augurio “in bocca al lupo“. E tutti riportano a profusione detti, in uso in mezzo mondo, che citano il lupo e l’ancestrale paura del predatore. Ma sono tutti modi dire in negativo: “andare in bocca al lupo”, “cascare in bocca al lupo”, “guarda che finisci in bocca al lupo” sono avvertimenti, non auguri. Invitano a fuggire un pericolo, non certo ad andarci incontro.

Perché “in bocca al lupo” è indubitabilmente un augurio. E non è, ovviamente, l’augurio di venir mangiato dai lupi. E’ un augurio marinaresco: non c’entra con i lupi, non c’entra con la montagna e le foreste, ma con il mare. Con un mare, in particolare: e cioè l’Adriatico. E con lo Stato che per secoli e secoli ha dominato questo mare, imponendo ai traffici commerciali norme, burocrazie e regole ferree. E questo stato fu la Serenissima.

Le norme della Serenissima

Venezia, lo sappiamo, ha dominato l’Adriatico. E ha legittimato questo potere affermando che, essendo Venezia nata sul mare, il mare era il suo territorio. Il mare, tutto: da Venezia in giù, su entrambe le sponde, fino alle bocche di Otranto. L’Adriatico tutto si chiamava allora Golfo di Venezia, e con questo nome è riportato nelle carte. E tutti i traffici che vi si svolgevano dovevano rispettare le norme imposte dalla Serenissima.

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Vincenzo Maria Coronelli, Golfo di Venezia olim Adriaticum mare (Golfo di Venezia, una volta detto Mare Adriatico)

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Dagli Asburgo ai Re d’Ungheria, dal Papa al Regno di Napoli, ci hanno provato in molti, per secoli,  a contestare il diritto che Venezia si arrogava, di dettar legge sull’intero Adriatico. Il Papa minacciò perfino scomuniche e interdetti, ai quali il grandissimo Paolo Sarpi s’incaricò di rispondere, affermando le ragioni di Venezia.

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LA PITIMA

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Venezia

Temutissima presenza storica con un rigoroso ruolo nella Serenissima: non era un esattore diretto dei debiti ma uno che ne sollecitava il pagamento in modo pubblico. Coloro che avevano un credito e non riuscivano a riscuotere, si rivolgevano ai servigi della Pitima: questa allora seguiva in continuazione il debitore vestita di rosso (un colore facilmente riconoscibile affinché tutti sapessero che il perseguitato era debitore moroso) gridando a gran voce e additando l’insolvente così da gettarlo nell’imbarazzo e farlo cedere per sfinimento fino a saldare le proprie pendenze.

Era una figura istituzionale commissionata dello Stato, reclutata tra le persone povere ed emarginate le quali godevano di assistenza pubblica in mense e ostelli a loro riservati in cambio della disponibilità su richiesta delle istituzioni. Nonostante la comprensibile insofferenza, il perseguitato non poteva in alcun modo nuocere alla Pitima pena pesante condanna.

Per la Serenissima, la cui prosperità era basata sul commercio, la credibilità dei mercanti e armatori, gli impegni tra privati compresi i debiti di gioco, il rispetto delle regole e gli impegni assunti, venivano considerati obblighi primari facenti parte della struttura stessa dello Stato. 

Pur essendo una democrazia avanzata aperta a tutti e a tutte le idee, vigeva un rigore ferreo delle regole sulle quali non si transigeva.

Dagli antichi fasti di Venezia a tutt’oggi, è un termine ancora usato per indicare una persona insistente e molesta: “ti xe na pitima”

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IL MEDICO DELLA PESTE,  LA PIÙ INQUIETANTE DELLE MASCHERE VENEZIANE

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Il Medico della Peste è sicuramente la più inquietante delle maschere di carnevale veneziane

Negli ultimi anni, la maschera del Medico della Peste è diventata molto conosciuta, quasi pop, grazie soprattutto a videogiochi di successo come Assasin’s Creed e diversi film. Nell’universo Steampunk, se ne trovano molte versioni. Grazie a questa popolarità, il Medico della Peste, un tempo simbolo terribile di morte e disperazione, viene oggi scelto come costumecosplay o vestito di Halloween.

