CHI SONO GLI SCRITTORI FANTASMA…GLI “GHOSTWRITER”

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Quanto guadagnano, per chi lavorano e soprattutto: perché non scrivono libri propri?

 

«Qualche mese fa sono andata a una festa per l’uscita di un libro di una mia autrice», dice Francesca Parravicini, ghostwriter, «e all’improvviso mi sono accorta che intorno a me c’erano tutti i miei personaggi. Almeno… molti. Erano tutte persone di cui avevo scritto i libri. È stato molto straniante».

 

Il mestiere di Francesca Parravicini è scrivere libri senza comparire. Il suo primo libro da ghost – pubblicato da Aliberti nel 2009 – si intitolava In viaggio con Alberto. Parole, storie, ricette della buzzicona che incantò il grande Sordi di Anna Longhi. «È l’unica di cui svelo il nome», dice Parravicini, «perché so che ne sarebbe stata contenta».

 

In sette anni Francesca Parravicini ha scritto una quarantina di libri, con punte di dieci all’anno, molti dei quali per Mondadori, firmati da cantanti, attori, magistrati, sportivi, gente della tv, fotografi, cuochi, insomma da chiunque abbia un po’ di celebrità da spendere sul mercato. «Quando racconto che mestiere faccio, tutti mi chiedono perché non scriva libri miei, come se ci potessi vivere. Certo che scrivo anche cose mie, ma non le divulgo. Penso che alla gente non interessi. Sono molto riservata e non comparire non mi dà problemi, anzi: quello che mi piace è entrare nel personaggio e cercare di restituire la sua voce attraverso la scrittura».

 

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VITTORIO EMANUELE II…FIGLIO DI UN MACELLAIO…

 

IL VITTORIONE

 

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I Savoia potrebbero incazzarsi nel leggere i nostri resoconti di una storia finalmente diversa da quella propinataci dai vari regimi; di una cosa però possono andare orgogliosi: Vittorio Emanuele II non era un Savoia ma, come ci fa sapere Massimo D’Azeglio “… il suo vero padre era un macellaio di Porta Romana a Firenze …” .
Infatti Vittorio Emanuele II era figlio spurio sostituito al vero Vittorio Emanuele quando il vero erede subì ustioni mortali a Poggio Imperiale nel Settembre 1822 .
A Napoli, Vittorio Emanuele II sarebbe stato chiamato “ figlie ‘e zoccola”.
A pag. 11 del libro “Vittorio Emanuele II” di Pier Francesco Gasparetto leggiamo quanto segue:

Proprio a Poggio Imperiale il piccolo Vittorio corre il primo rischio serio della sua vita. Rischia di finire bruciato vivo nella culla. I fatti, secondo il rapporto del caporale Minutti, vivacizzato da un uso personalissimo della lingua e della punteggiatura e indirizzato ‘All’Illustrissimo Signor Commissario del Quartiere Santo Spirito’, si svolsero in questo modo: “La sera del sedici stante verso le undici e mezzo, la Baglia di Sua Altezza Imperiale e Reale il Principe di Carignano, essendo nel suo appartamento, e volendo con il lume ammazzare le zanzare gli prese fuoco lo zanzariere; ed il vestito che aveva ancora indosso, volendo salvare il Bambino che era in letto accese ancora il medesimo alle grida della medesima accorse delle Cameriste, e altre persone di servizio, e spensero il fuoco, essendo rimasto nel letto mezzo materasso, e la Baglia si dice che stia in pericolo ti vita, stante di essersi bruciata sotto. Che è quanto”.

 

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I SAVOIA ERANO FRANCESI, NON PIEMONTESI

 

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I Savoia erano francesi, non piemontesi

 

Di Gianni Cecchinato gennaio 08, 2018

 

Mi permetto far conoscere un brano estratto da una risposta di Carlo Candiani a Claudio Sacilotto su FaceBook riguardo la lettera di Ettore Beggiato inviata al giornalista Aldo Cazzullo (già al centro di critiche e polemiche sul <venetismo> ospitate tempo fa sulle pagine di “Dal Veneto al Mondo”).

 

Il Premio Nobel Mario Vargas Llosa afferma, nell’intervista rilasciata al giornalista, che in Italia le Regioni non esistono, allora Beggiato si pone la domanda, “se non esistono le Regioni, un Veneto cosa avrebbe in comune con un Tirolese o con un Sardo o con un Siciliano o con uno della Val d’Aosta. Niente se non fosse per una lingua (imposta)”.

