Alimentazione e gastronomia, Veneto, Veneto Serenissima Repubblica

RICETTA FAVE DEI MORTI VENEZIA DOLCI TIPICI VENETO

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Le Fave dei Morti sono un dolce tipico veneziano che affonda le proprie origini in un’antica tradizione: ha sostituito le fave arrostite che si mangiavano in passato in occasione della ricorrenza dei morti. Le autentiche fave dovevano essere confezionate con i soli pinoli perché le mandorle le rendevano più pesanti. Oggi, dato il costo dei pinoli, si preparano quasi esclusivamente con le mandorle.

Le Fave dei Morti veneziane si caratterizzano per essere di tre colori (marrone, pesca e panna). Ma perché questo dolce deve essere simile alle fave? Le fave erano considerate da Plinio un “incantesimo protettore”, il simbolo dei morti e della loro prosperità.

La tradizione di mangiare questo legume durante la “Festa dei morti” pare abbia origini molto antiche e, alcune fonti, le fanno risalire ad un’usanza da cui deriverebbe anche il nome “Calle della fava” a Venezia. Già nel VII – VI sec. a.C. nell’area del Mediterraneo le fave erano legate al mondo dei morti in quanto il fiore di questo legume è bianco ma macchiato al centro di nero (simbolo di morte). Inoltre, se le fave secche vengono lasciate nell’acqua, esse la tingono di colore rosso e ricordano quindi il sangue.

Anche con l’avvento del Cristianesimo, il legame tra le fave e i morti non venne scordato tanto che, fino ai tempi più recenti, era usanza mettere sul davanzale e sugli angoli delle strade ciotole colme di fave. Oggi la fava naturale è stata sostituita con le deliziose Fave dei Morti!

Qui proponiamo la ricetta considerata l’originale.

INGREDIENTI


• 400 g di pinoli
• 400 g di zucchero
• 6 albumi d’uovo
• vaniglia
• 2 bicchierini di liquore (rosolio bianco e alchermes)
• cioccolato grattugiato.

PREPARAZIONE


Tritare i pinoli e impastarli con lo zucchero, la vaniglia e gli albumi d’uovo sbattuti a neve soda. Dividere l’impasto in tre parti, per preparare le fave di tre colori: bianche con l’aggiunta del rosolio, rosa con l’alchermes, marrone mescolando il cioccolato grattugiato. Formare delle palline della grossezza di una noce, e disporle su carta oleata in una teglia. Farle cuocere nel forno tiepido per il tempo necessario.

Fonte: internet  varie

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 IN BOCCA AL LUPO! … MA I LUPI NON C’ENTRANO PER NULLA. LE NAVI DI VENEZIA, SÌ…

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Bocca di lupo (foto Paolobon140, CC)

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Quando un amico affronta un esame, una prova difficile, una partita decisiva, l’augurio più frequente è “In bocca al lupo“. Al quale una volta si rispondeva “Crepi” mentre adesso l’ignobile dittatura del politicamente ed ecologicamente corretto impone di rispondere “Viva il lupo”.

Bocca di lupo

Pochi sanno, però, che nell’augurio “in bocca al lupo“, i lupi non c’entrano per nulla, neppure di striscio. C’entrano invece, Venezia, la Serenissima, e le sue navi.

“In bocca al lupo”: augurio, non avvertimento

Dall’Accademia della Crusca alla Treccani, molti dizionari e molti repertori di “modi dire” si sono interessati all’augurio “in bocca al lupo“. E tutti riportano a profusione detti, in uso in mezzo mondo, che citano il lupo e l’ancestrale paura del predatore. Ma sono tutti modi dire in negativo: “andare in bocca al lupo”, “cascare in bocca al lupo”, “guarda che finisci in bocca al lupo” sono avvertimenti, non auguri. Invitano a fuggire un pericolo, non certo ad andarci incontro.