 Ma com’era e a cosa serviva davvero la maschera del Medico della Peste?

Sappiamo poco sulle origini, ma è noto che la figura del Medico della Peste era diffuso in tutta Europa già nel medioevo. Nel XVII secolo, un famoso medico francese, Charles de Lorme, perfezionò la maschera del Medico della Peste, conferendole l’aspetto che conosciamo.

Questa era una maschera pratica, cioè veniva usata effettivamente dai dottori e chirurghi come uniforme medica per proteggersi dal morbo quando andavano a visitare i malati di peste. 

Il principio era quello di isolare il curante, prevenendo il contatto diretto con i corpi degli appestati. Il vestito, che copriva interamente il Medico della Peste da testa a piedi, era in tela cerata, ben chiusa intorno alla maschera.

La maschera del Medico della Peste copriva il viso con un ovale in cui si aprono due fori tondi, all’altezza degli occhi.

Questi fori erano sigillati da due pezzi di vetro fissati alla maschera. Nella parte inferiore del viso, si allungava un poderoso naso adunco, a mo’ di grosso becco.

Sui lati del “becco”, erano praticati due tagli orizzontali, per far passare l’aria. Il becco veniva poi riempito di erbe aromatiche, così da filtrare e purificare l’aria respirata dal Medico della Peste per evitare il contagio. Secondo la dottrina miasmatico-umorale, il contagio era infatti attribuito all’”aria cattiva”. Possiamo dire che questo fu il primo tentativo di maschera antigas. 

Le mani erano coperte da guanti. La bacchetta, che il Dottore della Peste impugna sempre in tutte le (poche) raffigurazioni antiche, completava l’uniforme. Questa serviva specificatamente a non toccare direttamente i corpi degli appestati.

Il significato profondo del Medico della Peste

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La maschera del Medico della Peste aveva sicuramente un uso pratico ma perché aveva un aspetto così terrificante? Il significato profondo ha probabilmente a vedere con la superstizione e la concezione antica della malattia, più che con le necessità materiali dei curanti.

A qui tempi, non si sapeva nulla di microbi o virus, ma si pensava piuttosto che la malattia fosse portata dagli spiriti, o “influenze negative” che causavano disordine negli umori del paziente. La maschera serviva da una parte a impedire che gli spiriti, attraverso l’aria, entrassero nel corpo del medico e, dall’altra, a spaventarli e scacciarli.

Il Medico della Peste come costume di carnevale, oggi e ieri

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La maschera del Medico della Peste finì per diventare sin dai tempi antichi, un vero costume di carnevale. Come spesso succedeva, il costume aveva un significato apotropaico, ovvero serviva a evocare il male (o meglio, il ricordo del male) per vincerne la paura recondita che tutti nutrivano. 

Il giorno di martedì grasso a Venezia, gruppi di Medici della Peste sbucavano dalle calli, ricordando ai passanti di tornare a più miti costumi, dopo settimane o mesi di bagordi sregolati. Una goliardata, certo, ma al contempo un’usanza che alludeva a una comune coscienza dei terribili anni in cui la peste martoriava la popolazione di Venezia. Una sorta di memento mori durante l’ultimo giorno di carnevale. 

In tutta Europa e specialmente a Venezia, la peste si ripresentava continuamente. Famose sono le pestilenze del 1630 e ancor di più quella del 1575, che sterminò un terzo della popolazione veneziana!

La memoria di tutto questo ormai è perduta, e grazie alla moderna medicina, non possiamo più capire fino in fondo l’angoscia profonda che la maschera del Medico della Peste suscitasse nei secoli passati.

