I DEPORTATI LIBICI IN ITALIA NEGLI ANNI 1911- 1912

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Omar El Mukhtar, capo della resistenza libica, dopo l’arresto e prima dell’esecuzione

 

 

Intervista a Angelo Del Boca «La guerra del 1911 crimine della nostra storia.». Domani ( 29 ottobre 2007) un convegno a Roma

 

I danni di guerra sono stati rimborsati con taccagneria. Resta aperto il contenzioso con la Libia di Gheddafi che si aspetta a saldo dei suoi 100mila morti non promesse materiali ma il riconoscimento del loro sacrificio negato 29 ottobre 1911, alle Tremiti e a Ustica sbarcano i primi 2.975 esiliati. Presi a caso per le strade di Tripoli, stivati a forza nelle navi, senza alcuna prova di colpevolezza. Fra di loro bimbi in tenera età, donne e vecchi. Molti non sopravvivranno

 

Tommaso Di Francesco

 

Si apre domani, 29 ottobre, all’Archivio centrale di stato (ore 10, piazzale degli Archivi, 27) il convegno «I deportati libici in Italia negli anni 1911- 1912».

La data del 29 ottobre è stata scelta perché è quella dell’arrivo della prima nave di esiliati libici nelle Isole Tremiti. Il Comune del piccolo arcipelago è il promotore dell’iniziativa. Che ha il patrocinio del Ministero degli esteri italiano, la collaborazione dell’Ambasciata libica, dell’Isiao, insieme alla collaborazione dei comuni di Favignana, Ponza e Ustica, che hanno avuto il triste primato di avere ospitato i luoghi di detenzione dove si è consumata la vita di centinaia e centinaia di disperati. Abbiamo rivolto alcune domande ad Angelo Del Boca storico del colonialismo italiano.

 

L’avventura coloniale italiana in Libia (1911-1943) mostra da subito particolari forme di repressione: rappresaglie, uso di gas asfissianti proibiti e bombe incendiare contro i civili, i primi campi di concentramento per civili del ventesimo secolo.  Perché questa violenza rabbiosa e diffusa, tanto che lei nelle sue opere parla di genocidio?

 

La reazione violenta e rabbiosa delle autorità civili e militari italiane fu causata, innanzitutto, dalla spiacevole sorpresa di vedere che i libici solidarizzavano, al momento dello sbarco, nell’ottobre del 1911, con le truppe turche di guarnigione ed anzi costituivano i reparti più aggressivi.

Giolitti, male informato, era persuaso che gli abitanti della Tripolitania e della Cirenaica attendessero l’arrivo degli italiani con autentica gioia. Deluso ed irritato, inviava al generale Caneva quei nefasti telegrammi con i quali ordinava stragi e deportazioni. Non soltanto gli italiani avevano sottostimato il patriottismo arabo, ma erano convinti che un «popolo di beduini» non sarebbe stato in grado di opporre una valida resistenza. Dovevano amaramente ricredersi. Già il 23 ottobre subivano, a Sciara Sciat, una pesante sconfitta con un bilancio di 21 ufficiali e 482 soldati uccisi. Ma non era che l’inizio. Nel 1915, durante la «grande rivolta araba», gli italiani avrebbero perso tutti i territori conquistati ed avrebbero conservato soltanto alcuni porti, dopo una frettolosa e disperate ritirata che era costata diecimila morti.

Ci vollero vent’anni per riconquistare integralmente la Libia e l’uso di tutti i mezzi, compresi quelli proibiti. In effetti, la civilissima Italia giungeva ad impiegare l’iprite e il fosgene sulle popolazioni civili, nonostante che il governo di Mussolini avesse firmato la convenzione di Ginevra che proibiva l’impiego dei gas.

 

Quanti furono i deportati libici nel paese, gli esiliati fuori dalla Libia nelle isole italiane che allora erano tra i luoghi più impervi e malsani, e quante le vittime di questa repressione di massa?

 

I deportati libici in Italia superarono i 4 mila nel solo ottobre del 1911. In seguito, dopo ogni rovescio, le colonie penali italiane vedevano giungere altri confinati, dei quali però non è stato possibile tenere precisa contabilità. Siamo, invece, molto più informati sui libici che furono internati nei campi di concentramento del Sud-Bengasino e della Sirtica. Come è noto, l’idea di rinchiudere in tredici lager gran parte della popolazione della Cirenaica venne al generale Badoglio quando si accorse che la controguerriglia tradizionale non dava alcun frutto ed era assolutamente necessario isolare Omar el-Mukthar e i suoi mugiahidin.