Perché “in bocca al lupo” è indubitabilmente un augurio. E non è, ovviamente, l’augurio di venir mangiato dai lupi. E’ un augurio marinaresco: non c’entra con i lupi, non c’entra con la montagna e le foreste, ma con il mare. Con un mare, in particolare: e cioè l’Adriatico. E con lo Stato che per secoli e secoli ha dominato questo mare, imponendo ai traffici commerciali norme, burocrazie e regole ferree. E questo stato fu la Serenissima.

Le norme della Serenissima

Venezia, lo sappiamo, ha dominato l’Adriatico. E ha legittimato questo potere affermando che, essendo Venezia nata sul mare, il mare era il suo territorio. Il mare, tutto: da Venezia in giù, su entrambe le sponde, fino alle bocche di Otranto. L’Adriatico tutto si chiamava allora Golfo di Venezia, e con questo nome è riportato nelle carte. E tutti i traffici che vi si svolgevano dovevano rispettare le norme imposte dalla Serenissima.

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Vincenzo Maria Coronelli, Golfo di Venezia olim Adriaticum mare (Golfo di Venezia, una volta detto Mare Adriatico)

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Dagli Asburgo ai Re d’Ungheria, dal Papa al Regno di Napoli, ci hanno provato in molti, per secoli,  a contestare il diritto che Venezia si arrogava, di dettar legge sull’intero Adriatico. Il Papa minacciò perfino scomuniche e interdetti, ai quali il grandissimo Paolo Sarpi s’incaricò di rispondere, affermando le ragioni di Venezia.

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COME DIVENIMMO “POLENTONI”

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Fu certamente anche grazie all’OFFICIO delle BIAVE, una Magistratura veneta, che nel XVI secolo, come misura per prevenire carestie dovute a cattivi raccolti, incoraggiò la coltivazione del granturco, in alternativa al grano, abbinandolo anche al riso. Il granturco, introdotto nel 1550, forniva un raccolto più abbondante di quello che era stato possibile ottenere prima e si diffuse in tutto il Veneto nel giro di tre generazioni per diventare infine il prodotto principale. 

Anche il riso fu introdotto nel XVI secolo e contribuì in maniera significativa ad aumentare le scorte alimentari. Secondo Pierre Chaunu, il riso fornisce 7,35 milioni di calorie per ettaro, contro 1,51 milioni di calorie del grano. Queste cifre, anche se approssimative, rendono l’idea dell’importanza del riso nell’incremento delle scorte di cibo.

Le calorie fornite dal granturco sono intermedie ma in pratica, determinano la vera differenza la caduta delle piogge locali, e la qualità del suolo. Il riso richiedeva l’inondazione e ciò limitava la sua diffusione a terre piane ed irrigue. Il granturco necessitava di più precipitazioni atmosferiche del grano, ma questi due raccolti erano reciprocamente sostituibili ovunque nel Veneto.

I Magistrati ammassavano delle scorte di grano, granturco e riso, in appositi edifici, per poi introdurre a prezzi calmierati, o, nei periodi di crisi profonda, addirittura distribuire gratuitamente per le classi povere, le scorte accumulate. Traccia di queste provvidenziali usanze le troviamo ancora nella toponomastica di qualche città veneta, anche se con la creazione dello stato unitario italiano, il Grande Fratello di orwelliana memoria, ha fatto scomparire nomi che invece erano carichi di significati. A Padova, tanto per fare un esempio, l’attuale Piazza Garibaldi, era detta fino a metà ‘800, Piazza delle Biave.

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Fonte: SRS DI  MILLO BOZZOLAN · PUBBLICATO 19 SETTEMBRE 2022 · AGGIORNATO 13 SETTEMBRE 2022

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IL MEDICO DELLA PESTE,  LA PIÙ INQUIETANTE DELLE MASCHERE VENEZIANE

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Il Medico della Peste è sicuramente la più inquietante delle maschere di carnevale veneziane

Negli ultimi anni, la maschera del Medico della Peste è diventata molto conosciuta, quasi pop, grazie soprattutto a videogiochi di successo come Assasin’s Creed e diversi film. Nell’universo Steampunk, se ne trovano molte versioni. Grazie a questa popolarità, il Medico della Peste, un tempo simbolo terribile di morte e disperazione, viene oggi scelto come costumecosplay o vestito di Halloween.