Oggi il Medico della Peste è solo una delle tante maschere di carnevale veneziane o costume di Halloween. Eppure, il suo aspetto terrificante riesce ancora a suscitare un misto di curiosità e inquietudine. Non è un caso che si ritrovi in diversi film e altri prodotti popolari assolutamente contemporanei come i videogiochi. 

Nel modo colorato e bizzarro dei costumi cosplay, il Medico della Peste si ripresenta in varie versioni, anche se spesso più simile ad un uccello terrificante che all’originale. 

Proprio da una fusione tra un Medico della Peste e un corvo nasce poi la versione steampunk della maschera. In effetti, la forza evocativa del Medico della Peste si adatta perfettamente all’universo decadente e corrotto dell’universo steampunk. 

Per noi mascherai di Ca’ Macana, è interessante che la maschera del Medico della Peste continui ad affascinare e incuriosire anche a secoli di distanza dal suo effettivo uso nella vita quotidiana. Per questo, siamo contenti di riproporla tra le maschere decorative e come costume di carnevale.

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Fonte: da CA MACANA.. Maschere di carnevale veneziane

Link: https://www.camacana.com/it/

Conoscenza, Cultura varia, Persone e personaggi

POI CI SONO LORO … I FOLLI.

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Dedicato ai folli, a chi ha lasciato la comoda sedia della sicurezza, a chi ha abbandonato il vialetto di casa, a chi non è stato compreso…

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“Ognuno è un genio. Ma se si giudica un pesce dalla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi, lui passerà l’intera vita a credersi stupido”.
Albert Einstein

Molti imprenditori, rivoluzionari, ora miliardari, considerati geni innovatori, hanno abbandonato gli studi. Hanno preso la porta prima che fosse ora di prenderla. Hanno sfondato la porta quando la porta era chiusa a chiave.

Chi li conosceva mentre uscivano sgommando dal loro vialetto?

Chi li conosceva quando abbandonavano il college fra gli improperi dei padri e le delusioni sempiterne delle madri?

E ora forse li conosciamo? Li conosciamo davvero?

I loro genitori li conosceranno, ora, li riconosceranno?

Ci sono tante persone fortunate là fuori, tutto per bene, in orario, persone perfettamente cronologiche, una scalata di sì ai voti e ai sentimenti.

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Cultura varia, Pensieri e parole

TU SEI QUA GRAZIE A…

sei qui

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2 genitori. 

4 nonni. 

8 bisnonni. 

16 trisnonni. 

32 quadrisavi. 

64 quintavi. 

128 esavi. 

256 eptavi. 

512 ottavi. 

1024 nonavi. 

2048 decavi.

Per nascere oggi (da 12 generazioni precedenti), hai avuto bisogno di un totale di 4.094 antenati negli ultimi 400 anni. 

Pensa per un istante: quante lotte? Quante battaglie? Quante malattie? Quante difficoltà? Quanta tristezza? Quanta felicità? Quante storie d’amore? 

Quante speranze per il futuro? … i tuoi antenati hanno attraversato per farti esistere oggi.

Onora sempre le tue radici.

Conoscenza, Cultura varia, Persone e personaggi, Religioni credenze e documenti

LE PROFEZIE DI RASPUTIN

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Grigorij Efimovič Novy, noto come Rasputin 

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“…Sento che devo morire prima dell’anno nuovo. Voglio fare presente però al popolo russo, al Babbo, alla Madre della Russia ed ai Ragazzi, che se io sarò ucciso da comuni assassini, e specialmente dai miei fratelli contadini russi, tu, Zar di Russia, non avere paura, resta sul tuo trono e governa e non avere paura per i tuoi Figli perché regneranno per altri cento e più anni. Ma se io verrò ucciso dai nobili, le loro mani resteranno macchiate del mio sangue e per venticinque anni non potranno togliersi dalla pelle questo sangue. Essi dovranno lasciare la Russia. I fratelli uccideranno i fratelli, ed essi si uccideranno l’un l’altro. E per venticinque anni non ci saranno nobili nel Paese. Zar della terra di Russia, se tu odi il suono delle campane che ti dice che Grigorij è stato ucciso, devi sapere questo. Se sono stati i tuoi parenti che hanno provocato la mia morte, allora nessuno della tua famiglia, cioè nessuno dei tuoi figli o dei tuoi parenti rimarrà vivo per più di due anni. Essi saranno uccisi dal popolo russo… Pregate, pregate, siate forti, pensate alla vostra benedetta famiglia.” 