Scriveva infatti Badoglio e Graziani: «Bisogna anzitutto creare un distacco territoriale largo e ben preciso tra formazioni ribelli e popolazione sottomessa. Non mi nascondo la portata e la gravità di questo provvedimento, che vorrà dire la rovina della popolazione». Badoglio era perfettamente consapevole del pericolo che incombeva sui libici, ma non modificò i suoi piani. Il risultato fu che dei 100 mila libici internati nei lager, 40 mila morirono per le epidemie, le spaventose condizioni igieniche dei campi, la scarsa e cattiva alimentazione, le frequenti decimazioni.

 

Quanto la mancanza di una memoria storica accettata – tuttora i libri di testo italiani non menzionano queste atrocità ed è ancora impossibile vedere il film sull’eroe libico Omar el-Mukhtar giustiziato dalle truppe d’occupazione fasciste guidate da Graziani – ha alimentato al contrario il mito di una occupazione italiana bonaria, alla «brava gente»?

 

Ovviamente su tutto ciò che accadeva di violento e negativo in Libia l’opinione pubblica italiana non veniva informata. La censura era rigidissima sia nel periodo della liberaldemocrazia che durante il ventennio fascista. Ma ciò che sorprende e indigna è che il silenzio sulle deportazioni e le stragi, consumate in Libia come in Etiopia, è stato mantenuto in Italia anche nel secondo dopoguerra, a libertà e democrazia ristabilite.

Ancora oggi i testi scolastici, salvo poche eccezioni, ignorano quei gravissimi fatti o li minimizzano. E si dà il caso che un film sulla resistenza libica, «Il leone nel deserto», sia stato in pratica proibito e visionato soltanto nei cineclub. Ciò che prevale ancora oggi in Italia, nonostante le precise ed assordanti rivelazioni sui misfatti del colonialismo italiano, è una visione mitica e bonaria delle nostre imprese coloniali.

 

In che modo questa responsabilità storica ha costituito e costituisce un elemento irrisolto di quello che il governo libico chiama «mancato risarcimento delle vittime»? Cosa chiede ancora la Libia che non riusciamo ad esaudire ma che promettiamo soltanto?

 

I risarcimenti dei danni di guerra, richiesti dalla Libia e dall’Etiopia, sono stati rimborsati con estrema taccagneria, al punto da aprire, specie con la Libia di Gheddafi, un eterno contenzioso. Si è allora cercato, con altrettanta grettezza, di saldare il debito materiale e morale con la promessa di costruire un ospedale o una strada litoranea. Ma ciò che si attendono veramente i libici, a saldo dei loro 100 mila morti, non sono tanto dei beni materiali quanto il riconoscimento del loro sacrificio, della loro dignità troppo a lungo calpestata, del loro patriottismo sovente negato. Salvo alcune nobili parole dell’allora presidente del Consiglio Massimo D’Alema, il 1º dicembre 1999, dinanzi al monumento ai martiri di Sciara Sciat, i vertici dello Stato italiano continuano ad ignorare i fatti e i loro debiti morali.

 

Come giudichi questa iniziativa nella quale, dopo il mausoleo allestito alle Tremiti l’anno scorso, proprio le piccole isole della deportazione prendono la voce della memoria?

 

Mi sembra estremamente lodevole che sia stato il sindaco delle Isole Tremiti a convocare questa giornata di studi sui deportati. E’ proprio nelle Tremiti e ad Ustica che sbarcano, tra il 29 ottobre e il 3 novembre 1911, i primi 2.975 deportati. Sono stati raccolti a caso per le strade di Tripoli e poi ammucchiati nelle stive delle navi, senza alcuna prova di colpevolezza. Fra gli esiliati ci sono bimbi in tenera età, donne e persino un vecchio di 90 anni. Molti non sopravviveranno ai rigori della prigionia, alla cattiva alimentazione, all’angoscia per la separazione dai famigliari.

 

La disperazione dei deportati libici rimanda alla nuovissima tragedia dell’immigrazione che fugge dalla grande miseria dell’Africa. Non ti sembra che permanga una forma malcelata di colonialismo nella pressante richiesta da parte italiana e europea – il muro di Shengen – alla Libia perché si trasformi in gendarme degli immigrati?