 Ma com’era e a cosa serviva davvero la maschera del Medico della Peste?

Sappiamo poco sulle origini, ma è noto che la figura del Medico della Peste era diffuso in tutta Europa già nel medioevo. Nel XVII secolo, un famoso medico francese, Charles de Lorme, perfezionò la maschera del Medico della Peste, conferendole l’aspetto che conosciamo.

Questa era una maschera pratica, cioè veniva usata effettivamente dai dottori e chirurghi come uniforme medica per proteggersi dal morbo quando andavano a visitare i malati di peste. 

Il principio era quello di isolare il curante, prevenendo il contatto diretto con i corpi degli appestati. Il vestito, che copriva interamente il Medico della Peste da testa a piedi, era in tela cerata, ben chiusa intorno alla maschera.

La maschera del Medico della Peste copriva il viso con un ovale in cui si aprono due fori tondi, all’altezza degli occhi.

Questi fori erano sigillati da due pezzi di vetro fissati alla maschera. Nella parte inferiore del viso, si allungava un poderoso naso adunco, a mo’ di grosso becco.

Sui lati del “becco”, erano praticati due tagli orizzontali, per far passare l’aria. Il becco veniva poi riempito di erbe aromatiche, così da filtrare e purificare l’aria respirata dal Medico della Peste per evitare il contagio. Secondo la dottrina miasmatico-umorale, il contagio era infatti attribuito all’”aria cattiva”. Possiamo dire che questo fu il primo tentativo di maschera antigas. 

Le mani erano coperte da guanti. La bacchetta, che il Dottore della Peste impugna sempre in tutte le (poche) raffigurazioni antiche, completava l’uniforme. Questa serviva specificatamente a non toccare direttamente i corpi degli appestati.

Il significato profondo del Medico della Peste

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La maschera del Medico della Peste aveva sicuramente un uso pratico ma perché aveva un aspetto così terrificante? Il significato profondo ha probabilmente a vedere con la superstizione e la concezione antica della malattia, più che con le necessità materiali dei curanti.

A qui tempi, non si sapeva nulla di microbi o virus, ma si pensava piuttosto che la malattia fosse portata dagli spiriti, o “influenze negative” che causavano disordine negli umori del paziente. La maschera serviva da una parte a impedire che gli spiriti, attraverso l’aria, entrassero nel corpo del medico e, dall’altra, a spaventarli e scacciarli.

Il Medico della Peste come costume di carnevale, oggi e ieri

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La maschera del Medico della Peste finì per diventare sin dai tempi antichi, un vero costume di carnevale. Come spesso succedeva, il costume aveva un significato apotropaico, ovvero serviva a evocare il male (o meglio, il ricordo del male) per vincerne la paura recondita che tutti nutrivano. 

Il giorno di martedì grasso a Venezia, gruppi di Medici della Peste sbucavano dalle calli, ricordando ai passanti di tornare a più miti costumi, dopo settimane o mesi di bagordi sregolati. Una goliardata, certo, ma al contempo un’usanza che alludeva a una comune coscienza dei terribili anni in cui la peste martoriava la popolazione di Venezia. Una sorta di memento mori durante l’ultimo giorno di carnevale. 

In tutta Europa e specialmente a Venezia, la peste si ripresentava continuamente. Famose sono le pestilenze del 1630 e ancor di più quella del 1575, che sterminò un terzo della popolazione veneziana!

La memoria di tutto questo ormai è perduta, e grazie alla moderna medicina, non possiamo più capire fino in fondo l’angoscia profonda che la maschera del Medico della Peste suscitasse nei secoli passati.