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Cultura varia, Società e politica

IL RIMEDIO È LA POVERTÀ

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Questo articolo apparve il 30 giugno 1974, ed è straordinario. Una meraviglia di stile e di pensiero di Goffredo Parise.

 

«Questo è un articolo di Goffredo Parise tratto dalla rubrica che lo scrittore tenne sul “Corriere della sera” dal 1974 al 1975.

Si trova nell’antologia “Dobbiamo disobbedire”, a cura di Silvio Perrella, edita da Adelphi.

Questo articolo apparve il 30 giugno 1974, ed è straordinario.

Una meraviglia di stile e di pensiero di questo autore sicuramente libero e lontano da ogni appartenenza politica e salottiera.

Rappresenta per noi oggi – media compresi che non ospitano più pezzi così controcorrente – uno schiaffo contro la nostra inerzia.

 

«Questa volta non risponderò ad personam, parlerò a tutti, in particolare però a quei lettori che mi hanno aspramente rimproverato due mie frasi: «I poveri hanno sempre ragione», scritta alcuni mesi fa, e quest’altra: «il rimedio è la povertà. Tornare indietro? Sì, tornare indietro», scritta nel mio ultimo articolo.

 

Per la prima volta hanno scritto che sono “un comunista”, per la seconda alcuni lettori di sinistra mi accusano di fare il gioco dei ricchi e se la prendono con me per il mio odio per i consumi. Dicono che anche le classi meno abbienti hanno il diritto di “consumare”.

 

Lettori, chiamiamoli così, di destra, usano la seguente logica: senza consumi non c’è produzione, senza produzione disoccupazione e disastro economico. Da una parte e dall’altra, per ragioni demagogiche o pseudo-economiche, tutti sono d’accordo nel dire che il consumo è benessere, e io rispondo loro con il titolo di questo articolo.

 

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Cultura varia, Scuola e istruzione

LA PERDITA DEL RICCORDO

la migliore aula del mondo

La migliore aula del mondo

 

Ricordo quando mio nonno veniva a mangiare la domenica da noi, e io lo portavo alla finestra del balcone per mostrargli le nuvole all’orizzonte:

 

“Nonno pioverà”?

“None. Non sono nuvole di pioggia, quelle!”

 

Non ricordo una sola volta in cui il nonno mi abbia risposto che sì, sarebbe piovuto. E non si è mai sbagliato, perché la memoria di 70 anni passati a rompersi la schiena nelle campagne arse dal sole, in attesa di una pioggia che non arrivava mai, non lascia spazio a facili ottimismi. Nemmeno a 80 anni. E non si smette mai di essere contadini, nemmeno da pensionati.

 

Ne stanno morendo tanti, di pensionati e di nonni, in questi maledetti giorni di pestilenza. Perché il coronavirus si accanisce soprattutto su di loro, lasciando illesi i più giovani e affidando la sorte di chi sta in mezzo ad una tragica riffa tra chi ha un sistema immunitario virtuoso, e chi invece si scopre improvvisamente fragile.

 

Certi giornaloni, tuttavia, non si stancano mai di annunciare con malcelato sollievo che questo virus “ammazza soltanto i vecchi”, “soltanto i malati”. E poco importa se puoi ritrovarti ad annaspare a 50 anni, ché comunque giovane non sei. E ancor meno importa, che basta avere la pressione un po’ alta per ritrovarsi nell’elenco dei “malati”, di quelli che “non ce l’avrebbero fatta comunque”. Si percepisce la sgradevole sensazione che al virus venga riconosciuta una dignità che non merita, nel ruolo di facilitatore, di acceleratore di un processo tanto inevitabile, quanto in fin dei conti benvenuto. Largo ai giovani, no?

