Archivi categoria: Storia Italia

LUIGI BERTAGNA: L’ULTIMO «RAGAZZO DELLA FOLGORE» RACCONTA LE BATTAGLIE DI EL ALAMEIN

Foto d'epoca del caporale Maggiore dei paracadutisti Luigi Bertagna

Il tesserino militare di Luigi Bertagna all’età di vent’anni

 

 

STORIA. Il reduce veronese d’Africa era del famoso 5° Battaglione; oltre a lui un altro sopravvissuto risiede in Friuli. Luigi Bertagna, 88 anni: «Si combatteva anche contro mosche, pidocchi e dissenteria»

 

È un ragazzo di 88 anni: ragazzo, perché Luigi Bertagna – classe 1922 – conserva lo spirito del «folgorino» che combatté eroicamente a El Alamein, tra il luglio e il novembre del 1942.

Dal 1986 – dopo esser stato direttore del parco-giardino Sigurtà, a Valeggio – vive a Verona, ed è uno dei due «leoni della Folgore» (ma preferisce «ragazzi», come li chiamavano pure i tedeschi e gli inglesi) reduci ancora viventi del 5° Battaglione, 15ma Compagnia di quella divisione che – come ricordò Paolo Caccia Dominioni – fu all’epicentro del grande ciclone bellico, e il cui sacrificio è stato alto.

L’altro reduce vivente del 5° Battaglione è Pino di Giusto (vive a Pordenone, e il Comune gli ha conferito recentemente la cittadinanza onoraria); del 9° Battaglione, invece, è vivente soltanto il generale Marcello Berloffa.

 

Luigi Bertagna – una memoria eccezionale – ricorda commosso quegli anni, mostrandoci nel contempo una straordinaria documentazione che testimonia la vita di un ragazzo senza dubbio avventurosa. Soprattutto dal 1942 al 1945, fra prima linea prigionia e fughe dai campi concentramento.

 

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CAPORETTO VISTA DA UN “NEMICO” FURLAN

La storia vista da un soldato friulano dell’esercito Austro-Ungarico

 

Di Millo Bozzolan – ottobre 25, 2017

 

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Gli austro-tedeschi a Udine

 

  

Chi vi propone l’articolo, cioè io,  non ha nessuna nostalgia per “el paròn” austriaco, allo stesso modo in cui non ama l’annessione italiana. Anche se tra le due disgrazie, la prima forse era la meno peggio.  Ma certamente è interessante leggere un pezzetto di storia, cioè lo sfondamento di Caporetto, anche dal punto di vista del “nemico”. Specie se il “nemico” è in realtà un fratello friulano.

“Batae di Cjaurêt”

 

Guido Marizza e la pagnotta.”

 

Arriva l’ottobre del ’17 e le truppe italiane sul fronte dell’Isonzo vengono sbaragliate. Per gli Austro-Tedeschi è la battaglia di Flitsch-Tolmein (Plezzo-Tolmino), per gli Italiani è la disfatta di Caporetto.

 

A Caporetto (Kobarid in sloveno, Karfreit in tedesco) la popolazione slovena si precipita festante in strada a salutare i liberatori germanici. Tarcento era stata saccheggiata dai soldati italiani in ritirata ma le truppe austriache ristabiliscono l’ordine.

 

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GARIBALDI, BEZZECCA. QUELLA VITTORIA PATRIOTTARDA DECANTATA DAGLI ITALIANI

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Giuseppe Garibaldi a cavallo, campagna del trentino (Giulio Carlin)

 

 

La retorica patriottarda italiota pretende di far passare come una vittoria strepitosa quanto è accaduto a Bezzecca (Tn) il 21/7/1866 protagonista il “nostro”, anzi il “loro” Giuseppe Garibaldi.
Sentiamo come descrive l’episodio Gilberto Oneto sul suo “L’iperitaliano”, pagina 212 :
“Il 13 luglio Garibaldi è a Storo, diretto alla Val Chiese. Il 16 viene respinto da Cimego. Occupa il forte di Ampola e, poi, il paese di Bezzecca. Qui il 21 luglio viene attaccato da Kuhn (generale austriaco n.d.a.), che mette in fuga i garibaldini. Garibaldi riesce a fatica a riorganizzare i suoi reparti, evitando una rotta disastrosa grazie soprattutto al fatto che gli avversari sono a corto di uomini e che si contentano dell’obiettivo raggiunto di rallentare l’avanzata nemica.
Quella che viene descritta come la sola vittoria italiana della guerra, in realtà è stata una beffa giocata da 4.000 austriaci discesi arditamente da alcuni passaggi scoscesi a 8-10.000 garibaldini. Garibaldi ha pagato questa vittoria mediatica con la perdita di 2.382 uomini contro 188 austriaci.
Il 10 agosto La Marmora lo toglie d’impaccio inviandogli l’ordine di rientrare. Garibaldi risponde con un laconico telegramma che è diventato un sacro orpello del patriottismo italiano. “Ho ricevuto il dispaccio n. 1073. Obbedisco”. Avrebbe fatto meglio ad aggiungere. “Meno male!”. A Trento non sarebbe mai arrivato: sono troppe le sue perdite, troppe forte è la difesa guidata dal generale Kuhn.

