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LINO MANFROTTO. DOMENICA MATTINA SI È SPENTO A BASSANO DEL GRAPPA UNA DELLE STELLE DEL FIRMAMENTO DELL’IMPRENDITORIA VENETA.

Bassano Del Grappa. Domenica mattina,  5 febbraio 2017,  ci ha lasciato Lino Manfrotto,

 

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Lino Manfrotto, l’imprenditore scomparso ieri mattina a 80 anni

 

 

BASSANODEL GRAPPA. Da un garage ad un marchio conosciuto in tutto il mondo. Se ne va uno degli industriali di riferimento del territorio bassanese. Lino Manfrotto, fondatore dell’omonima azienda, si è spento nella prima mattinata di ieri nella villa di via Motton, attorniato dall’affetto dei propri familiari. Aveva 80 anni. Manfrotto ha incarnato l’esempio dell’imprenditore lungimirante che con passione e determinazione riesce a raggiungere i propri obiettivi, riuscendo a gettare lo sguardo oltre l’orizzonte.

 

Ha iniziato la sua carriera sul finire degli anni ’60, in città, come fotoreporter per le testate locali tra le quali il Giornale di Vicenza. A quei tempi le attrezzature di un fotografo erano molto ingombranti, per cui non facilitavano il lavoro dei professionisti.

 

Il mercato offriva una vasta gamma di flash da studio e illuminatori al quarzo, ma trascurava completamente gli accessori di base come gli stativi, i bracci e i morsetti. Così, con l’aiuto del suo assistente, Lino Manfrotto creò i suoi primi prodotti, tra cui un leggero ma robusto supporto per luci.

 

 

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Fotografia e immagini, Persone e personaggi

SEBASTIAO SALGADO: FOTOGRAFIA IN VIA DI ESTINZIONE, RESTERÀ SOLO L’IMMAGINE

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Sebastião Salgado è un fotografo brasiliano che, attualmente, vive a Parigi. È considerato il più grande fotografo a livello mondiale dei nostri tempi.

 

 

La fotografia è in via di estinzione: le restano al massimo 20 o 30 anni di vita. A sostenerlo è il fotografo brasiliano Sebastiao Salgado, tra i più premiati e apprezzati al mondo.

 

Per il 72enne Salgado, che per quattro decenni ha viaggiato per dare un volto alle popolazioni degli angoli più remoti del mondo e per immortalare le bellezze nascoste dei cinque continenti, in futuro la fotografia sarà sostituita dalla “immagine”, linguaggio a suo avviso estraneo alla qualità , all’arte e alla memoria. “La fotografia sta soccombendo perché ciò che si vede su Instagam o sui telefoni cellulari non è fotografia. La fotografia è un oggetto materializzato che si stampa, si ha, si guarda”, ha dichiarato Salgado in un confronto con un gruppo di giornalisti, durante una cerimonia in suo omaggio a Rio de Janeiro.

 

“La fotografia – ha proseguito Salgado – è ciò che i tuoi genitori hanno fatto quando tu eri bambino. E’ qualcosa di intrinseco, che si tocca. Oggi esistono solo immagini e le immagini non sono fotografia”, ha concluso l’artista. “Il processo di eliminazione della fotografia è in corso”.

 

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Fotografia e immagini

CINQUE SPUNTI DI RIFLESSIONE PER FOTOGRAFI INSODDISFATTI DEL PROPRIO CORREDO

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Bisogna avere il fuoco dentro

 

 

Quanto sto per scrivere potrebbe apparire crudo, antipatico, fin anche scostante, ma – ahimè – come si suol dire: la realtà dei fatti non sempre è gradevole. Ma quel che conta, alla fine della lettura, è se quest’ultima possa o meno essere stata utile.

 

  1. Il mito del corredo ideale

 

Moltissimi fotografi, principianti e non, trascorrono gran parte della propria vita fotografica alla perenne ricerca del “corredo ideale”, spesso senza neanche rendersene realmente conto o, peggio, senza volerlo ammettere, prima di tutto a sé stessi.

 

Naturalmente, tutti o quasi siamo ben consapevoli che il corredo ideale non esiste: è solo un mito, una ingenua chimera cavalcata nei decenni da un marketing tutt’altro che ingenuo verso (o meglio, contro) una ingenua clientela. E chiedendo ad ognuno, dalle risposte si potrebbe essere tentati di pensare che tale consapevolezza sia reale.