 

I Centri istituiti in Libia negli ultimi anni, nell’ambito della lotta all’immigrazione clandestina, con il consenso e il finanziamento delle autorità italiane, non si possono configurare certo come autentici campi di concentramento, ma essi rientrano tuttavia in quel novero di strumenti odiosi che credevamo estinti. Pertanto rivolgiamo un invito alle autorità italiane e libiche a ricercare strumenti più umani per risolvere i problemi della convivenza. Aggiungere sofferenze a sofferenze non fa che acuire il contrasto fra il sud e il nord del pianeta, con tutte le conseguenze che sappiamo.

 

Fonte: srs di Tommaso Di Francesco;  da  Il manifesto 28 ottobre 2007

 

 

 

«ALLE TREMITI SIAMO IN 400, COME TUTTI GLI ESILIATI LIBICI MORTI»

 

Nell’isola è stato edificato nel 2006, sopra la grande fossa comune, il primo mausoleo italiano per i deportati libici. Il sindaco Calabrese: «Per restituire dignità»

 

Tommaso Di Francesco

 

«I« deportati libici in Italia negli anni 1911-1912»: è il titolo del convegno che si apre domani, lunedì 29 ottobre 2007, a Roma presso l’Archivio Centrale dello stato (piazzale degli Archivi, 27 – ore 10) organizzato dal Comune delle Isole Tremiti, con il patrocinio del Ministero degli esteri e in collaborazione con l’Ambasciata di Libia, l’Isiao – Istituto italiano per l’Africa e l’Oriente, l’Archivio centrale dello Stato, il Centro studi storici di Tripoli, e ancora piccole isole che hanno visto la deportazione coloniale come i comuni di Favignana, Ponza, Ustica. Ed è sicuramente un dato di valore che una memoria così troppo spesso non accettata, quella del colonialismo italiano, sia invece ricordata dalle piccole isole che, stavolta sono state capaci di coinvolgere con la loro iniziativa anche il governo italiano.

 

«Il senso di questa iniziativa – ci spiega Giuseppe Calabrese, sindaco delle Tremiti – è innanzitutto questo: noi isolani abbiamo voluto restituire dignità a persone che non ci sono più, di qualunque nazionalità siano, perché la dignità non ha colorazioni particolari, e che finora invece erano stati quasi cancellati, messi alla rinfusa in anonime fosse comuni. Perché secondo me la storia delle persone va rivalutata, a qualunque realtà nazionale appartengano. Per noi la dignità ha un solo colore e quindi abbiamo voluto ridare dignità a morti che erano sulle nostre isole così messi alla rinfusa, dimenticati in una fossa comune e abbiamo voluto dare loro un riconoscimento che finora non è ancora arrivato da nessuno».

 

Gli abitanti delle isole Tremiti, racconta il sindaco, sono circa 400, quasi quanto gli stessi deportati seppelliti. E le piccole isole che sulla memoria diventano grandi – chiediamo? «C’è stato come una scambio, pieno di scoperte – continua Giuseppe Calabrese – che riguarda perfino cimiteri di pescatori in isole dell’Egeo, ma che vuole impegnarsi anche sui cimiteri spesso dimenticati dei caduti italiani nelle avventure coloniali italiane».

 

Il fatto è che il comune delle Tremiti dal 2006 ha anticipato questa iniziativa sulla memoria. «Sin da ragazzo passavo nella parte più lontana dell’isola di S. Nicola dove c’è un cimitero che risale all’epoca dei benedettini» spiega il sindaco. Lì c’era un’abbazia ed era all’epoca l’unica isola abitata. Sopra ci passavano capre e le persone non sapevano nemmeno che laggiù in fondo fossero stati seppelliti in una fossa comune i deportati libici morti di stenti e malattie alle Tremiti.

 

Così, con un po’ di fondi messi a disposizione dal ministero degli esteri e un po’ di soldi trovati tra gli isolani, le Tremiti hanno eretto il primo mausoleo in terra italiana per i deportati libici. «E’ venuto qui un imam che prima ha sconsacrato il luogo poi lo ha riconsacrato secondo il rito musulmano. In fondo il nostro mausoleo è stato solo un riconoscimento di dignità, un gesto molto semplice», conclude il sindaco Calabrese.

 

Fonte: srs di Tommaso Di Francesco;  da   Il manifesto 28 ottobre 2007

 

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