 

La risposta di Cazzullo scatena interventi che esulano un po’ dalla natura dell’idea di Beggiato. Mi sono piaciute le risposte di Carlo Candiani che meritano essere riprese per ricordare a quei Veneti, che non conoscono nel dettaglio certi retroscena che portarono all’Unità d’Italia passando per i referendum truffa o per le deportazioni. Purtroppo la storia che ci è stata insegnata, l’hanno scritta i Savoia ad unità avvenuta sia perché erano i vincitori sia perché dovevano nascondere il loro operato per rafforzare la conquista della penisola.

 

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PERCHÉ MI VIENE VOGLIA DI FUGGIRE DALL’ITALIA…

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L’UNICO MODO PER RESTARE IN ITALIA È ANDARSENE.

 

L’unico modo per restare in Italia è andarsene. Perché non c’è salvezza.

Il nostro è un Paese intrinsecamente e ormai anche antropologicamente mafioso.

Quando si afferma, con toni trionfalistici o di grande sollievo, che la corruzione recentemente scoperchiata a Roma e chiamata ‘mafia capitale’ non è un fenomeno mafioso perché la magistratura non ha accertato infiltrazioni della Mafia propriamente detta, non ci si rende conto che, così, la cosa è ancora più grave. Perché la mafia, la camorra, la ’ndrangheta, la Santa Corona Unita (in questa specializzazione deteniamo il record del mondo) sono delle organizzazioni strutturate e quindi, almeno teoricamente, individuabili, mentre la corruzione capillare e diffusa è irriconoscibile e non percepibile.

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UGUAGLIANZA, ECCO IL PENSIERO DI MONALDO LEOPARDI, PADRE DI GIACOMO LEOPARDI

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di MONALDO LEOPARDI*

 

Un piacevole scritto di Monaldo Leopardi (1776 – 1847), padre del ben più famoso Giacomo (1798 – 1837), sull’uguaglianza. Tratto da “Catechismo filosofico per uso delle scuole inferiori”.

 

 

Discepolo.: è vero che tutti gli uomini sono uguali, come ci assicurano i filosofi liberali?

 

Maestro.: Prima di rispondervi, voglio farvi io stesso alcune interrogazioni.

 

M.:È vero che tutti gli uomini sono d’una altezza medesima?

 

D.: Signor no, perché altri sono alti, altri mezzani, altri bassi e questa è la disposizione della natura.

 

M.: è vero che tutti gli uomini hanno una medesima sanità ed una medesima forza?

 

D.: Signor no, perché alcuni sono sani, altri infermi, alcuni sono deboli ed altri gagliardi e questo pure è un altro ordinamento della natura.

 

M.: è vero che tutti gli uomini sieno di una medesima capacità, talento e ingegno?

 

D.: Signor no, perché alcuni sono ingegnosi, altri dotti, alcuni sono stupidi, altri sono ignoranti e questo pure è un ordinamento della natura.

 

M.: è vero che tutti gli uomini sieno ugualmente saggi, virtuosi e benemeriti?

 

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VARCANDO LA PORTA DELLA VITA… PRIMA DELLA LUCE…

 

Quello che vi presento è un piccolo dialogo filosofico sul nostro destino ultimo, un dialogo tra un credente ed un ateo, ma sorprendentemente preso proprio all’inizio della vita, quando tutto deve ancora compiersi, quando sembrerebbe che si celebri il trionfo della vita.
E’ un racconto che ho raccolto su Facebook, di cui non conosco l’autore ne la provenienza, ma che è davvero superbo nella sua profondità.

 

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PRIMA DELLA LUCE.

 

Nel ventre di una donna incinta si trovavano due bebè. Uno di loro chiese all’altro:

 

« Tu credi nella vita dopo il parto?»

 

« Certo. Qualcosa deve esserci dopo il parto. Forse siamo qui per prepararci per quello che saremo più tardi.»

 

« Sciocchezze! Non c’è una vita dopo il parto. Come sarebbe quella vita?»