 

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Cultura varia, Economia e lavoro, Storia, Storia e arte, Veneto

FELTRE – MONUMENTO ALL’EMIGRANTE DI ANTONIO BOTTEGAL

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Monumento all’emigrante di Antonio Bottegal

 

Quando andavo a Milano per lavoro, prima di entrare nella stazione di Feltre, mi voltavo a guardare oltre le vette in direzione di San Donato, mio paese natale. Ricordo che provavo una stretta al cuore perché in quel momento era come se tagliassi ogni legame con la mia gente. Io però andavo solo a Milano! Cosa avranno provato allora i nostri emigranti che partivano per l’estero, recandosi in Svizzera, Germania, America e Australia, sapendo che non sarebbero tornati, o solo dopo anni!

Uomini laboriosi, intraprendenti, rotti ad ogni fatica che sono riusciti a fare grande il nome dell’Italia nel mondo, a prezzo di enormi sacrifici e, talvolta, della loro vita. La loro è stata una fuga di forza-lavoro, che ha penalizzato il nostro Paese negli ultimi due secoli.
Ecco, allora, che il mio emigrante appare come un uomo imponente, massiccio, che nel modellato scabro rivela il carattere montanaro, simbolo di forza e prestanza fisica, fiero e consapevole delle sue capacità di cambiare il proprio destino in una vita migliore. Mentre si avvia al treno si volta a guardare il paese e il suo viso, pur nella fierezza del portamento, tradisce l’emozione del distacco. Le mani sono grandi, simili a strumenti di lavoro, la sinistra chiusa a pugno sottolinea rabbia e determinazione, grandi i piedi che hanno percorso le strade del mondo e la piccola valigia di cartone, contenente poche e povere cose, resta pur sempre un pesante fardello, inseparabile compagno di viaggio.

 

Fonte: srs di Ettore Beggiato da Facebook di Beggiato  del 26 marzo 2020

Link: https://www.facebook.com/ettore.beggiato

 

 

 

Cultura varia, Storia e arte

QUANDO A ROMA SI PARLAVA NAPOLETANO

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Sisinium: Fili de le pute, traite, Gosmari, Albertel, traite. Falite dereto colo palo, Carvoncelle!

 

 

Un ghigno compare sul mio viso, non potete vederlo ma vi assicuro che c’è, e il motivo mi viene cagionato dalla lettura di alcune documentazioni relative agli idiomi della penisola italica.

Non essendo un cultore della storia linguistica del nostro Paese devo, ob torto collo, riferirmi ad altrui affermazioni per comprendere l’evoluzione linguistica della “mia lingua”.

 

È universalmente riconosciuto che l’italiano moderno poggia i suoi enormi piedi sul latino classico, quello letterario per intendersi mentre il volgo (da vulgaris) aveva un suo idioma composto da un limitato vocabolario latino infarinato con le antiche lingue parlate nell’area, questi dialetti alla fine hanno dato origine alle varie lingue romanze attualmente vive nel bacino linguistico neolatino.

 

Questa è in breve sintesi la definizione (spero che qualcuno storca il naso, me ne rallegro).

 

Una prima lista di queste parole volgari la si ritrova nell’Appendix Probi del III secolo dove al fianco della corretta parola latina compare quella che il vogo utilizzava nell’uso comune, lo scopo era quello di affermare la corretta dizione ad uso didattico della parola (pardon per il gioco di “parole”).

 

In ogni caso il latino classico ha continuato la sua vita anche oltre l’impero romano essendo utilizzato come lingua ufficiale per tutti gli scritti finché un malcapitato giorno del 960 una dichiarazione processuale non sancì la nascita della lingua italiana o per essere più precisi del napoletano, il documento era il Placito Capuano e qui sono sicuro di non essere l’unico a conoscerne l’esistenza.

 

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