 

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IUS SOLI? I ROMANI NON SAPEVANO COSA FOSSE. COSÌ SI DIVENTAVA CITTADINI NELL’URBE

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Foro Augusteo 

 

 

Di Adriano Scianca – 15 giugno 2017

 

Roma, 15 giugno – Non c’è marchetta all’immigrazione che non tiri in ballo Roma, la “aperta”, “tollerante”, “colorata” Roma, contrapposta alla chiusura delle polis greche.

 

È vero che, a differenza di queste ultime, l’Urbe non conobbe mai mito dell’autoctonia. Da qui a farne l’antesignana della società multirazziale ce ne passa.

 

Proprio il dibattito sullo ius soli è, a questo riguardo, interessante. Come si diventava cittadino, a Roma? Ha scritto Eva Cantarella (pur aggiungendo in seguito le frasi di prassi sui romani come campioni dell’assimilazione): “Back to the Romans, quindi, torniamo ai romani. Per i quali la soluzione era chiara: la cittadinanza si acquistava iure sanguinis.

 

Come scriveva il giurista Gaio, nel II secolo d. C., nel suo celebre manuale di Istituzioni, erano cittadini romani i figli legittimi di un cittadino, ovvero quelli naturali di una cittadina. La regola, infatti, voleva che i figli nati da un matrimonio legittimo seguissero la condizione del padre al momento del concepimento, e che quelli nati fuori del matrimonio seguissero la condizione della madre al momento della nascita”.

 

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L’UNITA’ CHE HA SEPOLTO I VALORI UNIVERSALI DELLA CIVILTA’ ITALIANA

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FEDOR DOSTOEVSKIJ SULL’UNITA’ D’ITALIA.

 

Per duemila anni l’Italia ha portato in sé un’idea universale capace di riunire il mondo, non una qualunque idea astratta, non la speculazione di una mente di gabinetto, ma un’idea reale, organica, frutto della vita della nazione, frutto della vita del mondo: l’idea dell’unione di tutto il mondo, da principio quella romana antica, poi la papale.
I popoli cresciuti e scomparsi in questi due millenni e mezzo in Italia comprendevano che erano i portatori di un’idea universale, e quando non lo comprendevano, lo sentivano e lo presentivano. La scienza, l’arte, tutto si rivestiva e penetrava di questo significato mondiale.

 

Ammettiamo pure che questa idea mondiale, alla fine, si era logorata, stremata ed esaurita (ma è stato proprio così?) ma che cosa è venuto al suo posto, per che cosa possiamo congratularci con l’Italia, che cosa ha ottenuto di meglio dopo la diplomazia del conte di Cavour?

 

È sorto un piccolo regno di second’ordine, che ha perduto qualsiasi pretesa di valore mondiale, […] un regno soddisfatto della sua unità, che non significa letteralmente nulla, un’unità meccanica e non spirituale (cioè non l’unità mondiale di una volta) e per di più pieno di debiti non pagati e soprattutto soddisfatto del suo essere un regno di second’ordine.

 

Ecco quel che ne è derivato, ecco la creazione del conte di Cavour!”

Fonte: Fëdor Michajlovic’ Dostoevskij, Diario di uno scrittore, ed. it. a cura di Ettore Lo Gatto, Sansoni, Firenze 1981, 1877, Maggio-Giugno, capitolo secondo, pp. 925-926

 

RISORGIMENTO… LE RADICI DELLA VERGOGNA

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Il Risorgimento: uno stupro. Un atto violento, arbitrario, malcondotto, che ha generato i mostri che oggi attanagliano il nostro paese. Un atto vergognoso che ha generato vergogna.