Oggi il Medico della Peste è solo una delle tante maschere di carnevale veneziane o costume di Halloween. Eppure, il suo aspetto terrificante riesce ancora a suscitare un misto di curiosità e inquietudine. Non è un caso che si ritrovi in diversi film e altri prodotti popolari assolutamente contemporanei come i videogiochi. 

Nel modo colorato e bizzarro dei costumi cosplay, il Medico della Peste si ripresenta in varie versioni, anche se spesso più simile ad un uccello terrificante che all’originale. 

Proprio da una fusione tra un Medico della Peste e un corvo nasce poi la versione steampunk della maschera. In effetti, la forza evocativa del Medico della Peste si adatta perfettamente all’universo decadente e corrotto dell’universo steampunk. 

Per noi mascherai di Ca’ Macana, è interessante che la maschera del Medico della Peste continui ad affascinare e incuriosire anche a secoli di distanza dal suo effettivo uso nella vita quotidiana. Per questo, siamo contenti di riproporla tra le maschere decorative e come costume di carnevale.

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Fonte: da CA MACANA.. Maschere di carnevale veneziane

Link: https://www.camacana.com/it/

Natura e scienza, Salute e benessere, Veneto Serenissima Repubblica

LA PESTE, LE EPIDEMIE DEL PASSATO A VENEZIA E I LAZZARETTI COME EFFICIENTE SOLUZIONE DI PREVENZIONE.

scritta in turco peste

Scritta in turco ottomano che si trova all’interno del Teson alle Merci (l’Hospitale) del Lazzaretto Vecchio. — (Archivio Venipedia/Bazzmann)

La morte nera, così veniva chiamata, è stata causa di numerose vittime e di grandi epidemie, nel passato. Un viaggio alla scoperta della malattia e di come ha influito a Venezia nel terribile periodo delle pestilenze, i rimedi, le prevenzioni e i Lazzaretti: un modello di efficienza ed efficacia esportato poi in tutto il mediterraneo fino ai nostri giorni.

Durante il medioevo di peste “ci si ammalava senza una ragione e ugualmente si guariva in maniera casuale“.

CHE COS’È LA PESTE?

Il vocabolo “peste” ha origini dalla parola indoeuropea pes, soffio mortale, che non nasce per caso dato che la diffusione della malattia è rapidissima, così come l’esito della stessa. La persona contagiata muore nel giro di due, massimo sei giorni e la sua diffusione è altrettanto fulminea. In brevissimo tempo, tutta la popolazione viene, o può venir colpita con una mortalità che raggiunge addirittura il 70% dei contagiati.

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IL FANTASMA DELLA MOGLIE DI MARCO POLO

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Marco Polo, famoso mercante veneziano nato nel Tredicesimo secolo, durante il suo viaggio in Cina si innamorò di una delle figlie dell’Imperatore. I due riuscirono a sposarsi e poco dopo tornarono insieme a Venezia.

In città, però, la giovane dovette fare i conti con le sorelle dell’uomo, donne invidiose e gelose di quella bella ragazza asiatica che aveva rubato il cuore del loro amato fratello.

Quando Marco Polo, nel 1298, fu catturato dai Genovesi durante una battaglia, le donne dissero alla principessa che il marito era morto nonostante non fosse vero.

Per l’immenso dolore, la giovane dette fuoco ai suoi abiti e si lanciò da una delle finestre della loro casa morendo sul colpo.

Secondo quanto si racconta, se di notte si passa in corte del Milion, proprio dove un tempo c’era la casa dei Polo, si può intravedere la sagoma di una giovane donna vestita di bianco che canta canzoni orientali e vaga per il cortile.

LEGGENDA E REALTÀ

LEGGENDA E REALTÀ

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Della moglie cinese di Marco Polo non esiste documentazione certa. Tuttavia nel 1998, durante i lavori di ristrutturazione delle fondazioni del Teatro Malibran, costruito sul luogo della casa di Marco Polo distrutta da un incendio nel 1597, furono ritrovati dei resti umani appartenenti ad una donna asiatica. Con gli antichi resti emerse anche un corredo di oggetti orientali, compreso un diadema imperiale che reca lo stemma di Kublai Khan, imperatore della Cina nel tardo 1200.