 

Tuttavia, un conto è non inseguire volontariamente una chimera, ben altra cosa è, invece, non finire col farlo inconsapevolmente. Se invece di limitarci alle risposte che ci vengono date a fronte di una domanda diretta, ci mettiamo ad osservare i comportamenti effettivi dei nostri amici e conoscenti fotografi, possiamo facilmente constatare che la gran parte di essi predica bene ma razzola davvero male.

 

Al che, dovremmo porci ragionevolmente una domanda: se così tanti sono vittime inconsapevoli di questo mito, siamo proprio sicuri di non esserne vittima anche noi stessi? Perché il fatto non è affatto trascurabile, ma comporta gravi conseguenze.

 

Infatti, continuare ad inseguire un simile mito – consapevolmente o meno, poco importa – conduce inesorabilmente ad un perenne stato di insoddisfazione, che può degenerare in vera e propria frustrazione. Tale fenomeno è molto diffuso (e non riguarda solo la fotografia, ma è comune a tanti altri settori), al punto che gli è stato dato anche un nome: “Sindrome del Santo Graal”.

 

PRIMA RIFLESSIONE PROVOCATORIA: Come si può sperare di non essere confusi sulla scelta delle attrezzature se nella nostra mente inseguiamo – consciamente o meno – un obiettivo che non è raggiungibile in quanto non esiste?

 

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Fotografia e immagini

IL BAMBINO E L’AVVOLTOIO: LA VERA STORIA DI UNA FOTOGRAFIA CHE CAMBIÒ IL MONDO

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Kevin Carter fu un reporter Sudafricano che documentò per il Johannesburg Star diverse circostanze in cui le condizioni di vita in Africa erano terrificanti, immortalando pratiche come il Necklacing ma anche esecuzioni sommarie tipiche di quegli anni di guerra.

Durante la sua breve vita scattò un’immagine che avrebbe cambiato, probabilmente per sempre, la percezione dell’occidente nei confronti delle condizioni di vita in Africa.

Era il 1993 e Kevin si trovava in un recente campo ONU in Sudan vicino al villaggio di Ayod, una regione dilaniata dalla guerra civile e dalle carestie che uccidevano gli abitanti locali.

 

Carter fotografò allora un bambino in evidenti condizioni di malnutrizione che era osservato da un avvoltoio. La foto è di così grande potenza visiva che è difficile, a parole, descrivere anche solo una delle emozioni che riesce a scatenare. Carter scattò la fotografia ma non diede una spiegazione circostanziata su quello che accadde prima e quel che successe dopo il momento dello scatto.

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L’ESPOSIZIONE CORRETTA NELLA FOTOGRAFIA: IL TRIANGOLO CHE LA REGOLA

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Maschera di  Arlecchino

 

Una foto slavata, oppure, al contrario, buia – sempre che non sia stata realizzata così volutamente, con estro creativo – è un’immagine penalizzata da un difetto di esposizione.

Per esposizione si intende la quantità di luce che raggiunge il sensore digitale (o la pellicola nelle macchine fotografiche analogiche). Si misura in EV (Exposure Value).

 

Tre fattori influenzano la quantità di luce:

 

Apertura del diaframma

Tempo di scatto

Sensibilità ISO

 

Esposizione corretta

In fotografia regolare correttamente l’esposizione è importante quanto scegliere una buona inquadratura. Ci sono due sistemi per regolare l’esposizione: lasciar fare tutto alla macchina (modalità automatica), oppure intervenire manualmente regolando i settaggi. Entrambi hanno pregi e difetti.

 

Chi è pratico di programmi per l’elaborazione delle immagini sa che si può intervenire in post-produzione per correggere eventuali difetti di esposizione. Ma l’operazione non è né semplicissima né poi così efficace perché:

 

  1. Una foto sottoesposta presenta zone scure nelle quali mancano dettagli, che è difficile recuperare.
  2. Una foto sovraesposta presenta zone chiare nelle quali mancano dettagli, che è impossibile recuperare.
  3. Una foto esposta male rende problematico il tentativo di bilanciare la saturazione del colore e il contrasto.

 

Insomma, un sacco di guai e di lavoro nella “camera oscura” digitale (Photoshop o altri programmi di fotoritocco). Tanto vale mettersi di impegno ed esporre la foto come si deve al momento dello scatto.