Il grido di dolore di un’Italia fatta nascere con la forza. Di un’Italia costruita sull’oblio delle identità e delle tradizioni, contro la sua natura e la sua volontà. Il grido di dolore di una grande nazione “idea universale capace di riunire il mondo”, che si è fatta piccolo stato. Il grido di dolore di un’Italia che vuole risorgere.

 

L’Italia è una nazione? O è vera la celebre espressione irrisoria del Metternich che la riduceva piuttosto a mera “espressione geografica”?

 

Il senso del nostro paese è indubbiamente cambiato dopo che, poco più di 150 anni fa, lo si è voluto ad ogni costo far diventare uno stato unitario. È cambiato, ma non come forse ci si aspettava. L’espressione del Metternich a ben guardare è più adatta all’Italia di oggi che non a quella di ieri.

 

L’Italia dei piccoli stati e delle sue molte capitali primeggiava per cultura, arte, mecenatismo. Era formata da tanti centri vitali, indipendenti, custodi di tradizioni antiche e diversissime tra loro. E poteva essere definita una nazione, quantomeno in virtù di una dimensione culturale e religiosa che le veniva universalmente riconosciuta.

 

Gli italiani non hanno mai avvertito un orgoglio nazionale inteso in senso politico. Velleità espansionistiche, brama di potere non erano aspirazioni diffuse, perché «l’unica cosa che li interessava era quello che avrebbe potuto dar loro un certo valore agli occhi degli altri, quello che avrebbe conferito loro un significato universale» spiegava il filosofo Vladimir Solovev nella sua opera La giustificazione del bene. E Dostoevskij, riconoscendo all’Italia un ruolo di grande nazione culturale, denunciava come, dopo l’opera unificatrice di Cavour, un «piccolo regno di second’ordine» avesse preso il posto di una grande «idea universale capace di riunire il mondo».

 

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ANGELINA ROMANO, LA BRIGANTESSA DI 9 ANNI FUCILATA DAGLI ITALIANI

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di ETTORE BEGGIATO

 

Nel giorno della donna mi sembra giusto ricordare ANGELINA ROMANO di anni 9, di Castellammare del Golfo (Trapani) barbaramente ammazzata dai liberatori del Regio Esercito Italiano il 3 gennaio 1862.

 

Era passato solo qualche mese dalla proclamazione del Regno d’Italia quando furono emanate delle disposizioni che obbligavano alla coscrizione (naja) tutti i giovani nati a partire dal  1840 per una durata di 6 (sei) anni e così la folla inferocita scese in piazza nell’ex Regno delle Due Sicilie.

 

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A Castellammare del Golfo il 2 gennaio 1862 la folla assaltò il Commissariato di leva in aiuto del quale fu mobilitato un battaglione dei Regi Bersaglieri; la folla si disperse ma in sei furono catturati e fucilati, fra di loro il prete del paese, don Benedetto Palermo di 43 anni.

 

Alla fine dell’esecuzione nella piazza del paese si sentì piangere una bambina, Angelina Romano; ha appena nove anni ed è terrorizzata come può essere una bambina della sua età che ha assistito a tanta malvagità, a tanta violenza. Ma la legge dei conquistatori venuti da lontano  non ammette né pietà né deroghe e la piccola Angelina viene messa al muro e giustiziata: doveva essere proprio una temibile brigantessa.

 

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Peccato che di Angelina  non ci sia traccia né nella “storia” ufficiale di quella repubblica italiana che è l’erede legittima di chi si macchiò di tanti eccidi,  né nella “storia” del movimento femminista che evidentemente deve ricordare e omaggiare altre donne più “in linea” con la storia  italiana.

 

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Ma per fortuna c’è anche chi, come il comune di Lamezia Terme    si è ricordato dell’eccidio di Angelina Romano e Le ha recentemente dedicato una via, sostituendo  la precedente intitolazione  al generale Cialdini proprio il   protagonista di tanti e tanti eccidi compiuti dal Regio Esercito Italiano  nel meridione.  E sarebbe bene ricordare la piccola Angelina sui banchi di scuola, quella scuola che Lei non ha potuto frequentare.

 

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 Ettore Beggiato

 

Fonte: srs di Ettore Beggiato, da miglioverde del 7 marzo 2017

Link: http://www.miglioverde.eu/angelina-romano-la-brigantessa-di-9-anni-fucilata-dagli-italiani/