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Da venetoinside

Link. https://www.venetoinside.com/it/aneddoti-e-curiosita/post/il-fantasma-della-moglie-cinese-di-marco-polo/

Link: http://www.veneziatiamo.eu/Cortesecondadelmilion.html

Persone e personaggi, Veneto, Veneto Serenissima Repubblica

LA MORTE DI UN GRANDE: MILLO BOZZOLAN

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Millo Bozzolan, Milo Boz Veneto 

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Silenziosamente, il 4 dicembre  2020 le Dolomiti feltrine e l’intera Comunità veneta sono diventate più povere. Assorto nel torpore e nella solitudine della malattia, che lo stava vincendo, Millo Bozzolan se ne andava. «Ma come? Chi era mai costui?», si chiederanno i più. Non esito a rispondere con una definizione impegnativa ma vera: era un grande; un uomo nel senso vero e alto della parola. Egli era un maestro, senza essere mai salito in cattedra; era un padre spirituale, senza mai atteggiarsi ad esserlo. Lo era proprio per questo: per verità e non per scena. Con il suo sorriso forte, con il suo animo equilibrato, con la sua bonomia che ispirava e dava fiducia, con la sua competenza vasta e sapiente, con il suo sapere incredibile e pur umile, ci ha accompagnato negli ultimi vent’anni come un vero fratello, un padre, un amico.

Millo era nato il 19 aprile 1948 e, dopo una vita laboriosa, da prima nel commercio e poi come artigiano (come tanti, uomini e donne, che portano avanti la vita e la società con i fatti e non con le ciance, come i nostri maledetti politici, perlopiù autentiche sanguisughe), aveva acquistato una casa, secondo le sue possibilità, in comune di Seren del Grappa, «in mezzo ad un bosco, tra caprioli e ghiri», lontano dalla «confusione del mondo moderno». Ora, in quella casa, è rimasta solo la vedova Albana.

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Storia, Veneto Serenissima Repubblica

LA BANDIERA CON LO UNION JACK E IL LEONE DI SAN MARCO

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Quando Napoleone dichiarò guerra alla Serenissima (primo maggio 1797) ordinò “di far atterrare in tutte le città di terraferma il Leone di San Marco”; i soldati francesi e i collaborazionisti giacobini italiani e veneti eseguirono con particolare determinazione il decreto del Bonaparte e migliaia e migliaia di leoni furono distrutti e scalpellati: Napoleone aveva capito molto bene il valore di un simbolo come il leone di San Marco e cercava di annullarne l’immaginifica potenza. Senza grandi risultati, per la verità, vista la straordinaria diffusione del simbolo marciano anche ai nostri tempi.

 

Nonostante la furia distruttrice di Napoleone e accoliti vari, nel 1800 nasceva nelle isole Ionie, con capitale Corfù, La Repubblica Settinsulare,  libera e indipendente dal 1800 al 1807, che mise proprio il Leone di San Marco nella propria bandiera, con l’aggiunta  di sette frecce rappresentanti il patto federale delle sette isole.

 

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Veneto, Veneto Serenissima Repubblica

VENEZIA…DONAZIONI PER STATO DI CALAMITÀ

venezia 14 novembre 2019

 

Onestamente non avrei voluto scrivere questo post ma i commenti, la cattiveria e l’ignoranza che ho letto nei vari post in questi giorni mi ha fatto pensare.
Ma andiamo per punti:
DONAZIONI PER STATO DI CALAMITÀ: questo è il più ricorrente dei vostri lungimiranti pensieri.
A vostro parere, nessuno dovrebbe donare nemmeno un euro alla causa perché è cito: “un caffè costa 20 euro in piazza San Marco, se lo paghino da soli lo stato di calamità”; “dopo tutti i soldi che si sono mangiati, ancora chiedono soldi? Ricchi e ladri siete”; “ma i veneti non erano quelli che volevano l’autonomia? Se sono così bravi se la paghino da soli”.
Ora questi sono solo 3 degli illustrissimi pensieri che avete sfornato e aprono altre questioni in merito ma ancora una volta andremo in ordine.
Lo stato di calamità e le donazioni in merito avvengono quando: “… al verificarsi o nell’imminenza di calamità naturali o eventi connessi all’attività dell’uomo in Italia.”