 

« Non lo so, ma sicuramente… ci sarà più luce che qua. Magari cammineremo con le nostre gambe e ci ciberemo dalla bocca. »

 

« Ma è assurdo! Camminare è impossibile. E mangiare dalla bocca? Ridicolo! Il cordone ombelicale è la via d’alimentazione … Ti dico una cosa: la vita dopo il parto è da escludere. Il cordone ombelicale è troppo corto.»

 

« Invece io credo che debba esserci qualcosa. E forse sarà diverso da quello cui siamo abituati ad avere qui.»

 

« Però nessuno è tornato dall’aldilà, dopo il parto. Il parto è la fine della vita. E in fin dei conti, la vita non è altro che un’angosciante esistenza nel buio che ci porta al nulla.»

 

« Beh, io non so esattamente come sarà dopo il parto, ma sicuramente vedremmo la mamma e lei si prenderà cura di noi.

 

« Mamma? Tu credi nella mamma? E dove credi che sia lei ora? »

 

« Dove? Tutta in torno a noi! E’ in lei e grazie a lei che viviamo. Senza di lei tutto questo mondo non esisterebbe.»

 

« Eppure io non ci credo! Non ho mai visto la mamma, per cui, è logico che non esista. »

 

« Ok, ma a volte, quando siamo in silenzio, si riesce a sentirla o percepire come accarezza il nostro mondo. Sai? … Io penso che ci sia una vita reale che ci aspetta e che ora soltanto stiamo preparandoci per essa … »

 

Alcune riflessioni.

 

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BREONIO LA CHIESA DISTRUTTA DI SAN MARZIALE

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La “vecchia” chiesa con il solo campanile intatto che sfiderà i secoli a venire

 

 

L’abbandono della chiesa “vecchia” di Breonio, – frazione del comune di Fumane (VR)- un esempio di volontà distuttiva a favore di nuovi edifici religiosi.
La “vecchia” chiesa di Breonio, di cui ora rimane solo qualche brandello del muro di cinta però con il campanile ancora nel pieno della sua possenza, fu abbattuta con la falsa scusa dell’instabilità dell’edificio. Nessuno ne vuole parlare apertamente nel paese, anche gli stessi abitanti vogliono dimenticare gli scempi che in un certo qual modo coinvolgono tutti.
Possiamo definire questo atto : l’ostinazione verso l’abbandono coatto di un tempio sacro e monumentale. Fu il prete del paese che nei primi anni del dopoguerra decise di abbattere la Vecchia chiesa e assieme abbandonare il piccolo e bellissimo cimitero adiacente che porta al centro, su di una cappella di familia, una croce celtica retaggio delle credenze pagane di quella fiera gente che fra le pietre e la piccola agricoltura fondava la sua economia quotidiana.

 

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La quattrocentesca chiesa è il frutto della ristrutturazione di un preesistente edificio religioso duecentesco. Una semplice navata coperta a capriate lignee e l’abside con volte a crocera.

Conserva un pregevole ciclo di affreschi attribuiti a Francesco Morone e Domenico Brusasorzi, due illustri frescanti veronesi dei primi anni del cinquecento. Nell’altare vi sono tre bellissime statue lignee dei primi del cinquecento che raffigurano San Giovanni Battista, San Marziale e Sant’Antonio Abate.

 

 

La chiesa fu abbattuta perchè ufficialmente stava crollando, in realtà non era così. La decisione fu presa dal solo parroco, contro tutti, al fine poter costruire una inutile e brutta chiesa nuova. Quando però si andò ad abbatterla con le cariche di dinamite tutti furono ancora più convinti che era costruita bene e che l’edificio era solidissimo avendo superato una prova del genere. Si decise, a quel punto di demolire a mano l’edificio. Pietra dopo pietra fu smantellata dato ormai la si era sventrata con le cariche di dinamite.

 

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La “nuova” chiesa appena restaurata, l’orrenda architettura degli anni sessanta prende disastrosamente il posto. La brutalità trionfa

 

La chiesa nuova come al solito era nata in quell’epoca in cui si era perso il senso del sacro, dell’armonia e della bellezza, i famigerati anni del boom economico. Come dire, la “nuova” chiesa che sembra un capannone per l’allevamento del bestiame o dei polli che di li a poco sarebbero sorti come funghi per rovinare il meraviglioso paesaggio della nostra Lessinia.

 

Fonte: da Luigi Pellini del 2 gennaio 2010

Link: https://luigi-pellini.blogspot.it/2010/01/la-chiesa-distrutta.html?spref=fb