 

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Fotografia e immagini, Persone e personaggi, Storia e arte - Verona

VERONA 16 APRILE 1909. MORIVA SUICIDA RICCARDO LOTZE IL MENTORE DEI FOTOGRAFI VERONESI

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Riccardo  Lotze

Riccardo  Lotze nel ricordo di Giancarlo Beltrame da L’Arena di Verona del 14 aprile 2008

Verona 16 aprile 2008: Riccardo  Lotze    99 anni fa il suicidio. E c’è un giallo

STORIA VERONESE. Il 16 aprile l’anniversario della fine del «mentore dei fotografi veronesi», come scrisse all’epoca il cronista de L’Arena. Al quale sfuggì qualcosa

Ci sono informazioni che anche al cronista più attento alla notizia possono sfuggire. Spesso, come nel caso della Lettera rubata di Edgar Allan Poe, sono proprio lì, sotto il naso, in bella evidenza, eppure passano inosservate e non vengono colte.  Poi, a distanza di tempo, di molto tempo, una coincidenza colpisce uno studioso, uno storico o un appassionato dilettante, e allora riemergono con tutta la loro forza.

16 APRILE 1909. La storia che stiamo per raccontare succede a Verona quasi un secolo fa, 99 anni per la precisione, la sera del 16 aprile 1909.

È la storia di un suicidio, che oggi non comparirebbe nemmeno sulle pagine dei giornali, benché siano molte di più rispetto alle quattro dell’epoca del fatto, ma che allora si guadagnò un titolo su due colonne (quasi mezza pagina!) e un lunghissimo e dettagliato resoconto dell’anonimo giornalista (allora si usava così, non c’era la fregola della firma).

Chi scrive il resoconto dimostra di conoscere bene l’autore del gesto estremo e ne traccia un profilo ricco di particolari.

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Fotografia e immagini

PRANZO IN CIMA AL GRATTACIELO, LA CONTROVERSA STORIA DELLA FOTO ICONICA SCATTATA NEL 1932

Lunch atop a Skyscraper

Lunch atop a Skyscraper

 

Questo articolo appartiene alla rubrica: Le foto che hanno fatto la storia

 

La fotografia intitolata “Lunch atop a Skyscraper” (in italiano “Pranzo in cima al grattacielo”) ha una storia molto affascinante alle sue spalle, fu scattata a New York durante la costruzione del RCA Building (rinominato GE Building nel 1986) del Rockefeller Center.

 

La foto, scattata il 20 Settembre del 1932, ritrae undici operai durante la pausa pranzo, seduti con le gambe penzoloni su una trave a 256 metri di altezza (corrispondente al 69° piano), per scattarla non è stato utilizzato alcun trucco prospettico e non si tratta di un fotomontaggio come qualcuno ha ipotizzato, basta vedere la foto scattata allo stesso fotografo (l’ultima in questo articolo) per capire che la sessione di scatto è stata realizzata ad altezze elevate.

 

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COSA È LA STREET PHOTOGRAPHY – LA FOTOGRAFIA DA STRADA

Sicilia. Paese di Bagheria. Il fotografo francese Henri Cartier-Bresson (sinistra) e il fotografo italiano Ferdinando Scianna.

Sicilia. Paese di Bagheria. Il fotografo francese Henri Cartier-Bresson (sinistra) e il fotografo italiano Ferdinando Scianna. © Henri Cartier-Bresson

 

Dare una definizione esaustiva della street photography non è semplice. Si potrebbe cominciare dicendo che è un genere fotografico, più precisamente un genere di reportage.

La street photography è infatti l’istantanea della vita urbana osservata per strada nella sua quotidianità e nei suoi molteplici aspetti: l’ironia, la tragedia, l’imprevedibilità, la bellezza ed anche la crudeltà.

 

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Fotografia e immagini

LA PRIMA FOTOGRAFIA DELLA STORIA DI JOSEPH NICÉPHORE NIÉPCE – 1826.

Joseph Nicéphore Niépce

La foto, intitolata Vista dalla finestra a Le Gras, rappresenta uno scorcio del giardino della casa di Niépce. Ospitata solitamente presso l’Harry Ransom Center dell’Università del Texas

 

La prima vera fotografia fu scattata da Joseph Nicéphore Niépce nel 1826 su Bitume di Giudea (sostanza che possiede la proprietà di divenire insolubile in olio di lavanda dopo che lo stesso è stato esposto alla luce).

Il tempo d’esposizione di 8 ore causa l’impressione che gli edifici siano illuminati dal sole sia da destra sia da sinistra.

 

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