E ancora: “La delibera dello stato di emergenza stanzia l’importo per realizzare i primi interventi.

Ulteriori risorse possono essere assegnate, con successiva delibera, a seguito della ricognizione dei fabbisogni realizzata dai Commissari delegati.”

Per tutto il resto vi rimando al sito della protezione civile Italiana e ai vari emendamenti per tali situazioni nei vari siti ministeriali.

Ora quello che si nota e che lo stato di calamità viene proclamato per la causa viene concesso indipendentemente dal popolo che lo subisce.

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Storia e arte - Verona, Veneto Serenissima Repubblica

“BISOGNEREBBE CREARE UN ITINERARIO NAPOLEONICO”. LA RISPOSTA DEI VENETI ALL’ARTICOLO APPARSO SU L’ARENA DEL 27 OTTOBRE 2019, PAGINA 41, A FIRMA DI CAMILLA MADINELLI

chiesa parrocchiale di caprino.benedizione

Cinquecento  paesani armati di tutte le età si radunano nella chiesa parrocchiale di Caprino Veronese, per salutare spose e figlioli e ricevervi la benedizione dall’Arciprete, Conte Giuseppe Giuliari, dopo aver cantato le litanie della Santa Vergine al suo altare. A mezzanotte, i valligiani intraprendono la marcia su Verona, alla vigilia dell’insurrezione delle Pasque Veronesi. “Appariva sul volto di tutti il desiderio di morir per la Patria e di esporsi a qual si fosse stato cimento”. 16 aprile 1797, Domenica di Pasqua. Tavola di Andrea Gatti. Proprietà del Comitato per la celebrazione delle Pasque Veronesi.

 

 

LETTERA DI RISPOSTA INVIATA A L’ARENA

(che non ha pubblicato)

 

Su L’Arena del 27 ottobre 2019  alcuni nostalgici bonapartisti, in nome delle ideologie ormai ammalorate del 1789, propongono un percorso napoleonico, fra Arcole e Rivoli, ricevendo man forte da alcuni amministratori locali o aspiranti tali, che si candideranno alle prossime elezioni in primavera e di cui sarà bene ricordarsi, onde NON votarli.

 

A costoro vorremmo ricordare che Bonaparte fu, sic et simpliciter, l’assassino della Patria Veneta e che, dunque, apparirebbe bizzarra, oltre che inconcepibile, l’impresa di far digerire alle popolazioni, vessate a tutt’oggi dalle predazioni della mala unità e che rimpiangono giustamente le glorie della più longeva Repubblica della storia come dell’Impero asburgico, la ricostruzione a Rivoli di un monumento al tiranno còrso. Cosa che ben poco avrebbe a che fare col turismo e con la conoscenza della storia; molto, invece, col servaggio ideologico agl’invasori liberal-massoni transalpini del 1796-7 e ai loro attuali eredi.

 

Agli amministratori presenti e futuri di Rivoli, che si accodano corrivamente al “liberatore” Bonaparte, andrebbero ricordate le efferatezze, i saccheggi e i delitti di cui si rese responsabile l’esercito rivoluzionario francese nei loro luoghi, tanto che, al tempo della battaglia di Rivoli (14-15 gennaio 1797) i montanari della Val d’Adige facevano rotolare massi dalle montagne sui transalpini, onde schiacciarli e favorire l’armata austriaca, i cui piani erano stati carpiti prima dalle spie di Napoleone, cosa che ne spiega anche i facili successi.

 

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